La proposta dell’Esercito italiano di avviare un percorso di studi filosofici in collaborazione con l’Università di Bologna ha acceso un dibattito nazionale, soprattutto dopo le critiche del Collettivo Universitario Autonomo, che interpreta l’iniziativa come un segnale di progressiva contiguità tra istituzioni accademiche e apparati militari. A fare chiarezza è intervenuta l’Università di Bologna con una nota ufficiale: «Non è stata assunta alcuna decisione», ha dichiarato Palazzo Poggi, precisando che «ogni eventuale convenzione dovrà rispettare l’autonomia didattica e scientifica dell’Ateneo» e che ogni scelta sarà valutata «alla luce dei valori dell’Alma Mater e del ruolo pubblico dell’università». Una presa di posizione prudente, che mostra consapevolezza delle implicazioni politiche e simboliche del tema.
Il Collettivo studentesco, dal canto suo, teme una forma di legittimazione culturale delle politiche di riarmo e una normalizzazione della presenza militare negli spazi della formazione civile. È una critica che si colloca nella tradizione teorica inaugurata da Habermas, secondo cui l’università custodisce una funzione deliberativa che deve rimanere indipendente dagli imperativi strategici dello Stato. L’Esercito propone invece una lettura opposta: la filosofia come strumento per affinare la consapevolezza etica dei futuri ufficiali, approfondire il rapporto tra potere e responsabilità, comprendere la complessità antropologica dei conflitti. Un percorso accademico servirebbe, in questa visione, non a condizionare il sapere, ma a radicare la formazione militare in una cornice culturale ampia. Qui emerge un richiamo a Platone: nei dialoghi della Repubblica, chi detiene il potere deve essere formato alla conoscenza del Bene e alla virtù, perché solo così può esercitarlo giustamente; nel Gorgia, Platone riflette sull’etica del potere e sull’importanza di agire giustamente anche in contesti di forza; nel Timeo e nel Fedone, la filosofia viene vista come strumento per comprendere l’ordine cosmico e la dimensione morale dell’esistenza, che deve guidare ogni decisione politica e militare. Allo stesso tempo, Platone mette in guardia dal rischio di una filosofia strumentalizzata (vedi Leggi): se diventa mero ornamento del potere, perde la sua funzione critica e trasformativa.
Il nodo politico-filosofico resta quindi intatto: quale equilibrio è possibile tra autonomia accademica e collaborazione istituzionale? L’università, per sua natura, interroga il potere; il potere, se maturo, accetta di essere interrogato. Il rischio non sta nel dialogo, ma nella sua eventuale asimmetria. Un Ateneo che diventa ornamento culturale delle strategie statali smarrisce la propria vocazione critica; un esercito che si lascia provocare dalle domande della filosofia potrebbe, invece, rafforzare la propria dimensione pubblica e riflessiva. In un’epoca segnata dal ritorno della retorica della sicurezza e da nuove tensioni internazionali, la questione investe la relazione stessa tra sapere e potere: la filosofia può fungere da ponte tra mondi separati solo se conserva la capacità di interrogare, non di giustificare.
Resta ora da capire se il confronto tra UniBo ed Esercito potrà procedere nel segno della trasparenza e della parità annunciata dall’Ateneo. Se così sarà, la collaborazione potrà essere valutata senza sospetti; se così non sarà, la vicenda resterà un caso emblematico delle tensioni contemporanee tra autonomia universitaria, esigenze dello Stato e sensibilità della società civile.