La Traviata, l’amore oltre il maschile e il femminile

Di Giuseppe Girgenti

Domani, 19 settembre, torna alla Scala La traviata di Giuseppe Verdi. Ma “tornare” è un verbo quasi insufficiente per un’opera che, nel teatro milanese, porta con sé una storia diventata mito. Basti pensare al 1955. Maria Callas era Violetta, Giuseppe Di Stefano Alfredo, Ettore Bastianini Giorgio Germont; Carlo Maria Giulini dirigeva e Luchino Visconti firmava una regia destinata a cambiare la storia della messinscena operistica. Quella Violetta non era più soltanto un’eroina del melodramma: era una donna vera, incarnata, scandalosamente moderna.

Confrontarsi con quel fantasma sembrò a lungo quasi impossibile. Nel 1990 Riccardo Muti affidò però a Liliana Cavani una nuova Traviata, con le scene di Dante Ferretti, i costumi di Gabriella Pescucci e le coreografie di Micha van Hoecke. Nacque uno degli allestimenti più longevi della storia recente della Scala, ripreso negli anni anche fuori Milano, da Tokyo a Madrid e Pechino, e ora nuovamente affidato alla direzione musicale di Michele Gamba. La sontuosità di Ferretti e Pescucci non è semplice decorazione: costruisce intorno a Violetta il mondo che prima la desidera, poi la giudica e infine la abbandona.

Ho potuto assistere ieri alla prova generale grazie all’invito di Carlo Ciuffo, nel cast come mimo ballerino. In sala c’era anche Liliana Cavani, in ottima forma, testimone vigile di una sua creatura teatrale nata trentasei anni fa e ancora sorprendentemente viva.

Cavani ha detto in questi giorni che questa Traviata «parla alle donne di oggi». Ed è difficile non cogliere la modernità della sua intuizione. Violetta vive dentro una società rigorosamente patriarcale. Alfredo può frequentare una cortigiana, innamorarsene, convivere con lei e infine rientrare nel mondo rispettabile. Violetta, invece, rimane segnata dal proprio passato. L’uomo attraversa il desiderio; la donna ne porta il marchio.

Giorgio Germont rappresenta questo ordine nella sua forma più rispettabile e proprio per questo più insidiosa. Non è un padre-padrone caricaturale: è un uomo perbene che, in nome della famiglia e del futuro matrimonio della figlia «pura siccome un angelo», chiede a un’altra donna di sacrificarsi. La vergine da sposare e la cortigiana da allontanare diventano così le due facce della medesima costruzione patriarcale del femminile.

È però nella festa di Flora che il sistema mostra tutta la propria violenza. Alfredo getta ai piedi di Violetta il denaro vinto al gioco. Il gesto è atroce perché trasforma retrospettivamente l’amore in una transazione: la donna amata torna a essere la donna che si compra. E l’umiliazione deve essere pubblica, perché è davanti alla società che Alfredo pretende di restaurare il proprio onore maschile.

Qui Verdi introduce un paradosso formidabile. Germont, che ha imposto segretamente a Violetta la rinuncia, condanna pubblicamente il figlio. «Di sprezzo degno se stesso rende / chi pur nell’ira la donna offende». Il patriarca condanna così gli effetti dell’ordine di cui egli stesso è stato interprete. Violetta, invece, tace. Non rivela il proprio sacrificio e protegge persino l’uomo che glielo ha imposto. La donna socialmente “perduta” diventa moralmente superiore alla società che la giudica.

Una lettura femminista della Traviata è dunque non soltanto possibile, ma necessaria per comprendere la violenza della società borghese rappresentata da Verdi. E tuttavia fermarsi qui significherebbe forse perdere qualcosa di ancora più profondo. Perché l’amore verdiano finisce per oltrepassare la distinzione stessa fra maschile e femminile.

«Croce e delizia al cor». Quattro parole nelle quali è racchiusa un’intera fenomenologia dell’amore. E ancora. «Palpito dell’universo intero». L’amore espone entrambi gli amanti al piacere e al dolore, alla pienezza e alla mancanza, al possesso e alla perdita. Violetta e Alfredo non sono più soltanto una donna oppressa e un uomo appartenente alla società che la opprime: sono due esseri umani vulnerabili davanti a qualcosa che li trascende.

Ed è qui che Verdi sembra incontrare Platone.

Nel Simposio, Diotima insegna a Socrate la celebre scala d’amore. Dal desiderio di un singolo corpo si ascende alla bellezza di tutti i corpi, poi a quella delle anime, delle conoscenze, fino alla Bellezza in sé. Eros nasce dalla mancanza: figlio di Penia e Poros, povertà e risorsa, desidera precisamente ciò che non possiede.

Non è un caso che la compagnia di Carlo Rivolta, nella sua messinscena del Simposio platonico, abbia scelto proprio il preludio della Traviata per accompagnare la scena della scala d’amore. L’intuizione è potente. Quelle poche battute sospese fra desiderio e morte sembrano già contenere il destino di Violetta. Amiamo perché siamo esseri mancanti e mortali, e proprio per questo vorremmo rendere eterno ciò che sappiamo di poter perdere.

La Traviata di Cavani parla dunque alle donne di oggi perché mostra una società che divide il femminile tra donne rispettabili e donne perdute, facendo del corpo di Violetta il luogo sul quale gli uomini regolano famiglia, denaro e onore. Ma Verdi va oltre. Quando Violetta e Alfredo cantano l’amore come «palpito dell’universo intero», il patriarcato è già alle loro spalle. Non ci sono più soltanto l’uomo e la donna, il colpevole e la vittima, il maschile e il femminile.

Ci sono due amanti.

E c’è Eros. Croce e delizia, ferita e salvezza, piacere e dolore. Quel demone che, da Platone a Verdi, continua a ricordarci che amare significa uscire da sé.