Strage ferroviaria Andria-Corato la Cassazione mette il punto definitivo.

Cronistoria di una tragedia nazionale dove a pagare sono solo i ferrovieri.

Proviamo a ricostruire la cronistoria della vicenda, dal giorno del disastro sino al verdetto della Suprema Corte.

Con la sentenza pronunciata dalla Corte di Cassazione, si chiude definitivamente il capitolo giudiziario della strage ferroviaria del 12 luglio 2016 lungo la tratta Andria-Corato. Gli ermellini hanno confermato le condanne a carico del capostazione di Andria e del capotreno, respingendo i ricorsi della Procura che chiedevano di rivalutare le responsabilità dei vertici aziendali. Per la giustizia italiana, la catastrofe fu causata esclusivamente da un errore umano.

Il disastro di quel drammatico 12 luglio 2016

La mattina del 12 luglio 2016, alle ore 11:06, due treni passeggeri della società Ferrotramviaria si scontrano frontalmente. L’impatto avviene nel cuore delle campagne pugliesi, in un tratto a binario unico regolato dal sistema del “blocco telefonico”, un sistema di distanziamento dei treni, che prevede solo ed esclusivamente uno scambio di informazioni verbali, registrate su carta, senza alcun ausilio tecnologico che possa gestire e controllare l’operato dei capistazione. Purtroppo l’incidente assume da subito la forma di strage, infatti, i primi vagoni di entrambi i convogli si distruggono completamente nell’impatto, causando ben 23 morti e oltre 50 feriti, in gran parte studenti universitari, pendolari e lavoratori. I primi in quella frazione di secondo a perdere la vita furono tre ferrovieri in servizio ai treni, il macchinista Pasquale Abbasciano di 61 anni, originario di Andria a cui mancava poco al raggiungimento della pensione, il macchinista Luciano Caterino di 37 anni, nativo e residente a Corato e il capotreno, Albino De Nicolo, 53 anni di Terlizzi.

Le indagini e il tema sicurezza

Fin dalle prime ore successive all’incidente, le indagini coordinate dalla Procura di Trani si concentrano sulla catena di comunicazioni tra le stazioni. Emerge che quel giorno, a causa di un ritardo cumulato, sulla tratta viaggiavano tre treni anziché i due previsti regolarmente. Il binario unico non ha retto la sovrapposizione temporale causata da un via libera di troppo.

Mentre l’opinione pubblica punta il dito contro l’assenza di moderni sistemi automatici di sicurezza (come il SCMT), l’inchiesta giudiziaria si divide su due binari: da un lato l’errore materiale del personale di servizio, dall’altro le presunte colpe organizzative e gestionali dei vertici aziendali e i mancati investimenti sul raddoppio della tratta ferroviaria.

Il primo grado di giudizio verrà completato solo nel 2023.

A distanza di quasi sette anni dal disastro, il 15 giugno 2023, il Tribunale di Trani emette la sentenza di primo grado. Il verdetto scuote i familiari delle vittime, in quanto da subito la società Ferrotramviaria e ben 14 imputati, tra cui i vertici dirigenziali, vengono deresponsabilizzati ed esclusi dal processo.

Sono solo due le condanne, entrambe a carico dei due capostazione coinvolti, il capostazione di Andria Vito Piccarreta e per il capotreno Nicola Lorizzo. Per i giudici anche se la società espleta il suo servizio negli anni duemila, non ha colpe se consente circolazione viene regolata con sistemi del tutto obsoleti. Secondo i giudici la responsabilità strutturale dell’azienda non sussiste e la tragedia viene circoscritta all’errore umano dei singoli operatori.

 

L’Appello conferma la linea del “singolo errore”

Il processo di secondo grado si tiene dinanzi alla Corte d’Appello di Bari e si conclude con la sentenza del 22 maggio 2025. I giudici di secondo grado confermano sostanzialmente l’impianto accusatorio del primo verdetto, si ribadisce l’assoluzione per Ferrotramviaria S.p.A e si confermano le assoluzioni per gli ex manager Massimo Nitti (ex direttore generale) e Michele Ronchi (ex direttore di esercizio). Gli unici condannati restano i due ferrovieri operanti sulla linea.

La Procura generale e le parti civili presentano formale ricorso alla Corte di Cassazione, contestando l’esclusione della responsabilità societaria e dirigenziale e parlando di un “sistema di sicurezza intrinsecamente fallimentare” che andava sanzionato ai vertici.

Il verdetto finale della Cassazione

Ieri 7 ottobre 2026, la decisione della Suprema Corte pone la parola fine ai ricorsi. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi della Procura generale di Bari, rendendo definitivi i seguenti verdetti: Nicola Lorizzo capotreno: condannato definitivamente a 6 anni e 9 mesi di reclusione, Vito Piccarreta capostazione di Andria, condannato definitivamente a 6 anni e 3 mesi di reclusione. Mentre la Ferrotramviaria e i suoi manager sono stati definitivamente assolti da ogni responsabilità penale e amministrativa.

I giudici hanno ritenuto corrette le valutazioni dei precedenti gradi di giudizio, confermando che l’incidente fu la conseguenza diretta dell’omissione e dei mancati controlli incrociati da parte del capostazione e del capotreno nelle fasi cruciali dello scambio dei convogli. Come spesso accade i lavoratori costretti ad operare sotto le indicazioni aziendali, diventano il primo capro espiatorio nell’applicazione di direttive stabilite da altri, quando, non ci rimettono la vita come accaduto ai ferrovieri tragicamente deceduti nel tragico incidente. A oltre dieci anni dalla sciagura, si chiude una delle pagine più dolorose della storia ferroviaria della Puglia e dell’Italia, lasciando spazio al definitivo consolidamento delle responsabilità penali individuali e al dolore insanabile delle famiglie delle 23 vittime.