Dopo le conversazioni con Antonio Cosentino e Fabio Mulas, formatori della Philosophy for Children e Community, il percorso di avvicinamento al corso Platone, i miti e la P4C prosegue con Giuseppe Girgenti, che ne approfondisce le premesse storico-filosofiche, soffermandosi sul significato del mito nella ricerca platonica e sul suo rapporto con il discorso razionale. Se le prospettive dei formatori hanno permesso di mettere a fuoco le possibilità educative della comunità di ricerca, il contributo di Girgenti invita a tornare ai testi e alle questioni teoriche da cui prende avvio il progetto, interrogando una delle caratteristiche più originali della filosofia di Platone, la capacità di intrecciare argomentazione dialettica, immaginazione e narrazione.
Giuseppe Girgenti, professore di Storia della filosofia antica presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, si è formato all’Università Cattolica, dove si è laureato nel 1989 sotto la guida di Giovanni Reale con una tesi dedicata al platonismo e al cristianesimo in Giustino Martire. Ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia nel 1994 con uno studio su Porfirio, dopo aver approfondito i propri interessi a Monaco di Baviera con Werner Beierwaltes e a Parigi presso il Collège de France con Pierre Hadot. La sua ricerca si concentra sulla filosofia antica e sulla storia del platonismo pagano e cristiano, con particolare attenzione ai rapporti tra filosofia, metafisica e tradizione religiosa. Tra le sue pubblicazioni figurano Platone tra oralità e scrittura (Bompiani, 2001), Atene e Gerusalemme. Una fusione di orizzonti (Il Prato, 2011) e Il giardino e il ginnasio. Esercizi spirituali e ascetica del piacere (Mursia, 2015). È inoltre autore di numerosi studi e traduzioni di testi fondamentali della filosofia antica. Dal 2002 insegna presso l’Università Vita-Salute San Raffaele, dove prosegue la sua attività di ricerca e formazione
Giovanni Reale, suo maestro, ha dedicato particolare attenzione alla dimensione metafisica e alla funzione filosofica dei miti platonici. Alla luce della sua interpretazione, come possiamo comprendere il rapporto tra mito e dialettica in Platone? Il mito consente di accedere a dimensioni della realtà che il solo discorso razionale non riesce a esprimere pienamente, oppure va compreso all’interno del movimento argomentativo dei dialoghi?
Reale aveva assunto come criterio per spiegare il senso del mito in Platone quanto si legge all’inizio del Fedone. Di fronte alla morte l’uomo ha tre possibili scelte: (1) o sospendere il giudizio poiché non ne abbiamo esperienza e la ragione è debole di fronte alla possibilità di un’esistenza dell’anima nell’ aldilà; (2) o affidarsi fideisticamente a qualcuno dei miti tradizionali, come il mito omerico che parla del Tartaro, o il mito orfico che parla di metempsicosi, o il mito esiodeo che parla della mutazione delle anime in démoni; (3) oppure, ed è la scelta di Socrate, far dialogare mythos e logos, diaskopein kai mythologein, per vagliare con la ragione la plausibilità o meno dei miti esistenti, e poi per mettere in atto una mitopoiesi di secondo rango, ovvero la formulazione di nuovi miti filosofici “verosimili” che riguardano le realtà di cui non abbiamo esperienza immediata: quindi i miti dell’inizio del cosmo e della fine dell’uomo, i racconti escatologici che costellano i maggiori dialoghi (non solo il Fedone, ma anche la Repubblica, il Gorgia, il Politico e il Fedro)
Il contributo di Franco Ferrari permette di articolare ulteriormente la lettura di Reale, poiché richiama l’attenzione sulla varietà degli impieghi del mito nella scrittura platonica. I racconti non rispondono, infatti, a un’esigenza sempre identica, ma assumono significati differenti in rapporto ai problemi affrontati e allo sviluppo del dialogo. Talvolta il mito traduce in immagini e situazioni narrative risultati a cui la ricerca filosofica è già pervenuta, rendendoli accessibili attraverso una forma espressiva diversa dalla dimostrazione. In altri casi, la narrazione mira a coinvolgere il destinatario, mobilitandone l’immaginazione e gli affetti affinché il contenuto filosofico possa incidere anche sulle sue scelte e sul suo modo di vivere. Vi sono poi questioni per le quali il racconto costituisce una risorsa peculiare, perché consente di esplorare possibilità e realtà che il discorso argomentativo non riesce a rappresentare compiutamente. Il mito, pertanto, non va inteso soltanto come una risorsa alla quale Platone ricorre quando il ragionamento incontra un ostacolo insuperabile. Esso partecipa, con modalità differenti, alla costruzione del discorso filosofico, intrecciando argomentazione, immaginazione e persuasione. La sua funzione non può essere stabilita una volta per tutte, ma richiede di esaminare ogni racconto nel contesto del dialogo e in relazione alla questione che Platone intende affrontare.
