Spiccioli di spiritualità, il Pinocchio di Collodi

Di Michele Pugliese

Chi non ha mai letto il libro di Pinocchio, o per lo meno non ha visto le sue numerose trasposizioni in TV? Insomma, la storia è nota e densa di significati, tanto che essa viene utilizzata anche per l’IRC (Insegnamento della religione cattolica) e nella catechesi. Oggi non è più il caso di insegnare trasmettendo contenuti statici che ognuno con un click può trovare sul telefonino di cui, si sa, fanno grande uso i ragazzi. Bisogna stimolarli con nuove idee e magari facendo confrontare i contenuti di realtà diverse. La storia di Pinocchio non ha in sé nessun riferimento religioso, nel testo del racconto non si fanno mai espliciti riferimenti a Dio, a Gesù o alla Chiesa, ma il suo autore, Collodi, pur essendo un laico, aveva avuto una formazione religiosa, come molti a quei tempi, e la sua scrittura rivela che era intimamente intriso della moralità cristiana.
Per dare un contesto storico, “Le avventure di Pinocchio” furono pubblicate a puntate a partire dal 7 luglio 1881 sul Giornale per i bambini, e raccolte in volume nel 1883. Il romanzo nasce in un’Italia appena unificata, in un contesto in cui l’alfabetizzazione e l’educazione civica erano considerate strumenti fondamentali per la formazione del nuovo cittadino.
L’idea di utilizzare la storia di Pinocchio per l’IRC e per la catechesi moderna si deve principalmente alla fondamentale rilettura teologica del Cardinale Giacomo Biffi, successivamente ripresa e diffusa a livello pedagogico e scolastico dal saggista e insegnante Franco Nembrini.
Nel 1977, l’allora teologo Giacomo Biffi pubblicò il saggio “Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico alle Avventure di Pinocchio” (disponibile ancora oggi in una nuova edizione). In quel libro Biffi dimostrò che, al di là delle intenzioni laiche dell’autore, la storia di Pinocchio ricalca perfettamente l’ortodossia cristiana e la storia della salvezza. Geppetto rappresenta Dio Padre (il Creatore), Pinocchio è l’uomo che pecca e si ribella, il Gatto e la Volpe sono le tentazioni, e il ritorno finale a casa simboleggia la redenzione e la resurrezione (da burattino di legno a bambino in carne ed ossa). Nembrini, a livello pedagogico, propone Pinocchio non come una semplice favola morale sulla legalità, ma come il viaggio drammatico dell’uomo alla ricerca della propria dignità e della Verità.
Il racconto del burattino di legno permette di affrontare i concetti biblici di Creazione, Peccato, Libertà, Misericordia e Rinascita senza usare un linguaggio esclusivamente dogmatico (cosa che i ragazzi non gradiscono), ma partendo dall’esperienza e dalle fatiche del personaggio, specchio di ogni essere umano.
La storia di Pinocchio si distingue per la sua vivacità narrativa, il simbolismo profondo e la capacità di parlare a generazioni diverse, mantenendo intatta la sua attualità. Prendiamo la figura di Geppetto: rappresenta il Padre creatore che dà vita al legno inanimato, e con il suo lavoro di artigiano richiama l’atto divino della creazione dell’uomo; Pinocchio, come Adamo, nasce libero ma incline alla disobbedienza, e la sua caduta nel peccato – rappresentata dalle bugie, dalla fuga dalla scuola, dalla compagnia di cattivi maestri – è seguita da un lungo percorso di redenzione. La Fata Turchina, guida amorevole e severa, incarna una figura mariana o angelica, dispensatrice di grazia e ammonimento, mentre il Grillo Parlante è la coscienza interiore, spesso ignorata ma sempre presente. Il ventre del pescecane, dove Pinocchio ritrova Geppetto, evoca il Giona biblico e simboleggia il momento di massima prova e rinascita.
I personaggi secondari – il Gatto e la Volpe, Lucignolo, Mangiafuoco – rappresentano le tentazioni del mondo, le scorciatoie illusorie, le derive dell’egoismo e dell’ozio.
Concludiamo con un esempio concreto di come il testo della fiaba si adatti a un insegnamento morale: la fuga di Pinocchio dalla casa di Geppetto e la parabola del Figlio prodigo (chiamata anche del Padre misericordioso) nel Vangelo di Luca.
In entrambi i testi emerge lo stesso dramma: il rifiuto della paternità, l’illusione di una libertà senza regole che si trasforma in schiavitù, e la fame che diventa l’inizio del ripensamento.
Nella parabola il figlio minore esige la sua parte di eredità e se ne va. Il ragazzo spende tutto e si ritrova a pascolare i porci (il massimo della degradazione per un ebreo). Allora si ricorda dell’abbondanza della casa paterna e decide di farvi ritorno: il padre lo accoglie con gioia, anche se il primo figlio, il più grande, avrà da ridire su questa accoglienza troppo affettuosa.
Nella favola di Collodi Pinocchio vende l’abbecedario (comprato dai sacrifici di Geppetto) per andare a divertirsi al teatro dei burattini. Poi scappa con il Gatto e la Volpe i quali, con un raggiro, prendono i soldi a Pinocchio che in questo modo si ritrova solo, al buio, affamato e ingannato. Arriverà a mendicare un pezzo di pane, a subire l’umiliazione di essere legato al canile al posto di un cane da guardia, e infine a essere trasformato in un asino da soma. Nel momento del bisogno e della massima degradazione riconosce il valore di chi ha lasciato, si ricorda del padre e della felicità di quel poco che aveva, e rientra in se stesso.
I parallelismi con testo biblico sono molti ed evidenti. Geppetto vende la sua unica casacca invernale per comprare l’abbecedario a Pinocchio; Dio Padre dona tutto se stesso per l’uomo. In entrambi i casi, il figlio calpesta questo sacrificio per inseguire una gratificazione immediata.
Sia Pinocchio che il figlio minore confondono la libertà con l’assenza di legami. Scopriranno a loro spese che tagliando il legame con il Padre non diventano liberi, ma schiavi (dei burattinai, del Gatto e la Volpe, o dei padroni di porci).
La conversione nasce dal bisogno: non è un ragionamento astratto a far cambiare rotta ai due protagonisti, ma l’urto con la realtà, la fame, la solitudine e la nostalgia di una casa dove erano amati per quello che erano, non per quello che avevano. È la grande metafora dell’uomo che spesso si rivolge a Dio solo nello stato di bisogno e Dio ci accoglie sempre come un Padre misericordioso.