Che cosa accade quando un mito di Platone smette di essere soltanto un testo da interpretare e diventa un’occasione per interrogarsi insieme? È da questa domanda che prende avvio la riflessione di Fabio Mulas, vicepresidente nazionale del CRIF e Teacher educator in Philosophy for Children/Community, da anni impegnato nella formazione e nella pratica della Comunità di Ricerca Filosofica.
Laureato in Filosofia all’Università di Cagliari, docente di Filosofia e Storia nei licei, Mulas si occupa di Philosophy for Children/Community dal 2004 e dal 2010 è Teacher educator in P4C. Dal 2011 ha contribuito alla nascita della sezione cagliaritana del CRIF, coordinando e dirigendo attività seminariali e formative nell’ambito della P4C. Dal 2013 ricopre il ruolo di vicepresidente del CRIF nazionale. La sua esperienza attraversa dunque tanto la pratica della Comunità di Ricerca quanto la formazione di coloro che sono chiamati a facilitarla.
È proprio a partire da questa esperienza che Mulas legge il possibile incontro tra il mito platonico e la Philosophy for Children/Community. Il mito, sottratto a una lettura esclusivamente esegetica, può diventare infatti un dispositivo capace di mettere in movimento la ricerca filosofica, di suscitare meraviglia, generare domande e favorire la costruzione condivisa dei concetti.
Nel percorso formativo Platone, i miti e la P4C, questa prospettiva permette di guardare alla narrazione platonica non soltanto come a qualcosa da comprendere, ma come a uno spazio nel quale una comunità può tornare a pensare insieme.
Che cosa accade quando un mito platonico viene discusso non come testo da interpretare, ma come problema da interrogare insieme?
Quando un mito platonico entra in una Comunità di Ricerca Filosofica matura, non è più considerato come un documento storico da decodificare o una dottrina da imparare: avviene una trasmutazione pedagogica e filosofica. Infatti, se ci limitiamo a interpretare il mito, rimaniamo sul piano esegetico, ovviamente importantissimo per la comprensione della filosofia di Platone. Ma quando lo trattiamo come un problema da interrogare insieme, il mito perde la sua distanza temporale e può diventare uno stimolo concettuale per i partecipanti.
In particolare, la forma del mito consente quella attivazione della meraviglia che rappresenta il fondamento della letteratura lipmaniana. Consente inoltre la costruzione di concetti condivisi, trasformando le immagini in esso contenute in categorie filosofiche pratiche. Non va infine trascurato come l’interrogazione collettiva del mito ne rappresenti una sorta di democratizzazione; in particolare, nella P4C il testo non appartiene all’autore né all’insegnante-facilitatore, ma alla comunità. Interrogare il mito nel setting della Comunità di Ricerca significa dunque consentirle di abitarlo, ipotizzare scenari alternativi e verificarne le interpretazioni e la loro tenuta in base alle argomentazioni proposte dai partecipanti.
Quale rapporto c’è, secondo te, tra il mito e la Philosophy for Children/Community?
Il legame tra il mito platonico e la P4C è più profondo di quanto possa apparire. Una Comunità di Ricerca matura, che si è modellata tramite la letteratura lipmaniana, può individuare analogie e potenzialità tra i miti e i pre-testi lipmaniani.
Lo stesso Matthew Lipman ha strutturato i suoi racconti filosofici utilizzando narrazioni ricche di analogie, paradossi e spunti problematici, riprendendo l’intuizione platonica secondo cui il pensiero complesso ha bisogno di un supporto narrativo per essere esercitato. In particolare, individuo alcune analogie tra il mito e la letteratura lipmaniana.
Innanzitutto, in ambedue i casi il testo si profila come ponte verso l’astrazione, anche grazie al ricorso all’allegoria; inoltre, i testi offrono una forma concreta a concetti astratti, rendendoli accessibili senza per questo banalizzarli. Nel mito, così come nei pre-testi di Lipman, troviamo inoltre la presenza di categorie filosofiche alle quali accedere attraverso un distanziamento e, per così dire, una «sicurezza emotiva»: anche temi complessi o personali come la morte, la paura, ecc., possono essere esplorati senza sentirsi esposti direttamente. Naturalmente, il mito, così come la letteratura tipica della P4C, mette in gioco anche la dimensione creativa del pensiero.
La P4C nasce dal dialogo e dalla domanda. Che cosa può insegnarci Platone sul modo di fare una buona domanda filosofica?
Platone, attraverso la figura di Socrate, si profila come uno dei più importanti maestri dell’arte di interrogare. Nella P4C la domanda non serve a verificare se qualcuno conosca la risposta corretta, ma a mettere in moto la ricerca. Da Platone possiamo imparare cosa rende una domanda autenticamente filosofica, a partire dalla nota «ignoranza socratica», il sapere di non sapere.
In Platone, così come nella P4C, una «buona domanda filosofica» non è una domanda retorica o d’esame; è una domanda aperta e mossa da una sincera curiosità. Dunque, la domanda filosofica platonica non irrigidisce le certezze, ma le problematizza, compiendo un lavoro analogo a quello che si compie con la P4C.
Si tratta della metafora della puntura della torpedine marina, attribuita a Socrate, connessa alla funzione maieutica e destabilizzante del domandare. La domanda si profila come atto di cura e ricerca comune: nei dialoghi platonici la domanda rappresenta un invito a camminare insieme verso la ricerca della verità, insegna la pazienza della ricerca.
Nella pratica della P4C, la domanda filosofica platonica ci ricorda che chiedere non significa «interrogare qualcuno», ma interrogare insieme un problema, trasformando il dialogo da uno scontro di opinioni a un processo cooperativo di costruzione del senso, che mette in gioco tutto il valore della dimensione caring del pensiero.
La P4C consente a tutti e tutte di filosofare, tentando di riportare la filosofia a quella dimensione sociale e politica, nel senso ampio del termine, che caratterizzava il socratismo e che anche Platone si impegnò a incarnare. Penso, per esempio, ai suoi viaggi a Siracusa o alla tradizione relativa alla famosa lezione pubblica sul Bene, esperienze che, secondo una determinata lettura della vicenda platonica, rappresentarono per il filosofo ateniese anche momenti di delusione e che contribuirono alla successiva prevalenza di una dimensione più accademica del suo insegnamento.
Ma il senso del domandare rimane lo stesso, in Platone come nella P4C: aprirci a dimensioni inaspettate e stimolanti, verso una continua ricerca, fondamentale oggi forse più di allora.
Per info e iscrizioni
https://www.filosofare.org/crif-p4c/corso-platone-miti-la-philosophy-for-community/
