Marcinelle, la sciagura degli emigranti italiani

Marcinelle, la sciagura degli emigranti italiani

Di Fiore Marro

Caserta 9 agosto 2018

C’era anche un cittadino di Cervinara, il mio paese natale, tra i morti nel disastro di Marcinelle. Aveva solo sedici anni, si chiamava Antonio Sacco, anche se era ancora un ragazzo, si dovette fare in fretta uomo, per avere la forza e il coraggio di scendere in un pozzo nero e lavorare 14 ore al giorno, aveva , come gli altri, dovuto imparare i primi rudimenti della lingua per potere andare in Belgio.

L’8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, un boato assordante copre tutti gli altri suoni, il buio, poi un bagliore accecante, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L’interminabile attesa dei familiari continua in ogni modo fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole “Tutti cadaveri“.

Dopo la guerra, poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare, la Polonia non sembrano più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato).

Il Sud dell’Italia si riversa in massa in questa opportunità, non avendo alternativa. In Belgio, però non c’è il paradiso promesso; le condizioni di vita e di lavoro si rivelano veramente dure. All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines’: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi convenienti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger’ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza.

Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale. La più pericolosa di queste è la silicosi, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi nei polmoni, crea insufficienze respiratorie.

Sono passati 62 anni dalla tragedia di Marcinelle: l’incendio sviluppatosi provocò la morte di 262 minatori, tra cui 136 italiani, soffocati dall’ossido di carbonio e imprigionati dalle fiamme.

L’immagine della loro terra, i verdi campi, il sole, le piazze del paese nelle mattine di domenica, la vecchia casa, le immagini più care della gioventù sono forse riapparse, agli infelici, mentre la mortale trappola si chiudeva, fra le vampe selvagge, i nembi di fumo, il sudiciume, l’orrore della sepoltura.

Pensiamo allora a questi fratelli, centotrentasei tutti in fila. E dietro le 136 famiglie, padri, madri, mogli, figli, fratelli . Piangiamo ora come allora, così come capitò a tutti loro, le loro lacrime che hanno l’identico sapore delle nostre.

Antonio Sacco era il più giovane e diventò subito l’emblema di quella che è stata tra le sciagure più catastrofiche della storia contemporanea.

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