Pescara. Diomede Barchiesi non ce l’ha fatta. Era intervenuto sul lungomare di Fossacesia per cercare di portare via il figlio diciottenne da una lite tra ragazzi.
Un pugno, la caduta e il gravissimo trauma alla testa.
Dopo cinque giorni è morto.
Una tragedia che arriva mentre le cronache continuano a raccontare aggressioni, pestaggi e risse tra giovanissimi.
E i numeri confermano che il fenomeno merita di essere guardato senza minimizzazioni, ma anche senza generalizzazioni.
Un padre vede il proprio figlio coinvolto in una lite e interviene per cercare di fermare tutto.
Vuole separarlo dagli altri ragazzi e portarlo via.
Pochi istanti dopo è a terra.
Un pugno. Una caduta. La testa che colpisce violentemente il suolo.
Cinque giorni più tardi, quell’uomo muore.
È la storia di Diomede Barchiesi, 50 anni, originario di Altino e residente a Lanciano, dipendente Stellantis.
È morto venerdì 14 agosto all’ospedale di Pescara, dove era ricoverato in condizioni disperate dopo quanto accaduto nella notte tra sabato 8 e domenica 9 agosto sul lungomare di Fossacesia, in provincia di Chieti.
La tragedia era cominciata poco dopo le quattro del mattino, al termine di una delle tante notti della movida estiva.
Secondo la ricostruzione finora emersa, Barchiesi era stato avvertito che il figlio diciottenne era coinvolto in una discussione con altri ragazzi.
Il padre avrebbe quindi raggiunto il lungomare e sarebbe intervenuto per separare i giovani e portare via il figlio.
È in quei momenti concitati che sarebbe stato raggiunto da un violento pugno al volto.
Il colpo lo avrebbe fatto cadere a terra, provocandogli un gravissimo trauma cranico.
Da quella notte Barchiesi non si è più ripreso.
Ricoverato in condizioni disperate all’ospedale di Pescara, venerdì mattina è stata diagnosticata la morte encefalica ed è iniziato il periodo di osservazione previsto dalla legge.
Al termine della procedura, nel pomeriggio del 14 agosto, il collegio medico ne ha dichiarato il decesso.
Per l’aggressione è indagato un giovane maggiorenne di Lanciano, che sembrerebbe essere esperto di arti marziali.
Spetterà ora agli inquirenti ricostruire fino in fondo responsabilità e dinamica di quanto accaduto.
Ma un dato, oggi, non ha bisogno di ulteriori accertamenti.
Diomede Barchiesi aveva 50 anni ed è morto dopo essere intervenuto in una lite che coinvolgeva suo figlio.
Un’altra lite che finisce in tragedia.
Raccontare quanto accaduto a Fossacesia soltanto come un terribile episodio di cronaca rischierebbe però di lasciare fuori una parte del problema.
Perché non è la prima volta.
E soprattutto non è necessario tornare indietro di anni per trovare episodi che impongono la stessa riflessione.
Appena un giorno prima della morte di Barchiesi, a Trani, un ragazzo di 18 anni, Cosimo Quagliarella, ha perso la vita dopo essere stato accoltellato alla schiena durante uno scontro tra giovani. Un diciassettenne si è successivamente presentato ai carabinieri accompagnato dal proprio avvocato, ammettendo le proprie responsabilità.
Le indagini dovranno chiarire l’esatta dinamica dell’accaduto.
Poche settimane prima, a Grumo Nevano, in provincia di Napoli, un’altra aggressione aveva avuto conseguenze drammatiche.
Un uomo di 70 anni era finito in ospedale in prognosi riservata dopo essere stato colpito al volto con un calcio mentre si trovava a terra, al culmine di uno scontro che aveva coinvolto un gruppo di ragazzi e alcuni anziani.
Un diciottenne è stato arrestato con l’accusa di tentato omicidio.
Fossacesia, Trani, Grumo Nevano.
Tre storie differenti, con dinamiche e responsabilità differenti, che non possono essere sovrapposte.
Eppure raccontano qualcosa che merita di essere osservato.
La violenza che esplode tra giovanissimi e che, in pochi istanti, può trasformare una discussione in qualcosa di irreparabile.
I numeri dicono che il problema esiste.
Secondo i dati del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno, riportati nel rapporto 2026 “(Dis)armati” di Save the Children, nel 2024 sono stati 3.968 i ragazzi tra i 14 e i 17 anni denunciati o arrestati per rapina, più del doppio rispetto a dieci anni prima.
Per le lesioni personali si è arrivati a 4.653 segnalazioni, quasi il doppio rispetto al 2014.
E per la rissa si è passati dai 433 ragazzi denunciati o arrestati nel 2014 ai 1.021 del 2024.
L’Italia rimane tra i Paesi europei con livelli relativamente bassi di criminalità minorile.
Ma all’interno di questo quadro l’aumento registrato per alcuni reati violenti esiste e non può essere ignorato.
Il problema, allora, non è trovare un’etichetta da appiccicare a un’intera generazione.
È capire perché, per una parte dei giovanissimi, la violenza fisica riesca a entrare così facilmente dentro un conflitto.
Una provocazione.
Una parola.
Uno sguardo.
Una rivalità tra gruppi.
Qualcuno che non vuole fare un passo indietro davanti agli amici.
E improvvisamente compaiono pugni, calci, bottiglie o coltelli.
Non esiste una spiegazione semplice né una sola responsabilità. Famiglie, scuola, disagio, modelli culturali, pressione del gruppo, social network, incapacità di gestire rabbia e frustrazione sono elementi diversi di un fenomeno molto più complesso.
Ma c’è una domanda che ogni nuovo episodio rende più urgente:
perché fermarsi viene vissuto da alcuni ragazzi come una sconfitta anziché come una dimostrazione di maturità?
E a volte muore chi prova a fermare tutto.