Chi paga severamente il conto della crisi climatica? Purtroppo, sempre il lavoratore. È il caso di Raffaele Carrillo, operaio campano di 48 anni, ennesima vittima del caldo eccessivo. L’uomo, che era dipendente come magazziniere per la CPM Trasporti nella zona industriale di Carinaro (CE), è stato colpito da un malore lunedì 24 luglio, circa alle ore 9:00 di mattina. Sul posto sono giunti i soccorsi, i cui sforzi sono stati vani. Raffaele, purtroppo, non ce l’ha fatta. La salma è stata poi trasportata presso l’istituto di medicina legale di Giugliano, dove è stata sottoposta ad autopsia. Le indagini sono state affidate ai militari della stazione di Gricignano. Questa mattina si sono tenuti i funerali alla chiesa di San Prisco, paese originario della vittima.
LE CAUSE DEI DECESSI
La morte di Raffaele, purtroppo, non è stata un caso isolato, ma uno dei 605 decessi sul lavoro dall’inizio del 2023 (fonte Cobas), dati in continua crescita a causa dell’esagerato innalzamento delle temperature, generato dal cambiamento climatico e dalle condizioni di lavoro. A Jesi, infatti, in provincia di Ancona, lo scorso 19 luglio un operaio di 75 anni, già sofferente di cuore, è stato stroncato da un malore mentre lavorava come gruista per la costruzione di un hub logistico di Amazon.
I RISCHI DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI A CAUSA DEL CALDO
Il calore eccessivo, come riporta l’Istituto sindacale europeo (ETUI) attraverso la penna della ricercatrice spagnola Claudia Narocki, può causare una serie di malattie cardiovascolari e respiratorie e, a lungo termine, anche problematiche dal punto di vista della fertilità e sullo sviluppo delle gravidanze. L’esposizione al caldo torrido, inoltre, spiana la strada anche a malattie renali, come rilevato in un rapporto del 2022 in America centrale.
In tal senso, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) stima che i lavoratori e le lavoratrici operino al meglio tra i 16° C e i 24° C. Dopo i 30 gradi i rischi di incidenti sul lavoro aumentato del 5-7%, dopo i 38° C del 10-15%.
Dati alla mano, i settori più a rischio sono l’agricoltura, l’edilizia, l’allevamento, il giardinaggio e il turismo. Aumenta poi il pericolo se si tratta di lavori svolti al chiuso, perlopiù a ritmi intensificati, come quelli svolti in fabbrica o nel campo della logistica, ambito in cui lavorava Raffaele. Nonostante tutti questi rischi e le sollecitazioni di sindacati di portata europea e mondiale, i paesi e le aziende non prevedono sistemi per mitigare gli effetti del caldo in favore della salute dei lavoratori e delle lavoratrici.
IL RUOLO DEI SINDACATI
Di fronte a questa vera e propria strage, ovviamente i sindacati non sono stati in silenzio. Maurizio Landini, segretario della CGIL, ha affermato: “Abbiamo chiesto ai nostri delegati nei luoghi di lavoro di richiedere alle aziende incontri urgenti per negoziare le necessarie modifiche temporanee all’organizzazione del lavoro, rimodulando turni e orari, fino ad arrivare quando necessario all’astensione dalle attività”. Simona Riccio della CISL, invece, sostiene che “sarebbe opportuno contrattare una riduzione dell’orario di lavoro, da recuperare nei periodi più freschi”.
LA CASSA INTEGRAZIONE ORDINARIA, QUANDO SI PUÒ RICHIEDERE?
Le lavoratrici e i lavoratori possono richiedere la Cassa integrazione ordinaria (CIGO) in presenza di temperature che superano i 35° C. Già in vigore dal 2017, quando l’INPS aveva chiarito la CIGO sarebbe scattata in caso di temperature troppo elevate che avrebbero impedito di svolgere il proprio lavoro in luoghi esposti direttamente al sole o al caldo torrido. In una nuova recente nota è stato aggiunto che il procedimento può scattare anche nel caso in cui la “temperatura percepita sia superiore alla temperatura reale”. La richiesta della CIGO è regolata dalla cause “eventi meteo” che è valida anche per le temperature invernali vicine agli 0° C, se non ancora più fredde. Affinché la CIGO possa scattare, però, è necessario che l’azienda disponga la sospensione delle attività lavorative. In seguito, il datore di lavoro è tenuto a specificare quali sono le giornate in cui l’attività lavorativa è sospesa o ridotta.
