C’È UN MOSTRO LIBERO MENTRE BOSSETTI SCONTA LA PENA?

Caso Gambirasio: tra veridicità processuale e l'ombra del dubbio riaperta da "Le Iene" nella puntata di giovedì 22 ottobre

Il caso dell’omicidio di Yara Gambirasio non è mai stato soltanto una vicenda giudiziaria: è diventato lo specchio di una profonda frattura culturale italiana. A anni di distanza dalla sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato all’ergastolo Massimo Bossetti, l’opinione pubblica si riscopre ancora una volta spaccata. Merito – o colpa – di una contro-narrazione giornalistica, guidata da programmi come Le Iene, capace di riaccendere il dubbio laddove la legge aveva messo un punto fermo. Di fronte a questo eterno ritorno mediatico, la domanda che tormenta la coscienza collettiva rimane la stessa: c’è davvero un mostro nascosto ancora libero? Per comprendere questo fenomeno, bisogna accettare l’esistenza di due piani paralleli che non si incontrano mai. Il primo è quello della verità processuale. Nelle aule di tribunale la giustizia ha seguito un percorso rigoroso, fondato sulla sovrapposizione millimetrica del DNA di Bossetti con quello di “Ignoto 1”. Per i magistrati, quella firma biologica, unita a indizi precisi come i tracciati del furgone e i tabulati telefonici, ha superato ogni ragionevole dubbio. La legge ha fatto il suo dovere, decretando una colpevolezza e blindando il caso sotto il principio della cosa giudicata. Il secondo piano è invece quello del processo mediatico, che risponde a regole d’ingaggio completamente diverse. Nello studio televisivo, il linguaggio si fa emotivo, i dettagli tecnici diventano colpi di scena e le dichiarazioni dei consulenti di parte intervistati – come il medico legale che solleva dubbi sulle procedure di indagine – acquistano una forza suggestiva enorme. Lo spettatore, davanti allo schermo, non assiste a un dibattimento equidistante, ma viene guidato attraverso le crepe del sistema investigativo. Si crea così un cortocircuito: se la scienza forense commette un errore nella conservazione di un reperto o nella lettura di un metadato, l’intero castello accusatorio crolla nella mente di chi guarda. Questo articolo non vuole riprocessare Bossetti, né ignorare la professionalità dei periti della Procura. Vuole però evidenziare il pericolo di una giustizia percepita come incompiuta. L’ipotesi che vi sia un “mostro libero” sopravvive nel dibattito pubblico perché la TV è riuscita a dare lo stesso identico peso alla certezza scientifica e al dubbio metodologico della difesa. Finché questa distanza rimarrà così colossale, il caso Gambirasio non sarà mai davvero chiuso, lasciando l’Italia sospesa in un eterno e tormentato processo popolare.