Quando il teatro non guarda, si vive. Chapeau a Melchionna, regista visionario di DADP

18 anni di repliche in Italia e all'estero

Cala il sipario per il diciottesimo anno di repliche sullo spettacolo più innovativo e rivoluzionario del teatro italiano.
Sono entrata al Teatro Bellini con la curiosità di chi sa che assisterà a qualcosa di particolare, ma non immaginavo che Dignità Autonome di Prostituzione avrebbe scardinato così profondamente il mio modo di stare in teatro.
Il genio, la creatività, l’arte di Luciano Melchionna, regista–demiurgo dello spettacolo, restituisce al pubblico attivo, nelle serate tutte sold out, l’anima intrinseca del teatro, che si rivela in tutta la sua bellezza e profondità solo a chi sceglie di andare fino in fondo, oltre le apparenze, per ascoltare, conoscere, comprendere il senso vero dell’arte.
La sua idea, trasformare il teatro in una casa chiusa dell’arte, dove gli attori offrono pillole di vita e il pubblico diventa parte del rito, è ormai nota, ma viverla è un’altra cosa. Arte come specchio della realtà, racconto delle tante verità che il mondo racconta.

Ogni volta nuovo, ogni volta diverso, ma con una costante: il coraggio di osare, di andare oltre le apparenze per approdare alla conoscenza, senza veli né pregiudizi. Assistere a #dadp, come ormai è denominato in maniera familiare, è come entrare in un organismo vivo, pulsante, che ti riconosce e ti ingloba.
Una zattera al centro della scena, il naufragio di certezze e valori che caratterizza il nostro tempo, un tempo in cui la violenza, la guerra, la manipolazione mediatica dominano incontrastate. Ma c’è ancora speranza, grazie a chi mette a disposizione degli spettatori le sue prostitute dell’arte, capaci di trasportare il pubblico ai primordi del teatro autentico, dal sapore ancestrale, che si riappropria del suo compito, ritorna ad essere racconto.
Gli attori, tanti, diversi, ognuno con la propria storia e la propria temperatura emotiva, non interpretano un ruolo: si espongono. Portano in scena frammenti di sé, di ciò che sono stati e di ciò che sono in quel preciso momento.
A un certo punto il teatro si scompone letteralmente, si apre oltre la scena, sopra, sotto, all’esterno, nei camerini. Gli attori adescano, o meglio guidano, come novelli Virgilio, gli spettatori in luoghi altri, ambienti del teatro usualmente non destinati al pubblico, per dare vita a monologhi.
Ed è qui, in pochi metri quadri, non allestiti per ospitare, talvolta anche poco confortevoli rispetto alle poltroncine rosse (la qual cosa diventa assolutamente di secondo piano rispetto all’atmosfera che si crea e al rapporto privilegiato che quella porzione di pubblico instaura con la “prostituta” che lo ha irretito), il teatro ridiventa racconto educativo, sociale, politico, morale.
Nei camerini, nei sottoscala, negli spazi esterni si compie la catarsi del teatro: si entra pagando qualche “dollarino” e si esce arricchiti da emozioni che solo l’arte, quella vera, può donare.

Ogni pillola nasce dal loro corpo, dalla loro voce, dal loro sguardo, ma da ciò che ognuno porta entrando lì. E così, senza accorgersene, non si è più spettatore, ma parte integrante dell’evento. Non attore nel senso tradizionale, ma presenza attiva, interlocutore necessario.
Ogni incontro genera vibrazioni intense, terremoti emotivi: una confessione sussurrata a pochi centimetri dal volto, una risata improvvisa, una provocazione inevitabile.
E mentre tutto accade, si è consci che ciò che si stava vivendo non sarebbe potuto accadere la sera prima, né accadrà la sera dopo. Perché io non sarei la stessa, loro non saranno gli stessi, e il mondo fuori non era e non sarà lo stesso. Per questo sono diciotto anni che questa magia si rinnova, sempre uguale ma sempre diversa. Cambiano i luoghi, gli attori, i monologhi. Rimane l’arte, la musica, le performance di artisti talentuosi diretti da Melchionna, che dal suo trono, come un direttore d’orchestra, coordina uno spettacolo inclusivo e dinamico, dove con naturale curiosità attori e pubblico si mescolano diventando tutti protagonisti per celebrare l’arte e la vita, per inneggiare alla pace e alla libertà. Più di tre ore sono scivolate via senza che il tempo avesse più un peso. Gli spazi si aprono e il tempo si sospende.
Non si può raccontare l’intimo di ciò che ho provato, perché appartiene solo a quella sera, a quel preciso incrocio di emozioni, di respiri, di sguardi. Posso solo dire che ero lì, completamente, e che raramente mi è capitato di sentirmi così presente. Crea dipendenza, è vero, perché ritornare porterà ad entrare in altre storie, immergersi in nuove emozioni. Dignità Autonome di Prostituzione ci dimostra che il teatro, quando è vivo, non è un luogo dove si guarda, ma un luogo dove si vive. E chi c’è stato lo ha vissuto davvero.

Foto dalla pagina Facebook di DADP.