Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” , diretta dal prof. P. Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla dei Magi
Il 6 gennaio la Chiesa Cattolica celebra la Solennità dell’Epifania del Signore. La parola “epifania” deriva dal greco e significa “manifestazione”. Gesù Cristo si manifesta ai Magi (e attraverso loro simbolicamente a tutte le nazioni), rivelando la sua divinità. Per le chiese d’oriente è questa la vera e propria celebrazione del Natale, cioè della manifestazione del Cristo al mondo.
Tra i quattro vangeli canonici è il solo Matteo a parlarci dei Magi. Questa la storia raccontata: nato Gesù, giunsero dall’Oriente a Betlemme alcuni Magi in cerca del “re dei giudei”, del quale avevano scorto la stella. Erode li ricevette e si raccomandò di fargli sapere dove fosse il bambino in modo da potersi recare anche lui ad adorarlo. I Magi, seguendo sempre la stella, giunsero da Gesù e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Quindi fecero ritorno al loro paese ma, avvertiti in sogno, non passarono da Erode. Pare poi che, al loro ritorno in patria – secondo quanto riferisce un’antica tradizione – furono battezzati da san Tommaso e contribuirono alla diffusione della fede in Cristo. Per questo la tradizione cristiana li considera santi a tutti gli effetti.
Ma chi erano questi Magi? Al tempo di Gesù circolavano, specie nell’area orientale dell’Impero, personaggi detti “magi”, che erano indovini, astrologi, specie Caldei, cioè della Mesopotamia.
Siamo poi abituati a chiamarli re e identificarli in numero di tre, ma il testo di Matteo non dice né che erano re, né che erano tre (dice “alcuni”). Come non dice nemmeno i loro nomi. Ma essi figurano anche in testi diversi dal vangelo citato, che provvidero a fornire tutta una serie di indicazioni. Questi testi sono chiamati “apocrifi” e sono loro a indicarli nel numero di tre e a riportare anche i loro nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Questi testi hanno ispirato anche tutta una bellissima arte iconica e un culto fiorente per tutto l’alto Medioevo.
Secondo la tradizione fu Sant’Elena a trovare le reliquie dei Magi nella città di Saba e le trasferì a Costantinopoli (oggi Istanbul, Turchia). Tre secoli dopo, San Eustorgio, vescovo di Milano, portò le reliquie nella città italiana come dono dell’imperatore d’Oriente, in occasione del suo insediamento episcopale. Tuttavia, nel XII secolo, durante l’assedio di Milano da parte dell’imperatore Federico Barbarossa, l’arcivescovo Rainald von Dassel scoprì la chiesa milanese che custodiva le reliquie e grazie all’intercessione dell’abadessa, sorella del podestà di Milano, ottenne le reliquie in cambio della protezione dalle ire imperiali, in quel periodo di turbolenza tra le città italiane del nord e l’impero. Così le reliquie giunsero a Colonia ed esse ancora si trovano nella cattedrale, la più grande chiesa gotica dell’Europa settentrionale.
Il 18 agosto 2005, durante la sua visita alla Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), la prima del suo pontificato, Papa Benedetto XVI affermò nella cattedrale di Colonia che “la città non sarebbe ciò che è senza i Re Magi, che hanno profondamente influenzato la sua storia facendo di essa uno dei più importanti luoghi di pellegrinaggio dell’Occidente cristiano”. Nella cattedrale le reliquie dei Magi sono conservate in un imponente reliquiario realizzato tra il 1190 e il 1220. Questo magnifico manufatto misura 1,10 metri di larghezza, 1,53 metri di altezza e 2,20 metri di lunghezza. È fatto di legno ricoperto d’oro e argento, decorato con filigrana, smalti e circa mille pietre preziose.
Quanto alla stella del racconto di Matteo, poi, Keplero non aveva esitazioni: era una supernova, cioè una stella debole e lontana nella quale avvenne una esplosione colossale per cui essa si rese visibile nel cielo di quel tempo con un particolare fulgore. Altri invece pensano che la stella in questione sia stata la cometa di Halley, la cui presenza nei cieli è documentata fin dal 240 a.C. in molti testi cinesi e giapponesi. Ma il calcolo astronomico dei passaggi della cometa sulla Palestina in quegli anni ci offre la data del 12 a.C., cioè almeno sei anni prima della nascita di Cristo, che com’è noto è collocata intorno al 6 a.C.
Al di là di tutte le ipotesi che si possono fare, la manifestazione della stella ha più un significato teologico. Infatti sappiamo che nella tradizione biblica e giudaica la stella è presentata come un segno messianico. Nel cap. 24 del libro dei Numeri leggiamo appunto questa frase: “Una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele”. Anche il Cristo dell’Apocalisse è costantemente circondato dalle stelle: “Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino” (22,16). E il vescovo Ignazio di Antiochia, prima del martirio, scriveva ai cristiani di Efeso: “Una stella brillò in cielo oltre ogni stella alla nascita di Cristo”. “Il popolo che camminava nelle tenebre – dice Isaia (9,1) – vide una grande luce. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. Si tratta dunque di una luce divina che possiamo vedere solo con gli occhi della fede.
Quando a Roma si celebrava il natale del dio sole i pagani accendevano nella notte fuochi di gioia mentre i cristiani si riunivano per celebrare la manifestazione-epifania del vero sole, che era Cristo. “Rallegriamoci fratelli – esortava sant’Agostino – e lasciamo pure che i pagani esultino; perché questo giorno per noi è santificato non dal sole invisibile bensì dal suo invisibile creatore”. E san Leone Magno, di fronte ai cristiani del tempo, ancora intrisi di paganesimo, che nei giorni natalizi ancora rendevano omaggio al disco spendente del sole, ammoniva: “Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo, ma con tutto l’amore infiammato dell’anima tu ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo”.