Caserta saluta Raffaele Nogaro, il vescovo “in mezzo alla sua gente”

Il saluto commosso della città nella cattedrale di Caserta

«Desidero essere sepolto con Gesù crocifisso sul petto, nella nuda terra, in mezzo alla mia gente».
Sono state queste le ultime volontà di monsignor Raffaele Nogaro, pronunciate nella cattedrale di Caserta da don Nicola Lombardi, suo esecutore testamentario, prima dell’inizio dei funerali. E così è stato: il vescovo emerito di Caserta, morto nel giorno dell’Epifania a 92 anni, è stato sepolto nel cimitero cittadino, nella nuda terra, con il crocifisso sul petto, come aveva chiesto.

Venuto dal Friuli al Sud, Nogaro aveva scelto Caserta come casa definitiva, decidendo di restare qui anche dopo la fine del suo episcopato. Un legame profondo, ricambiato da una città che per giorni ha reso omaggio a un pastore amatissimo: la salma è rimasta esposta in cattedrale fino a venerdì mattina, mentre la Commissione Straordinaria del Comune ha proclamato il lutto cittadino.

La cattedrale era gremita in ogni ordine di posto per le esequie, celebrate da oltre un centinaio tra vescovi e sacerdoti, guidati dal cardinale di Napoli don Mimmo Battaglia. Presenti autorità civili e militari, rappresentanti istituzionali, una delegazione dell’Arcidiocesi di Udine, familiari giunti dal Friuli, esponenti del mondo associativo, del volontariato, del dialogo interreligioso e soprattutto tanti cittadini comuni, quelli che Nogaro chiamava semplicemente “la mia gente”.

Nell’omelia, Battaglia ha tracciato il ritratto di un uomo che «il Vangelo non lo ha spiegato soltanto, ma lo ha abitato fino in fondo», definendo il silenzio che avvolgeva l’assemblea «quello che si fa quando passa un profeta». Non casuale, ha sottolineato, la coincidenza delle date: Nogaro è morto nel giorno dell’Epifania ed è stato salutato nello stesso giorno in cui, nel 1983, fu ordinato vescovo. «La sua vita – ha detto – è stata una sola, grande Epifania».

Una vita spesa senza compromessi dalla parte degli ultimi: poveri, migranti, donne vittime della tratta, carcerati, giovani senza futuro, famiglie ferite dalla camorra e dall’illegalità. Nogaro non ha mai scelto il silenzio prudente, ma la parola evangelica, anche quando scomoda. La sua lotta contro la criminalità organizzata, la difesa di don Peppe Diana, l’impegno per una Chiesa povera, libera, non clericale e credibile, ne hanno fatto una figura profetica, non sempre compresa, ma profondamente coerente.

Prima della conclusione della celebrazione, i ragazzi del Movimento Migranti e Rifugiati hanno deposto sul feretro alcuni cartelli. Su uno, la scritta: «È caduto il nostro baobab». «Quando muore un baobab – hanno spiegato – è una tragedia per tutti. Era questo per noi».

All’uscita della bara dalla cattedrale, portata a spalla dai sacerdoti, sul sagrato è risuonata “Bella ciao”, come Nogaro aveva espressamente chiesto. Sotto la pioggia, il canto partigiano ha accompagnato l’ultimo viaggio del vescovo che aveva sempre scelto di stare dalla parte degli ultimi, tra applausi, lacrime e gratitudine.

Don Nicola Lombardi lo ha ricordato come «innamorato folle del suo Gesù», incapace di staccarsi dal crocifisso neppure da morto, mentre il filosofo Massimo Cacciari, in un messaggio letto durante la celebrazione, ha lanciato una domanda netta: «Se non saremo capaci di vivere nel suo segno, vorrà dire che Raffaele vive e i morti siamo noi».

Raffaele Nogaro riposa ora nella nuda terra di Caserta, in mezzo alla sua gente.
Il baobab è caduto. Ma le sue radici restano profonde in questa città, che continuerà a riconoscersi nel suo esempio di fede, coraggio e libertà.