L’editoriale di Al
La discussione politica continua a concentrarsi sulle sue fratture interne mentre il quadro democratico del Paese si restringe. Le energie vengono assorbite da dispute sulla leadership, sulle primarie, sulle formule organizzative, mentre la realtà avanza in direzione opposta. Il dissenso viene trattato come un problema di ordine pubblico, il welfare arretra e il disagio sociale viene convertito in devianza da sorvegliare. Le politiche migratorie assumono la forma di dispositivi di esclusione che riducono il diritto d’asilo a un ostacolo da aggirare. La retorica securitaria diventa la grammatica dominante del dibattito pubblico e le garanzie costituzionali vengono reinterpretate come limiti da superare. La partecipazione democratica si riduce a rituale, mentre il potere si concentra e si verticalizza. Tutti segnali che convergono verso una forma di democratura, una democrazia solo di nome, svuotata nella sostanza.
Il contesto europeo conferma questa direzione. La sospensione di Schengen viene evocata come misura ordinaria, le barriere fisiche ai confini diventano soluzioni tecniche, i rimpatri vengono esternalizzati in paesi terzi sottraendo responsabilità giuridica e politica. Il diritto d’asilo viene ridotto a una variabile amministrativa e la convergenza tra governi conservatori e forze nazionaliste spinge l’Europa verso un modello che restringe il pluralismo e rafforza l’autoritarismo consensuale. La crisi di Ceuta, trasformata in strumento di pressione politica, mostra quanto rapidamente possa essere normalizzata la logica dell’eccezione.
In questo scenario, la politica italiana continua a discutere di sé. Il confronto tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si è trasformato in un esercizio di autoreferenzialità. Il PD difende la necessità di un programma comune prima delle primarie, il M5S rivendica che la linea politica debba essere definita dal voto popolare. Le correnti interne ai due partiti si muovono per evitare o anticipare la consultazione e le leadership si misurano non sulla capacità di costruire un fronte costituzionale, ma sulla capacità di prevalere nel campo largo. La disputa, pur non irrilevante, diventa un alibi per evitare la questione centrale: la difesa della Costituzione e dei diritti fondamentali.
La responsabilità politica è oggi. Non dopo le primarie, non dopo la definizione delle candidature, non dopo la risoluzione delle tensioni interne. La mancata costruzione di un fronte costituzionale avrà conseguenze politiche, sociali ed economiche. La compressione dei diritti produce instabilità, la criminalizzazione del disagio genera conflitto, la riduzione del welfare aumenta la disuguaglianza, la restrizione della democrazia indebolisce la capacità del Paese di affrontare crisi future. La deriva autoritaria diventa strutturale e non più reversibile.
Per questo la mobilitazione civica non è un gesto simbolico. È l’unico strumento rimasto per difendere la Costituzione quando la politica non lo fa. La società civile deve rimettere al centro ciò che la politica ha spostato ai margini: il diritto al dissenso, il welfare come infrastruttura democratica, il diritto d’asilo come principio costituzionale, la libertà come bene non negoziabile, la partecipazione come pratica quotidiana. Il fronte costituzionale non è un accordo tra partiti, è un patto tra cittadini. La politica continua a discutere di ciò che divide, la realtà continua a mostrare ciò che dovrebbe unire. La costruzione del fronte costituzionale non è un’opzione politica tra le altre, è la condizione necessaria per evitare che la democrazia italiana si trasformi definitivamente in una democratura. Chi oggi sfugge a questa responsabilità sarà chiamato a risponderne.