Professore, come ha pensato di impostare le sue lezioni nell’ambito del corso Platone, i miti e la P4C? Quali aspetti del pensiero platonico e quali racconti mitici ritiene particolarmente significativi per comprendere il ruolo che il mito svolge nella ricerca filosofica di Platone?
Vorrei impostare le mie lezioni- in collaborazione con il dott. Pasquale Vitale- mostrando come il mito non rappresenti, in Platone, una parentesi narrativa estranea alla ricerca filosofica, ma costituisca una modalità attraverso cui il pensiero può affrontare questioni decisive per l’esistenza umana e per la comprensione della realtà. Il rapporto tra mythos e logos è infatti assai più complesso di una semplice contrapposizione tra un pensiero mitico, legato all’immaginazione, e un pensiero razionale, fondato sull’argomentazione. Platone non abbandona-come purtroppo si legge ancora in quasi tutti i manuali scolastici- il mito in nome del discorso razionale, ma lo sottopone a un processo di trasformazione, assegnandogli una funzione specifica all’interno della ricerca della verità.
Prenderemo, dunque, in considerazione alcuni dei racconti più significativi dei dialoghi, cercando di comprenderne la funzione alla luce delle questioni filosofiche che li attraversano. Il mito della caverna, nella Repubblica, consentirà di riflettere sul rapporto tra conoscenza e ignoranza, sull’educazione e sulla difficoltà di emanciparsi dalle proprie convinzioni, mentre il racconto di Eros nel Simposio permetterà di approfondire la natura del desiderio filosofico, inteso come tensione verso ciò che ancora non si possiede. (In questo senso Platone è molto distante da Spinoza che ha tentato un’analisi geometrica delle passioni) . I miti escatologici del Fedone, della Repubblica e del Gorgia ci condurranno invece a confrontarci con il destino dell’anima e con la responsabilità morale, affrontando questioni che, pur sollecitando la ragione, non possono essere risolte attraverso il ricorso alla sola esperienza. Un’attenzione particolare sarà dedicata al modo in cui Platone intreccia argomentazione e narrazione, facendo del mito uno strumento che, anziché contrapporsi necessariamente al logos, può sviluppare in forma figurata questioni già affrontate dialetticamente, rendere persuasivi determinati contenuti filosofici e aprire spazi di riflessione su realtà difficilmente accessibili alla conoscenza umana. Sarà pertanto importante evitare sia di ridurre i miti a semplici allegorie da decifrare, sia di considerarli racconti autonomi, separati dal contesto dialogico e argomentativo nel quale acquistano il loro significato. Ritengo, infine, che il confronto con la Philosophy for Children e Community possa offrire un’occasione particolarmente feconda per interrogarsi sulla vitalità di questi testi, dal momento che il mito filosofico non consegna necessariamente al lettore una risposta definitiva, ma può suscitare domande che continuano a interpellarci. L’obiettivo sarà quindi non soltanto comprendere che cosa Platone intendesse comunicare attraverso i suoi racconti, ma anche riconoscere quali interrogativi essi siano ancora capaci di generare e in che modo possano diventare occasioni di ricerca condivisa.
Professore, il rapporto tra mito e logos attraversa l’intera storia del pensiero occidentale e non si esaurisce nella filosofia platonica. Basti pensare a Giambattista Vico, che riconosce nella sapienza poetica e nelle narrazioni mitiche una forma originaria di conoscenza. Come si è trasformato, nel corso della storia della filosofia, il rapporto tra pensiero mitico e pensiero razionale? E fino a che punto possiamo considerarli forme di conoscenza distinte, anziché modalità che si intrecciano e si illuminano reciprocamente?
In termini generali potremmo dire che quello che viene definito “pensiero continentale “ (anche se io preferisco dire pensiero “mediterraneo “ essendo legato più alla tradizione antica greca e latina) resta molto attento al miti, al simbolo, al pensare per immagini, al rapporto con l’arte e con la spiritualità nelle sue varie forme; al contrario la filosofia analitica ha la pretesa di chiarire ogni aspetto del reale con l’analisi logica del linguaggio e con una riduzione della filosofia a scienza; io ritengo che questa prospettiva rischia di tagliare fuori dalla filosofia tanti aspetti fondamentali dell’esperienza umana. C’è da dire che lo stesso Wittgenstein, quando ha introdotto la pluralità dei giochi linguistici, si era reso conto dell’impossibilità di ridurre tutto al solo linguaggio logico.
Per info e iscrizioni
https://www.filosofare.org/crif-p4c/corso-platone-miti-la-philosophy-for-community/
