Spiccioli di spiritualità, il rapporto tra ebrei e cristiani

A cura di Michele Pugliese

In occasione del consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del rapporto tra ebrei e cristiani in occasione del Giorno della memoria

Nella ricorrenza del “Giorno della memoria”, che si celebre il giorno 27 gennaio di ogni anno per ricordare lo sterminio degli ebrei perpetrato dalla Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale, vorrei analizzare brevemente il rapporto tra cristianesimo ed ebraismo, che è uno dei legami più complessi, profondi e, storicamente, tormentati della storia umana. Per descriverlo, spesso si usa l’immagine dell’innesto: il cristianesimo nasce come una branca dell’ebraismo che poi si sviluppa in una pianta autonoma. È chiaro che il cristianesimo non esisterebbe senza l’ebraismo. Gesù era un ebreo osservante, così come Maria, gli Apostoli e i primi discepoli. Abbiamo in comune gran parte della Bibbia e i concetti di Dio creatore, la legge morale (i Dieci Comandamenti). Il punto di rottura avvenne sulla figura di Gesù di Nazaret: per il cristianesimo Gesù è il Messia atteso, il Figlio di Dio che inaugura una Nuova Alleanza aperta a tutti i popoli (non solo agli ebrei). Per l’ebraismo il Messia deve ancora venire e Gesù sarebbe un falso Messia. Questo discrimine sulla figura del Messia ha portato a delle differenze fondamentali tra le due religioni e purtroppo, per quasi duemila anni, il rapporto è stato segnato dall’antigiudaismo cristiano.
La svolta è avvenuta solo nel 1965 con la costituzione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II: la Chiesa Cattolica ha rivoluzionato il rapporto, dichiarando che gli ebrei non possono essere ritenuti colpevoli della morte di Gesù e riaffermando il “patrimonio comune” delle due religioni. Papa Giovanni Paolo II definì gli ebrei i nostri “fratelli maggiori” nella fede, sottolineando che l’alleanza tra Dio e il popolo ebraico non è mai stata revocata. Entrambe condividono la stessa etica basata sull’amore per Dio e per il prossimo.
Inizialmente, i cristiani erano una setta all’interno del giudaismo. La rottura vera e propria si ebbe quando i cristiani iniziarono ad accogliere i pagani senza imporre loro la legge di Mosè e, soprattutto, quando proclamarono la divinità di Gesù. Nel 70 d.C., con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, le due strade si separarono definitivamente. Iniziò la stesura dei testi cristiani che spesso presentavano i leader ebrei come avversari di Gesù.
Quando il Cristianesimo divenne religione di Stato (Editto di Tessalonica, 380 d.C.), la situazione per gli ebrei peggiorò drasticamente. Si diffuse l’accusa infamante di “deicidio” (aver ucciso Dio). I teologi cristiani sostennero che la Chiesa avesse sostituito Israele nel piano di Dio e che gli ebrei dovessero sopravvivere solo come “popolo testimone” della propria presunta cecità, vivendo in condizione di sottomissione.
Nacquero i primi ghetti, furono imposti segni distintivi sugli abiti e scoppiarono i primi pogrom (massacri), spesso legati alle Crociate o a false accuse. Nel 1492, l’anno della scoperta dell’America, in Spagna i Re Cattolici espulsero tutti gli ebrei che non volevano convertirsi (i cosiddetti “ebrei sefarditi”). Nel 1555, Papa Paolo IV istituì il ghetto di Roma, imponendo restrizioni durissime che durarono fino al XIX secolo.
Nel XX secolo si passò dall’antigiudaismo di matrice religiosa (“ti odio perché non credi in Cristo”) all’antisemitismo di matrice razziale (“ti odio per il tuo sangue”). Sebbene il nazismo fosse un’ideologia pagana e anti-cristiana, essa poté attecchire in Europa sfruttando secoli di pregiudizi seminati dalla cultura cristiana. La Chiesa cattolica durante la persecuzione degli ebrei in Italia ebbe un ruolo molto attivo nel salvataggio di molti ebrei che furono nascosti nei conventi, ma nessuna presa di posizione ufficiale (molto discussi furono i cosiddetti “silenzi di Pio XII”).
I tre Papi più recenti hanno tutti visitato il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e il memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme, offrendo prospettive complementari: Giovanni Paolo II è stato il primo Papa a visitare Auschwitz (1979) e a pregare al Muro del Pianto. Il suo approccio è stato profondamente personale e storico. Durante il Giubileo del 2000, chiese perdono per le colpe dei cristiani verso gli ebrei attraverso i secoli. Definì gli ebrei “i nostri fratelli prediletti” e “fratelli maggiori”, sottolineando che l’antisemitismo è un peccato contro Dio e l’umanità.
