Fabiana Gradisca è un’artista nata ad Avellino nel 1992, in arte Effe. Ha sviluppato un percorso artistico significativo. È un’artista autodidatta. La sua produzione si divide tra opere astratte, figurative e ritratti. I suoi quadri sono caratterizzati da blocchi netti di colore vivido e righe a contrasto, focalizzandosi sull’esplorazione dei concetti di limite e libertà. Ha esposto le sue opere in diverse mostre personali e collettive in Irpinia, tra cui la personale intitolata “Condizionamenti” presso il Castello Ducale di Bisaccia e la mostra “De-limitazioni” al Casino del Principe di Avellino.

Parlaci un po’ di Fabiana Gradisca, in arte EFFE.
Sono nata ad Avellino nel 1992, ho trascorso la mia infanzia e prima adolescenza disegnando e colorando, abituata al contatto con la natura e gli animali. Il rapporto con l’immaginazione è stato da me sempre custodito e alimentato quotidianamente. Gli studi che scelgo di affrontare non si allineano però al mio desiderio di imparare le tecniche di disegno per dotarmi degli strumenti funzionali a riprodurre le immagini che si manifestavano nella mia mente. Mi diplomo quindi al liceo linguistico di Avellino, mi laureo in relazioni internazionali con un percorso magistrale cui fa seguito un master e comincio il mio percorso lavorativo nell’ambito delle risorse umane. Sono pertanto un’autodidatta. Ho esposto in occasione di diverse manifestazioni locali ma anche presso il castello di Bisaccia e la casina del principe di Avellino; lo studio NOOK di Salerno, attraverso la selezione di Artàporter; presso l’ Ex cinema Eliseo di Avellino e il Caffè letterario ad Aiello del Sabato (AV). La partecipazione a queste manifestazioni ha stimolato la mia creatività portandomi alla produzione anche di oggettistica come collages, segnalibri, piccoli contenitori, vasi dipinti, quadretti, posacenere utilizzando materiali quali cemento rapido, das, resina, canvas, feltro e materiali di riciclo.
Come nasce il tuo rapporto con l’arte?
Ho sempre amato la materia, sporcarmi le mani, disegnare, soprattutto su pareti ma al momento della scelta del percorso universitario metto da parte questa mia inclinazione e decido di orientarmi su altri interessi. Di ritorno dall’ esperienza Erasmus a Parigi, nel 2019, con lo scoppio del covid, mi immergo in un clima di sospensione del tempo e costretta all’immobilismo realizzo il bisogno di dedicarmi nuovamente alla creatività. Acquisto materiali e mi lancio in una produzione massiva e costante in cui sperimento il mio livello di partenza e i miglioramenti legati alla pratica ma soprattutto riprovo quella sensazione, sempre ricercata e mai più ritrovata nei precedenti anni, di connessione totale con me stessa, di riuscire a sentirmi un mezzo di ispirazione, un tramite elettrico di idee, immagini e sensazioni al contempo esterne ed interne. Le perdite affettive subite negli anni immediatamente successivi mi hanno definitivamente agganciata a questa mia passione, come un bisogno di persistenza, di immanenza ma anche un richiamo urgente di perseguire ciò che mi facesse sentire viva. E’ stato un punto di rottura radicale con una visione di vita in cui avevo cercato di inserirmi ma che sentivo non appartenermi e che inciso su tutte le mie scelte successive. La mia natura impaziente mi aveva reso difficile ripartire dal disegno, cosa che mi aveva in precedenza convinta che fosse solo una passione di bambina. Avvicinarmi alla pittura invece ha costituito una felice scoperta. E’, a tutt’oggi, il mezzo espressivo a me più affine perché mi ha consentito di non ricercare la perfezione nel disegno provando timore nell’utilizzo del colore ma anzi mi ha aperto alla maturazione della consapevolezza che è proprio l’utilizzo del colore a permettermi di dettagliare la bozza di disegno, superando quel blocco deli anni precedenti. La pittura mi ha permesso di scoprire me stessa e di comunicare con l’esterno al contempo ma non solo attraverso la mera realizzazione del dipinto bensì per la decisione interiore consapevole e coerente di dedicare il tempo disponibile alla pratica creativa. Si tratta di imparare a visualizzare quello che si sente, a provare a dare forma alle immagini confuse che ci rimanda la mente e soprattutto a distaccarsi dall’intrusiva convinzione di dover avere una precisa finalità prima di cominciare qualcosa che sentiamo di dover o voler fare. La tangibile soddisfazione del risultato materiale derivante dall’impiego di quel tempo, che è un tempo talmente ricco da non essere né perduto né investito, è poi certamente un ulteriore incentivo a proseguire nella ricerca. E’ un tempo sospeso, eterno. A volte ho come l’impressione che dipingere sia uno stratagemma per espandere il tempo. Sperimentando sono venuti a galla blocchi, convincimenti, condizionamenti e autolimiti che ho affrontato perseverando, esponendomi e accettando l’assoluta imprevedibilità del frutto di questo impegno. Come a dire che lo scopo, per la prima volta per me, è stato proprio il processo in sé. La sensazione che ho avuto è di aver fatto infiniti giri solo per tornare a ciò che sono sempre stata, accogliermi, e leggermi con gli occhi di un’adulta. La pittura è per me un moto liberatorio, un’opera di sublimazione e anche una incessante prova di coraggio. E’ coerenza tra ciò che sono e ciò che faccio. Oggi, quando sento montare l’angoscia, so che è tempo di creare, che ho accumulato esperienze e sensazioni che necessitano di una traduzione nel mondo reale. Veder nascere qualcosa che prima non c’era e poi anche odiarlo, condividerlo, straziarlo o vederlo guardato con occhi e impressioni altrui è impagabile. Mi fa sentire parte attiva di un tutto più grande che però parte da un tutto infinitamente piccolo che è dentro di me. Un trait d’union. Spesso si sente dire dagli artisti che l’opera, di qualsiasi natura, è come un figlio. Non mi sento di dissentire. Al pari di un figlio, infatti, sull’opera non ci si può troppo interrogare su quanto e come ci rispecchi o come avremmo voluto che fosse, come potrebbe essere più riuscita o più bella. Quel processo termina ed è testimone di un sé che non può essere rinnegato e che non può essere necessariamente manifestazione della nostra più rosea visione di noi stessi. È una fotografia di un momento, qualcosa che anche se diverso da ciò che avremmo potuto immaginare o desiderare, merita il nostro amore e sappiamo che, in un modo a volte anche inaspettato, non può che fungere da riflesso di una parte di noi.
