Caserta – Tre giorni. Decine di incontri. Centinaia di lettrici e lettori. E una città, Caserta, che si è riscoperta capitale della cultura femminile.
Si è concluso l’8 marzo la kermesse Caserta – La città delle donne, promossa dalla Fondazione Orizzonti presieduta da Giuseppe Mennitti, di cui il cuore pulsante erano il FEM – Festival dell’Editoria al Femminile ed HERitage San Leucio. Un’iniziativa nata da un soggetto privato in una città commissariata, eppure capace di muovere nomi di primo piano del panorama letterario nazionale, di riempire sale in pochi minuti e di trasformare la Reggia di Caserta, il Belvedere di San Leucio e i vicoli del centro storico in luoghi vivi di pensiero e narrazione.
Il 6 marzo: il festival prende il via
La prima giornata ha decretato subito il tono alto dell’evento. Sold out immediato per l’incontro con Amélie Nothomb, che ha dialogato con la giornalista Maria Beatrice Crisci sul suo Meglio così (Voland): pochi posti, moltissime richieste, a conferma del magnetismo della scrittrice belga anche in terra campana. Nel pomeriggio, Lidia Luberto ha presentato Miriam Mafai (Pacini Fazzi Editore) dialogando con Giovanna Serpico, restituendo al pubblico la figura di una delle giornaliste più importanti del Novecento italiano. Da segnalare anche Marta Sabino, che nella Sala Laboratorio ha presentato Il femminicidio (Edizioni Anicia) dialogando con Antonella Serpico: uno degli incontri più necessari dell’intera tre giorni, capace di portare nel cuore del festival una riflessione sulla violenza di genere senza retorica ma con la precisione di chi studia il fenomeno. Ma l’evento che ha chiuso la serata con il maggior calore di pubblico è stato senza dubbio l’incontro con Chiara Francini, che ha presentato Le querce non fanno limoni (Rizzoli) in dialogo con Maria Antonietta Spadorcia: una conversazione vivace, ironica, capace di tenere incollata la sala fino all’ultimo minuto.
Il 7 marzo: il premio, le madri, i sold out
La seconda giornata si è divisa tra la Reggia e il Belvedere di San Leucio, moltiplicando le sedi e le storie. Tra gli appuntamenti più attesi, quello delle 11:00 con Concita De Gregorio e Melania Petriello, che hanno presentato rispettivamente i loro libri sul tema della maternità — Madre per Feltrinelli e Round Robin — in un incontro andato in sold out in poche ore. Il filo rosso delle madri, delle eredità trasmesse di generazione in generazione, ha attraversato buona parte degli incontri della giornata, diventando uno dei leitmotiv dell’intero festival. Nel pomeriggio Barbara Alberti ha presentato Gelosia (Piemme) dialogando con Titti Marrone, mentre Nadia Verdile ha raccontato Artemisia (Maria Pacini Fazzi Editore) con Manuela Piancastelli. Da non dimenticare Caterina Caparello con Le 21 madri costituenti (Le Lucerne), un libro che ricorda come la Repubblica italiana sia nata anche grazie a ventuno donne che sedevano all’Assemblea Costituente — figure ancora poco conosciute al grande pubblico.
Ma l’appuntamento più istituzionale e carico di significato è stato quello tenutosi nella Sala Ferdinandea del Belvedere di San Leucio: la celebrazione del Premio Matilde Serao, un riconoscimento prestigioso che porta il nome della grande scrittrice e giornalista napoletana. Moderato da Vincenzo Di Vincenzo, l’incontro ha visto la partecipazione di Adriana Cerretelli, Titta Fiore, Donatella Trotta, Lidia Luberto e Giuseppina Di Biaso, in un viaggio attraverso la storia di un premio che onora il giornalismo e la scrittura al femminile, istituito dal Comune di Carinola e patrocinato da Il Mattino.
L’8 marzo: Dacia Maraini e la chiusura con Catena Fiorello
La domenica, Festa della donna, ha portato con sé la densità emotiva che ci si attendeva. La mattina ha aperto su più fronti: al Belvedere di San Leucio il panel Arte al femminile ha riunito Tiziana Di Caro, Tiziana Maffei, Roxy in the Box e Romilda De Luca per una riflessione sul sistema dell’arte declinato al femminile, mentre alla Reggia la sessione Donne e Sport — in collaborazione con CONI Caserta e CIP Campania — ha portato in sala, tra le altre, Angela Carini, dando voce alle atlete e alle sfide che ancora incontrano nel mondo dello sport professionistico. Nella Sala FEM, Claudia Durastanti e Aixa De La Cruz hanno dialogato con Simonetta Sciandivasci sull’editoria internazionale al femminile: uno sguardo oltre confine su come le voci femminili vengano pubblicate, tradotte e accolte nel panorama europeo e mondiale.
