Spiccioli di spiritualità, La visita del Papa in Turchia

A cura di Michele Pugliese

Per l’appuntamento domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. O. Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla dei cristiani in Turchia.
È in atto, in questi giorni, precisamente dal 27 novembre al 2 dicembre il primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, che visiterà due paesi molto importati nello scacchiere mediorientale, vale a dire la Turchia e il Libano. Il viaggio sarà scandito da alcuni appuntamenti molto significativi: immediatamente dopo l’arrivo in Turchia, una tappa al Mausoleo Atatürk, dedicato al fondatore del moderno Stato laico turco. Poi la cerimonia di benvenuto presso il Palazzo presidenziale, nel tardo pomeriggio il trasferimento a Istanbul, dove il giorno dopo presiederà un incontro di preghiera con i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate e gli operatori pastorali presso la Cattedrale del Santo Spirito. Quindi il trasferimento a Iznik (un tempo Nicea), dove si terrà la celebrazione ecumenica per i 1700 anni dal primo Concilio ecumenico della storia della Chiesa. Nel pomeriggio ritorno a Istanbul, dove nella mattina del 29 visiterà la Moschea Blu e incontrerà privatamente i capi delle Chiese e delle comunità cristiane della Chiesa ortodossa siriaca. Nel pomeriggio incontrerà il patriarca Bartolomeo, e i due firmeranno una Dichiarazione congiunta. Nella mattinata del 30, infine, il Papa visiterà la Cattedrale armena apostolica e la cattedrale di San Giorgio, mentre nel pomeriggio del 30 novembre lascerà la Turchia e si dirigerà in Libano, con arrivo a Beirut, dove incontrerà il presidente della Repubblica Joseph Aoun mentre il giorno dopo visiterà il monastero di San Maroun. Poi il trasferimento ad Harissa, nel santuario di Nostra Signora del Libano, nel pomeriggio del 1° dicembre ci sarà l’incontro ecumenico e interreligioso, e a seguire quello con i giovani. Il 2, ultima giornata del viaggio, è previsto l’arrivo al porto di Beirut per la “preghiera silenziosa” sul luogo dell’esplosione di un silos di nitrati che cinque anni fa uccise oltre 200 persone e ne ferì altre 7 mila. Infine la Messa e la partenza dal Libano per il ritorno a Roma.
Il numero di cristiani in Turchia è piuttosto basso rispetto alla popolazione totale. Alcune fonti indicano circa 180.000–200.000 cristiani, pari a circa lo 0,2% della popolazione. In passato, la presenza cristiana era molto più significativa: ad inizio del XX secolo, i cristiani rappresentavano una quota molto più alta della popolazione, poi il loro numero è diminuito per una combinazione di eventi storici, politici e sociali.
Maggiore è la presenza dei cristiani in Libano. Se prendiamo come riferimento una popolazione totale residente — esclusi grandi contingenti di rifugiati — di circa 5–6 milioni, i cristiani sarebbero circa 1,5-2 milioni, pari al 30-35% della popolazione libanese autoctona.
Ma perché i cristiani sono così poco numerosi in Turchia, terra che per 15 secoli è stata la patria del potente impero bizantino e dei cristiani ortodossi? Le ragioni sono molto complesse.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, la Turchia fu una delle regioni centrali del cristianesimo: molte comunità cristiane greche, siriache, armene erano attive già nel I–III secolo, con sedi di vescovadi e comunità consolidate.
Dopo Scisma del 1054, noto come Scisma d’Oriente, evento che sancì la separazione definitiva tra la Chiesa cattolica di Roma e la Chiesa ortodossa di Costantinopoli, il cristianesimo, nella sua versione ortodossa, fu fiorente in tutta la Turchia e nel medio oriente per molti secoli, anche dopo la conquista turca del XV secolo. Nel quadro dell’Impero ottomano, infatti, i cristiani (assieme agli ebrei) continuarono a vivere come minoranze protette — i “dhimmi” — con diritti limitati, tasse speciali, e uno status giuridico subordinato, ma libertà di culto e di riunioni. Esistevano moltissime chiese, monasteri, centri cristiani, specialmente nelle grandi città e in alcune regioni rurali. All’inizio ‘900 i cristiani — armeni, greci, siriaci/assiri, altri — erano ancora una parte sostanziale della popolazione, tanto che in città come Istanbul quasi la metà della popolazione era cristiana.
A partire dalla fine del XIX secolo, però, la presenza cristiana subì un declino drammatico a causa di una serie di eventi traumatici: durante gli anni 1894–1896 (noti come massacri hamidiani, dal nome del sultano ottomano Hamid II, che li ordinò) molte comunità armene furono decimate. Durante la Prima guerra mondiale e nel periodo immediatamente successivo, centinaia di migliaia — secondo alcune stime milioni — di cristiani (armeni, assiri, greci) furono uccisi, deportati o costretti ad abbandonare la terra d’origine. Un gran numero di greci ortodossi furono privati della cittadinanza turca e trasferiti in Grecia. Molti cristiani — per paura, persecuzioni, discriminazioni, povertà — emigrarono verso Europa, Americhe o altre parti del medio oriente. Il risultato fu che tra il 1894 e il 1924 la popolazione cristiana calò drasticamente.
Oggi, come detto, nella Turchia odierna, la minoranza cristiana è molto piccola rispetto al passato: secondo dati recenti, si stima che i cristiani siano nell’ordine di poche centinaia di migliaia in un paese di decine di milioni di abitanti. Molte chiese, monasteri e istituzioni cristiane che un tempo erano numerosi sono andati distrutti, abbandonati o riconvertiti, e la vita religiosa cristiana è spesso ridotta a piccole comunità ristrette.
Questo fa riflettere e dispiace, perché la Turchia è stata per secoli una terra multiconfessionale: cristianesimo, ebraismo, poi islam convissero — anche se con rapporti di potere squilibrati — per molti secoli.
La visita del papa, naturalmente non tende a fare proseliti, ma è una spinta molto importante per la pace tra i popoli, dove le religioni non devono essere strumentalizzate per fini politici ma piuttosto essere un seme per la costruzione di una pace giusta e di fratellanza tra i popoli.
Concludo con una breve preghiera ispirata dal nostro amato papa Francesco: “O Signore, Dio di tutta l’umanità, guarda con amore il mondo intero e tutti i popoli. Insegnaci a riconoscere in ogni persona un fratello o una sorella, al di là delle nostre diverse tradizioni e credenze. Purifica i nostri cuori dalle divisioni e dai conflitti, affinché possiamo ascoltarci e collaborare per costruire ponti e non muri. Che le religioni siano fonte di speranza e unità, e che il nostro impegno comune per il bene comune possa realizzare il sogno di un mondo più fraterno. Amen”.