Qual è il tipo di messaggio che vuoi generalmente comunicare con le performance artistiche?
Sicuramente si riscontra al principio del mio percorso un impianto caratterizzato da colori acidi, matti e intensi con linee di demarcazione molto nette e nitide proprio a riflettere questa presenza importante di blocchi, delimitazioni e bisogno di chiarezza e linee guida eppure i soggetti sono giocosi, allegri. Si riscontra una forte contraddizione tra la natura dei soggetti e una sorta di drammatismo latente, un grido disperato di gioia e vitalità che non riesce a esplodere ma sembra implodere in soggetti fermi nello spazio, irrigiditi eppure audaci. Vige nelle mie opere l’abbondanza delle righe, dei contrasti di colore, delle verticalità confuse proprio a manifestare questa difficoltà a lasciare andare dei confini del pensiero, un pensiero però che pur ponendo le basi di un tentativo di fissità e di riferimento è traballante e assolutamente imperfetto. Ho realizzato diverse serie anche immaginando le case delle persone, di fatto il mio lavoro ha sempre giocato su un doppio binario. Da una parte una produzione dedicata a ciò che ho immaginato avrei voluto avere in casa per me stessa e che quindi potesse essere fruibile anche per più soggetti e una produzione assolutamente allineata ad una ricerca estemporanea di assoluta autenticità. L’ultima serie pittorica che ho realizzato si intitola “Momento Sospeso” ed è l’ultimo stadio della mia evoluzione attuale. i colori stavolta sono tenui, opachi, pastellati, l’aria sembra rarefatta, le figure ferme eppure plastiche, in un movimento bloccato che sembra lento e intimo. Le figure sono rappresentate nell’attimo esatto in cui si vestono/svestono. I volti sono coperti, l’ambiente dà un senso di accoglienza, rarefazione, vulnerabilità, stanchezza. Il momento è sospeso perché l’atto è in quel frangente perfettamente identico tra il vestirsi e lo svestirsi, tra il concludere una giornata rientrando in un ambiente familiare, mettendosi comodi, o il prepararsi ad affrontare la giornata. Abbandonare o indossare la maschera. Momento sospeso riflette un rituale condiviso, un gesto quotidiano e ripetitivo, necessario, banale eppure ricco di un senso di abbandono e di pura autenticità. E’ l’attimo in cui non esiste alcuna maschera e proprio lì il volto è coperto, nascosto, proprio nel suo attimo di estrema coerenza.
Progetti per il futuro?
Attualmente il mio percorso creativo è in evoluzione, Sto scoprendo attraverso la pratica i colori che mi sono più affini, le immagini e le atmosfere che caratterizzano il mio mondo, un mondo in mutamento. Vorrei partecipare a call for artists tematiche candidando le mie ultime opere ma soprattutto proseguire con la realizzazione di serie. Ho in programma di realizzare un sito web dedicato e di curare la mia pagina Instagram giocando di più con i contenuti (@Effedisca). Mi piace anche l’idea di immaginare le mie opere in determinate stanze della casa, ad esempio la serie Momento Sospeso è pensata per la camera da letto. Sapere che le persone possano avere la mia arte nel loro spazio di vita, la casa, per me importantissima in quanto spazio sacro sacro in cui essere davvero noi stessi, mi rende felice. E’ come prendere parte alla vita degli altri, come se la vita che ho dedicato alla realizzazione di un’opera potesse a sua volta darne, attraverso le sensazioni che suscita, alle persone che la scelgono.

Qual è il tuo rapporto con l’Irpinia?
L’Irpinia è la mia casa. Forse sono un’irpina atipica perché non lamento mai il suo animo un po’ dormiente ma anzi mi fa pensare di appartenere ad una comunità con radici salde, austera, diffidente all’inizio ma dall’animo semplice e radicato. Il suo essere placida e rigogliosa mi convince di un desiderio condiviso, e assolutamente taciuto da parte dei suoi abitanti, che tutto resti cosi com’è, che questa città, dove il verde brillante spunta da ogni punto dell’orizzonte, possa rimanere sempre uguale a sé stessa, come la cittadina Spectre nel film di Tim Burton “Big fish”. Verde, isolata, tranquilla da dove potersi allontanare quando si ha voglia di altro ma che sia sempre un posto sicuro, un’oasi di quiete inattaccabile. E’ una terra che ti trattiene come un vortice ogni volta che ci torni. Personalmente trovo che la possibilità di trovare verde, natura, silenzio praticamente ovunque attorno alla città e al suo interno sia unvero lusso. Lo trovo semplicemente magico e raro.
Grazie Fabiana!
Grazie a Voi!