Nel pomeriggio, nella Sala Conferenze della Reggia, Dacia Maraini ha dialogato con Maria Pirro sulla letteratura femminile del Novecento. Ottantanove anni portati con una lucidità e un’energia straordinarie, la Maraini ha parlato a lungo della condizione della donna dai primi del Novecento ad oggi, intrecciando la storia della letteratura con la propria storia familiare: la madre, la nonna, il periodo di detenzione in un campo di concentramento durante la guerra. Un racconto che scorreva da madre in figlia, come un filo invisibile ma resistente — lo stesso filo che ha cucito insieme molte delle conversazioni di questo festival. La sala era piena di donne di ogni età, e il silenzio con cui hanno ascoltato valeva più di qualsiasi applauso.A chiudere il weekend, la serata al Vovo Pacomio di via Mazzini, è stata Catena Fiorello con il suo Maria Sentimento (Rizzoli). Anche qui il tema delle radici familiari, delle nonne e delle madri come custodi di un’identità, ha dominato la scena. La scrittrice si è concessa al pubblico con generosità, in un monologo che ha saputo alternare commozione e ironia, tenendo viva l’attenzione della sala fino all’ultimo. Tra il pubblico, volti noti della cultura casertana tra cui l’ex assessore alla cultura Enzo Battarra, e gli stessi organizzatori a testimoniare quanto questa kermesse abbia saputo parlare alla città intera.
Un villaggio di libri in piazza Carlo III
Parallelamente agli incontri, la struttura allestita in Piazza Carlo III ha offerto per tre giorni uno spazio di incontro tra lettori ed editori. Presente una selezione significativa del panorama editoriale italiano: dai grandi marchi come Feltrinelli, Giunti e Mondadori, fino alle realtà indipendenti, tra cui la sammaritana Spartaco Edizioni, a rappresentare un’editoria di territorio capace di stare con dignità accanto ai colossi nazionali. I firmacopie al termine di ogni incontro hanno trasformato ogni presentazione in un momento di contatto diretto tra autrici e lettrici.
Una città che non ti aspetti
C’è un aspetto di questa manifestazione che va oltre i nomi, i libri e i sold out, e che merita di essere detto chiaramente. Caserta è una città che troppo spesso fatica a raccontarsi. Schiacciata tra il peso monumentale della Reggia — che attira turisti da tutto il mondo senza che questo si traduca quasi mai in vita culturale diffusa — e una dimensione urbana che stenta a trovare un’identità coesa, la città sconta da anni una certa apatia, una tendenza a guardare altrove, a delegare ad altri il compito di fare. In questo contesto, Caserta – La città delle donne ha avuto il sapore di una piccola rivoluzione silenziosa. Per tre giorni le piazze, i palazzi storici e i vicoli del centro hanno smesso di essere scenografia e sono diventati palcoscenico. La gente si muoveva da una sede all’altra, i caffè erano pieni tra un incontro e l’altro, si formavano code per i firmacopie in piazza Carlo III. Era riconoscibile, in tutto questo, qualcosa di raro: il piacere collettivo di sentirsi parte di qualcosa di importante che accade a casa propria.
Il merito va alla Fondazione Orizzonti e al suo presidente Giuseppe Mennitti, che ha avuto la tenacia di costruire un evento di questa portata senza l’appoggio di un’amministrazione comunale operativa, in una città commissariata. Ma il merito va anche al pubblico casertano, che ha risposto con una partecipazione che nessun sold out può raccontare fino in fondo. Quella partecipazione dice che la domanda di cultura c’è, che è robusta, che aspetta solo di essere intercettata. Sarebbe un peccato non farne tesoro.
Un’edizione straordinaria, in una città straordinaria
Caserta – La città delle donne ha trovato nella storia stessa del territorio la sua ragione più profonda: San Leucio, con il suo Codice settecentesco che sancì per la prima volta in Europa una forma di parità di genere, non è solo una sede suggestiva, ma un simbolo. Un promemoria che certe battaglie hanno radici più antiche di quanto si pensi, e che questa città, quando vuole, sa essere avanguardia.
Il risultato è stato un festival che ha onorato le voci femminili non con celebrazioni retoriche, ma con la cosa più concreta che esiste: i libri, le storie, le parole.
Appuntamento al prossimo anno.