Instasophia, Umano poco umano, il testo sull’AI di G. Girgenti e M. Crippa

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In Umano, poco umano Giuseppe Girgenti e Mauro Crippa affrontano il tema dell’intelligenza artificiale sottraendolo tanto alla retorica dell’innovazione quanto al riflesso apocalittico, collocandolo all’interno di una genealogia filosofica che, da Platone a Heidegger, passando per Agostino, Arendt e la rilettura contemporanea di Pierre Hadot, assume come criterio decisivo una nozione forte di pensiero inteso non come semplice funzione operativa, ma come esercizio dell’anima e pratica di trasformazione del soggetto. Il titolo stesso, che riecheggia consapevolmente Nietzsche, segnala una torsione decisiva, poiché il problema non è l’eccesso di umanità, ma la sua progressiva erosione e riduzione funzionale, che produce un umano addestrato alla velocità, all’efficienza e alla risposta immediata, ma sempre meno capace di interiorità, di giudizio e di esperienza del limite. In questa prospettiva, l’intelligenza artificiale non viene interpretata come una nuova forma di nous, bensì come il compimento estremo di quella logica della dóxa che Platone aveva già individuato come sapere imitativo e privo di fondamento, capace di generare enunciati plausibili senza alcun rapporto con il vero, secondo una dinamica che trova una sorprendente consonanza con la diagnosi heideggeriana del dominio del calcolo e dell’impostazione tecnica del mondo, entro cui l’essere viene ridotto a fondo disponibile e il pensiero a mera funzione strumentale.

Mettersi in gara con l’IA per vedere se siamo più intelligenti di essa non ha senso: ha molto più senso invece rivolgere l’attenzione verso noi stessi-cit. p. 23

Il richiamo agli esercizi spirituali, tutt’altro che ornamentale, rinvia esplicitamente alla tradizione filosofica antica, dagli Stoici a Platone, così come è stata restituita da Hadot nella sua interpretazione della filosofia come forma di vita, opponendo alla tentazione di risolvere il problema dell’IA mediante regolazioni tecniche l’idea, ben più radicale, secondo cui la vera posta in gioco riguarda la formazione dell’anima. Platone attraversa l’intero impianto del libro come presenza strutturale, nella misura in cui il pensiero viene concepito non come produzione di risposte, ma come conversione interiore e ritorno a sé, come distinzione tra apparenza e verità, rendendo evidente l’incapacità strutturale dell’IA di accedere a ciò che per il filosofo costituisce il nucleo del filosofare, vale a dire il bene, il senso e il fine.

Oggi per quel che ne sappiamo, possiamo dire che l’IA calcola, ma ancora non pensa; che assembla ed elabora dati, ma non ragiona in modo autonomo; che produce testi, immagini, video, soluzioni, ma non non ne ha coscienza. L’IA non ha un IO- cit. p. 42

Accanto a questa linea emerge la lezione agostiniana, soprattutto nella centralità dell’interiorità e nella critica alla dispersione dell’anima, che consente di leggere l’uomo iperconnesso come un soggetto paradossalmente sempre meno presente a sé stesso, esposto a una esteriorizzazione permanente che indebolisce la memoria viva e la responsabilità personale. In questo senso, la critica alla delega del pensiero alla macchina riprende e radicalizza l’obiezione platonica alla scrittura formulata nel Fedro, mostrando come la moltiplicazione dei segni senza interiorizzazione, nell’epoca dell’algoritmo, produca una conoscenza senza soggetto, tema che trova un’eco significativa nella riflessione di Hannah Arendt sulla perdita del giudizio e sulla diffusione di forme di comportamento automatico che svuotano l’agire umano della sua dimensione etica e politica. L’intelligenza artificiale, per quanto performante, resta così confinata nel dominio del mezzo, mentre il pensiero, inteso in senso forte, è per Platone un movimento erotico verso il bene e per Heidegger un sostare interrogante presso ciò che è, una disposizione non strumentale che nessun apparato tecnico può riprodurre senza svuotarla di significato, ed è precisamente questa distanza ontologica che Girgenti e Crippa mettono in luce opponendo alla funzionalizzazione dell’intelligenza una concezione dell’umano fondata sul limite, sulla lentezza e sulla possibilità dell’errore. La caverna platonica riemerge allora come figura di stringente attualità, poiché il mondo delle immagini e delle ombre assume oggi la forma dell’ambiente digitale della risposta immediata e dell’output continuo, nel quale l’uomo rischia di restare prigioniero non per mancanza di dati, ma per assenza di interiorità, secondo una dinamica che Arendt avrebbe interpretato come rinuncia progressiva all’esercizio del pensiero e del giudizio. In questo quadro si colloca anche la critica al funzionalismo contemporaneo, che riduce l’intelligenza, umana o artificiale, alla mera capacità di svolgere compiti, contro cui gli autori rivendicano una concezione dell’umano che riconosce nell’opacità, nell’errore e persino nella sofferenza non difetti da eliminare, ma condizioni costitutive della libertà. Umano, poco umano si presenta così come un libro controcorrente, che rifiuta la logica dell’adattamento e non chiede come l’uomo debba adeguarsi alle macchine, ma se non sia invece necessario rieducare l’uomo a essere umano prima ancora di discutere di intelligenza artificiale, riaffermando che nessuna innovazione tecnologica può sostituire il lavoro interiore, la responsabilità del giudizio e la fatica del pensiero, tutte dimensioni che restano irriducibili all’algoritmo e che costituiscono il nucleo non delegabile della libertà umana e della cura di sé.

Potremmo dire che la cura di sé come conoscenza ha generato la scienza occidentale, la cura di sé come virtù ha generato l’etica e la politica, la cura di sé come esercizio spirituale ha generato la religione cristiana. Ma è anche vero che questi tre grandi ambiti dell’uomo occidentale corrono il rischio, come spesso succede, di irrigidirsi in forme dogmatiche e sclerotiche- cit. p. 73

Il libro, coerentemente con il suo impianto, rinuncia quasi del tutto a un confronto dettagliato con il funzionamento concreto dei sistemi di intelligenza artificiale, preferendo leggerli come sintomi o figure emblematiche di una tendenza culturale più ampia. Questa scelta, filosoficamente legittima, può tuttavia lasciare insoddisfatto qualche lettore che si attenda una maggiore distinzione tra diverse tipologie di IA e tra usi differenti delle tecnologie algoritmiche. Il testo si apre però con la riflessione su figure emblematiche del dibattito pubblico contemporaneo sull’intelligenza artificiale, come Elon Musk e altri protagonisti della scena tecnologica globale, i cui interventi oscillano tra allarme e profezia.

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