Se vi capita di andare a Roma, vi consiglio caldamente di entrare nella splendida chiesa barocca di Santa Maria della Vittoria, in Via Venti Settembre, non troppo distante dalla Stazione Termini e Piazza della Repubblica, perché potrete ammirare un complesso scultoreo di straordinaria bellezza, noto come “l’Estasi di Santa Teresa d’Avila”, uno dei più grandi capolavori della scultura e dell’architettura barocca, realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1647 e il 1652. L’opera è collocata all’interno della Cappella Cornaro della chiesa, è in marmo bianco e bronzo dorato e rappresenta il culmine dell’arte barocca, in cui Bernini fonde magistralmente architettura, scultura, pittura ed effetti di luce naturale per creare un vero e proprio palcoscenico teatrale sacro.
La scena raffigura il momento mistico descritto dalla stessa santa Teresa d’Avila nella sua autobiografia: la transverberazione, ovvero il momento in cui un angelo le trafigge il cuore con uno strale infuocato d’amore divino. Santa Teresa è colta nel momento del totale abbandono spirituale e fisico. È adagiata su una nuvola di marmo che sembra fluttuare nell’aria. Il panneggio della sua veste è tumultuoso e stropicciato, a specchio del suo turbamento interiore. Al suo fianco, un cherubino dal volto sorridente solleva delicatamente il lembo del suo abito per colpirla con la freccia.
Bernini riesce a scolpire l’ineffabile. Il volto della santa mostra gli occhi socchiusi, la bocca aperta in un sospiro e i piedi nudi abbandonati nel vuoto, esprimendo un’estasi che unisce la carne e lo spirito. Alle spalle delle statue scendono dei raggi in bronzo dorato. Bernini aprì anche una finestra nascosta (un lunotto) nella parte superiore dell’edicola, permettendo alla luce solare reale di piovere dall’alto, illuminando il marmo come se fosse una luce divina sovrannaturale.
Ai lati della cappella, Bernini ha scolpito dei bassorilievi che ricordano dei palchetti teatrali dai quali i membri della famiglia Cornaro (i committenti dell’opera) assistono alla scena sacra, commentandola e pregando. Sembra così di stare in un vero teatro, si assiste a una vera e propria scena teatrale
Il brano che ha ispirato il grande artista è tratto dal capitolo XXIX (paragrafi 13 e 14) del “Libro de la Vida” (Libro della mia vita), l’autobiografia spirituale scritta da Santa Teresa d’Avila intorno al 1565.
Ecco il celebre frammento originale tradotto fedelmente in italiano:
«Vedevo un angelo accanto a me, a sinistra, in forma corporea […]. Non era grande, ma piccolo e bellissimo, con il volto così acceso da sembrare uno di quegli angeli di altissimo rango che appaiono tutta fiamma… Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro mi sembrava vi fosse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere. Quando lo ritraeva, sentivo che se le portava via con sé, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore era così intenso che mi faceva emettere dei gemiti; ma era tanta la soavità che mi dava questo dolore grandissimo, che non si poteva desiderare che finisse, né l’anima poteva appagarsi di altro che di Dio. Non è un dolore fisico, ma spirituale, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un poco, e anzi molto».
Se si confronta questo testo con la scultura del Bernini, si nota come lo scultore abbia tradotto in immagini ogni singola parola: il dardo d’oro con la punta infuocata è visibile tra le mani del cherubino; l’angelo è rappresentato volutamente piccolo e fanciullesco (le sembianze di un putto), dal volto radioso e sorridente; i gemiti causati dal dolore e dal piacere simultanei sono scolpiti sul viso di Teresa, immortalata a bocca aperta e con gli occhi socchiusi nell’atto di sospirare; il totale abbandono del corpo (il piede che pende nel vuoto, la perdita di forze) manifesta visivamente l’ultima frase della santa, dove sottolinea che anche il corpo partecipa attivamente a questa unione mistica.
L’Estasi di Santa Teresa è considerata una delle opere più audaci e controverse della storia dell’arte sacra occidentale. Le polemiche e le critiche attorno al capolavoro di Bernini sono nate fin dalla sua inaugurazione nel 1652 e sono proseguite per secoli, dividendo i contemporanei dello scultore, i critici dell’Ottocento e gli storici dell’arte moderni.
La critica più feroce mossa a Bernini dai suoi contemporanei riguarda il realismo eccessivo e sensuale con cui ha tradotto l’estasi spirituale, ritenuto da alcuni al limite della decenza per un luogo di culto. In realtà, Bernini non inventò nulla di arbitrario: seguì alla lettera lo scritto di Teresa. La teologia cattolica dell’epoca (influenzata dal Cantico dei Cantici) approvava il cosiddetto misticismo nuziale, ovvero l’utilizzo di metafore carnali e amorose per spiegare l’unione ineffabile tra l’anima (la sposa) e Dio (lo sposo). Per i gesuiti e i committenti dell’opera, il dolore fisico e il piacere estatico erano due facce della stessa medaglia spirituale.
Un secondo filone di critiche riguarda l’impianto scenografico della Cappella Cornaro. Bernini, che oltre a essere scultore era un celebre scenografo e commediografo teatrale, trattò lo spazio sacro come un vero e proprio palcoscenico. L’inserimento dei membri della famiglia Cornaro all’interno di finti “palchetti teatrali” laterali fu visto da alcuni come un atto di vanità mondana e auto-celebrazione della famiglia aristocratica all’interno di una cappella funeraria, distogliendo l’attenzione dal raccoglimento religioso.
Nonostante le critiche sotterranee e i pamphlets satirici, l’opera non fu mai censurata o modificata dalla Chiesa cattolica. Il Papa e il cardinale Federico Cornaro – il committente dell’opera, raffigurato insieme ai membri della sua famiglia nei finti palchetti teatrali laterali – riconobbero il valore immenso della scultura come formidabile strumento di propaganda della Controriforma: mostrare il miracolo in modo così travolgente serviva a commuovere e impressionare i fedeli, obiettivo primario dell’arte barocca.
Ancora oggi, il critico Simon Schama riassume il capolavoro sottolineando come il fascino eterno dell’opera risieda proprio nella capacità di Bernini di far arrampicare i critici sugli specchi nel tentativo di negare l’evidente e bellissima fusione tra carne e spirito.
