La Filosofia come cantiere dell’anima: intervista a Salvatore Grandone

A cura di Sara Palmieri

Nel contesto della rassegna “Scenari del reale” curata dal prof. Pasquale Vitale, presso lo spazio off “Smoda” di Gianni Aversano, è stato presentato- con la partecipazione della prof.ssa Nunzia Capasso e della studentessa Martina Iorio, il testo di Salvatore Grandone “Vivere con filosofia” Diarkos editore. Al termine della presentazione, ho rivolto alcune domande al prof. Grandone 

In un’epoca dominata dall’illusione digitale, un professore trasforma l’aula in un “ospedale” dello spirito. “Insegnare non è trasmettere dati, ma aiutare i giovani a sporcarsi le mani con l’esistenza”.

Di fronte a una scuola sempre più burocratizzata, fatta di progetti esterni e “rumore” tecnologico, c’è chi propone un ritorno all’essenziale: la filosofia non come museo di idee morte, ma come pratica di vita. Abbiamo incontrato un docente che sfida il sistema della “ricompensa istantanea” per riportare i ragazzi al centro del loro percorso di crescita.

Professore, lei scrive che la filosofia non deve essere un museo, ma un cantiere. Qual è stata la sfida più grande nel convincere gli studenti a “sporcarsi le mani” con i concetti invece di limitarsi a memorizzarli per un voto?

«La sfida principale è scardinare un’abitudine mentale rassicurante: l’idea che io spieghi, loro memorizzino e ottengano un numero sul registro. Ma la vera filosofia è un lavoro in corso, un cantiere, appunto. La valutazione deve trasformarsi in autovalutazione: non serve solo per il curriculum scolastico, ma per capire come progredire nella propria vita e tendere alla virtù, intesa come eccellenza umana. Convincerli significa far capire loro che il pensiero è uno strumento vivo, non un reperto da esposizione.»

Citando Epitteto, lei definisce la scuola un “ospedale” dove si entra per soffrire e guarire. In un’epoca che rifugge il dolore, come reagiscono i giovani all’idea che la felicità passi attraverso l’accettazione della sofferenza?

«Viviamo in quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce una “società algofobica”, terrorizzata dal dolore e pronta ad anestetizzarlo subito. È difficilissimo oggi parlare di accettazione ai giovani, perché la nostra cultura nasconde persino la morte. Eppure, attraverso figure come Empedocle, cerco di insegnare che il dolore non va rimosso, ma affrontato. Solo attraversandolo si può guarire davvero; ignorarlo significa solo rimandare una crisi che tornerà più forte.»

In un’epoca dominata dal “sistema della ricompensa istantanea” degli smartphone, come possiamo spiegare a un giovane che la mancata realizzazione di un desiderio può essere una “chance di rinsavire” e un farmaco necessario per smettere di essere un “dormiente”?

«Il desiderio, come diceva Eraclito, può “comprare ciò che vuole a prezzo dell’anima”. In classe facciamo esercizi pratici: chiedo ai ragazzi di distinguere tra il desiderio che ti accarezza e quello che ti ossessiona, come l’ultimo modello di cellulare che, se manca, genera un turbamento profondo. Oggi i genitori tendono a spianare ogni strada, praticando quella che Heidegger chiamerebbe una “cura inautentica”. Al contrario, riscoprire la frustrazione e l’attesa significa riscoprire il “desiderio di desiderare”. La mancata soddisfazione immediata è la medicina per svegliarsi dal sonno del consumismo.»

Sia nel capitolo su Parmenide che in quello su Pitagora, lei critica il “rumore” e la “derealizzazione” causata dal digitale. Crede che la tecnologia stia rendendo l’uomo “ontologicamente sordo” alla verità dell’essere?

«Siamo immersi in quella che chiamiamo “infosfera”, dove il confine tra reale e virtuale è ormai sbiadito. Il virtuale sta letteralmente invadendo la nostra realtà. In questo contesto, Parmenide da solo non basta più: abbiamo bisogno di molti altri filosofi per non restare sordi alla verità. Siamo bombardati da pseudo-realtà che influenzano il nostro inconscio; per restare lucidi serve un lavoro immenso su se stessi, un esercizio costante di ascolto profondo che la tecnologia tende a silenziare.»

Lei è un docente che cerca strade alternative per insegnare filosofia. In che modo la sua ‘conversione dello sguardo’ ha cambiato il suo rapporto personale con la precarietà e le difficoltà della scuola italiana odierna?

«Provo un profondo disagio per la frammentazione della scuola italiana. Mi arrabbio quando vedo gli alunni portati continuamente fuori dall’aula per conferenze o progetti di ogni genere. Sono convinto che la vera rivoluzione didattica si faccia dentro la classe. L’inclusione e l’educazione all’affettività diventano “sostanza” solo nel dialogo quotidiano. Naturalmente non è semplice: richiede che io per primo pratichi questi esercizi di saggezza su me stesso. Non sono un saggio, ma mi sforzo di esserlo, confrontandomi ogni giorno con i grandi maestri della storia.»

L’intervista si chiude con un’immagine potente: una scuola che non è un semplice distributore di nozioni, ma un luogo di resistenza etica. In un mondo che corre verso il consumo immediato, il messaggio del professore è un invito alla sosta e all’ascolto. La filosofia, allora, smette di essere una materia scolastica per diventare una bussola: uno strumento necessario non per superare un esame, ma per imparare a navigare con consapevolezza nelle acque agitate della vita quotidiana.