LA REAZIONE DEI SINDACATI AL PROVVEDIMENTO
Uno dei sindacati che si è dichiarato contrario al provvedimento è l’Unione Sindacale di Base (USB), che ritiene troppo elevata la temperatura di 35° C per la sospensione o riduzione delle attività lavorative.
La nota del sindacato:
“A nostro avviso il limite di temperatura in vigore per far scattare la cassa integrazione in determinati settori è troppo alto: 35° sono veramente tanti, soprattutto in presenza di elevati tassi di umidità, e rappresentano un rischio concreto per l’incolumità dei lavoratori. La cassa integrazione e lo stop alle attività devono scattare a 30° ed essere resi obbligatori per i lavoratori che esercitano attività a rischio, per la loro natura o per il contesto nel quale vengono esercitate. Sospendere il lavoro nelle ore più calde, inoltre, deve essere una misura strutturale per i settori a rischio termico elevato: il lavoro agricolo, le attività di magazzinaggio, dell’edilizia, quelle dei servizi ambientali e di tanti altri settori costretti a lavorare in spazi in cui le temperature si alzano esponenzialmente con il caldo, anche per mancanza di impianti adeguati di climatizzazione. Le pause, in ogni posto di lavoro, devono essere aumentate, cosi come devono essere distribuiti a cura del datore di lavoro acqua e sali minerali per il recupero psicofisico. USB e Rete Iside continuano la campagna di sensibilizzazione e di denuncia nei luoghi di lavoro e si riserva di prendere tutte le iniziative necessarie per tutelare la salute
LA CONDIZIONE DELL’OPERAIO TRA LA “COSCIENZA FELICE” DI H. MARCUSE E IL “MITO DI SISIFO” DI A. CAMUS (a cura di Asia Zammartino)
Dal punto di vista filosofico, un’analisi rigorosa della condizione dell’operaio, schiacciato dal sistema capitalistico-borghese, è stata effettuata dal filosofo tedesco Herbert Marcuse nella sua opera maggiore “L’Uomo a una dimensione” (1964). Un aspetto innovativo del suo saggio è stato esposto nel capitolo III, intitolato “La conquista della coscienza infelice: la desublimazione repressiva”, in cui l’autore, sottolineando l’unica dimensione propria dell’uomo moderno, quella tecnico-pratica, afferma che, con la perdita della “coscienza di classe”, la “coscienza infelice” di hegeliana memoria diviene la “coscienza felice”. Questa condizione è sintomo di un uomo ormai ridotto a un ingranaggio funzionale unicamente ai processi economici, privo della creatività e della spontaneità che tanto contraddistingue l’essere umano. Il sistema capitalistico-borghese ha fatto fronte al fermento rivoluzionario, illudendo l’operaio di aver ottenuto il potere d’acquisto per cui ha tanto lottato. Di conseguenza, nella società moderna non si può più parlare di “un proletariato infelice”, ma felice nella sua ingenuità. D’altronde, come ha evidenziato il padre “dell’assurdismo”, Albert Camus, nell’opera “Il mito di Sisifo” (1942), l’infelicità deriva dalla presa di coscienza. Sisifo, personaggio della mitologia greca e che rappresenta l’eroe assurdo con le sue passioni e tormenti, viene punito e costretto dagli dei a sollevare in eternità un grosso masso fino alla cima di un monte. Il macigno, dopodiché, rotolava fino a valle, obbligando Sisifo a ripetere nuovamente l’impresa. La tragicità di questo mito risiede nel fatto che l’eroe assurdo è cosciente della sua miserevole condizione, paragonata dallo stesso autore a quella dell’operaio: “L’operaio d’oggi si affatica, ogni giorno della vita, dietro lo stesso lavoro, e il suo destino non è tragico che nei rari momenti in cui egli diviene cosciente. Sisifo, proletario degli dei, impotente e ribelle, conosce tutta l’estensione della sua miserevole condizione: è a questa che pensa durante la discesa”.