Benedetto XVI – la sua visita ad Auschwitz (2006) fu particolarmente significativa perché era un Papa di nazionalità tedesca – disse: “In un luogo come questo vengono meno le parole, nel fondo non può restare che un silenzio di stupore, un silenzio che è un grido interiore verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?”.
L’approccio di Francesco è stato caratterizzato da un silenzio profondissimo e da parole cariche di vergogna per l’orrore commesso dall’uomo. A differenza dei suoi predecessori, Francesco scelse di attraversare il campo di Auschwitz in totale silenzio, senza pronunciare un discorso ufficiale, lasciando solo una frase scritta nel libro d’onore: “Signore, abbi pietà del tuo popolo! Signore, perdono per tanta crudeltà!”.
Ma il primo papa a compiere un gesto di riavvicinamento tra ebrei e cristiani, uno dei momenti di svolta più importanti e simbolici della storia della Chiesa ancor prima del Concilio da lui stesso convocato, fu Giovanni XXIII.
Per secoli, nella liturgia del Venerdì Santo, la Chiesa cattolica recitava una preghiera in latino che diceva: “Oremus et pro perfidis Judaeis” (Preghiamo anche per i perfidi Giudei). Per la verità il significato originale della parola “perfidi” era, in latino medievale, “per-fides” (senza fede, ovvero di non credere in Cristo). Ma, si sa, col tempo le lingue si evolvono e molte parole cambiano di significato e nell’italiano moderno la parola ha assunto il significato di “malvagio”, “traditore” o “ingannatore”, alimentando pesantemente il pregiudizio e l’odio antisemita tra i fedeli, e nessuno si era preoccupato di cambiare la parola in una liturgia importante come quella del Venerdì Santo. Il 27 marzo 1959, durante la sua prima celebrazione del Venerdì Santo come Papa, Giovanni XXIII fece qualcosa di inaspettato: interruppe la liturgia. Mentre il celebrante stava pronunciando la preghiera, il Papa diede l’ordine di fermarsi e di ripetere l’orazione omettendo l’aggettivo “perfidi”, dunque spontaneamente, com’era nello stile di quel grande papa. Poco dopo, nel 1960, cancellò definitivamente l’aggettivo da tutti i messali ufficiali. Fu un segnale chiarissimo: la Chiesa non doveva più usare un linguaggio che umiliasse il popolo ebraico.
Questo cambiamento non fu solo formale. Nel giugno 1960, il Papa ricevette in udienza Jules Isaac, uno storico ebreo francese che aveva perso la famiglia nei campi di sterminio e che aveva dedicato la vita a studiare le radici cristiane dell’antisemitismo. L’incontro fu commovente. Isaac presentò al Papa le prove di come la liturgia e la catechesi cristiana avessero alimentato l’odio verso gli ebrei. Giovanni XXIII lo ascoltò con umiltà e, alla fine dell’incontro, decise di istituire una commissione per trattare la questione ebraica all’interno del nascente Concilio Vaticano II.
Esistono diverse preghiere e testi che esprimono il legame tra cristiani ed ebrei, nate soprattutto dopo l’Assise vaticana per riparare i secoli di incomprensione. La più celebre e intensa è quella attribuita a Papa Giovanni XXIII, scritta poco prima della sua morte (1963). È una preghiera di “esame di coscienza” che ha segnato l’inizio di una nuova epoca: “Ci accorgiamo ora che molti secoli di cecità ci hanno chiusi gli occhi, per non vedere più la bellezza del Tuo Popolo Eletto e non riconoscere nel suo volto i tratti del nostro fratello privilegiato. Perdonaci la maledizione che ingiustamente abbiamo affibbiato al nome di ebrei. Perdonaci di averti crocifisso per la seconda volta nella loro carne. Perché non sapevamo quello che facevamo”.
Oltre alle parole, il gesto più potente di preghiera rimane quello di Papa Giovanni Paolo II, che il 26 marzo 2000 infilò tra le pietre del Muro del Pianto a Gerusalemme – com’è usanza di tutte le persone che si recano in quel luogo santo a pregare – un biglietto con questa scritta: “Dio dei nostri padri, Tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il Tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi Tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza”.