Regeni, una sentenza dopo dieci anni. Ma la verità resta ancora incompleta

Ci sono vicende giudiziarie che finiscono con una sentenza e altre che, anche dopo una sentenza, continuano a interrogare la coscienza di un Paese. Quella di Giulio Regeni appartiene alla seconda categoria. Oggi, dopo oltre dieci anni dalla sua morte, la Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni tre dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati per il sequestro del giovane ricercatore italiano. Un quarto imputato è stato assolto. È una decisione che segna un passaggio giudiziario importante, ma che non coincide con la risposta alla domanda che accompagna questa storia dal gennaio del 2016. Chi ha sequestrato Giulio? Chi lo ha torturato? Chi lo ha ucciso? E soprattutto, perché? La distanza tra queste domande e ciò che è stato possibile dimostrare in un’aula di tribunale racconta tutta la difficoltà di questo processo. Giulio Regeni aveva ventotto anni quando scomparve al Cairo, dove si trovava per svolgere la sua attività di ricerca, era il 25 gennaio 2016. Dieci giorni più tardi il suo corpo venne ritrovato lungo una strada alla periferia della capitale egiziana. Da quel momento iniziò una vicenda nella quale alla tragedia privata si aggiunse una complessa partita giudiziaria e diplomatica. L’inchiesta italiana si trovò infatti a operare senza la collaborazione delle autorità egiziane e senza la possibilità di portare gli imputati davanti ai giudici italiani. È anche per questo che arrivare a una responsabilità processualmente accertata si è rivelato così difficile. La giustizia, però, procede secondo regole diverse da quelle della memoria e dell’indignazione, deve individuare responsabilità individuali e dimostrarle attraverso prove che possano essere valutate in un processo e da qui la sentenza di oggi. Tre persone sono state condannate per il sequestro, non c’è invece una condanna per l’omicidio. Le motivazioni dei giudici saranno necessarie per comprendere fino in fondo come sia stato ricostruito il quadro probatorio e perché una parte delle accuse non abbia trovato conferma oltre la soglia richiesta dal diritto penale. Resta, intanto, ciò che nessuna formula processuale può attenuare: la sofferenza inflitta a Giulio. Le immagini del suo corpo, dopo il ritrovamento, raccontarono una violenza che ancora oggi è difficile persino da nominare. Il modo più potente per comprendere ciò che quella violenza ha significato è ricordare le parole di sua madre. Paola Deffendi, davanti al volto del figlio, disse di aver visto «tutto il male del mondo». È l’immagine di una madre che cerca il proprio figlio dentro un volto che la violenza ha reso quasi irriconoscibile, è la frattura tra il Giulio che aveva lasciato l’Italia, pieno di progetti e di curiosità, e il corpo che le veniva restituito. Da allora quella frase è rimasta legata alla storia di Regeni, perché il rischio, quando una vicenda giudiziaria dura dieci anni, è che il protagonista finisca lentamente per diventare un nome, un fascicolo, una fotografia ripetuta sui giornali nelle ricorrenze. Giulio, invece, prima di essere un caso internazionale era un ragazzo che aveva una famiglia, amici, interessi, studi, passioni e un futuro che si stava costruendo. È questo che i suoi genitori hanno cercato di difendere per tutti questi anni, non soltanto il diritto a una sentenza, ma il diritto di Giulio a non essere ridotto alla propria morte. La loro battaglia ha attraversato governi, crisi diplomatiche, richieste di collaborazione, udienze rinviate e ostacoli procedurali, ha conosciuto momenti nei quali la possibilità di arrivare a un processo sembrava allontanarsi ancora una volta, eppure la famiglia non ha smesso di chiedere verità. Oggi, dopo la lettura della sentenza, i genitori hanno espresso soddisfazione per il risultato raggiunto. Una reazione che può apparire sorprendente se si considera che l’accusa più grave non ha trovato conferma, ma forse quella soddisfazione va letta alla luce di dieci anni durante i quali il rischio più grande era che nessuno potesse mai essere chiamato a rispondere davanti a un giudice italiano. La sentenza non chiude dunque la vicenda, le sue motivazioni diranno molto, potranno chiarire il percorso seguito dalla Corte e il significato delle responsabilità riconosciute, ma è un dato che dopo dieci anni, il nome di Giulio Regeni continua a chiedere verità. È a quel volto infatti che bisogna tornare, al volto di Giulio prima della violenza, prima che tutto il male di cui gli uomini sono capaci gli si rivolgesse contro.