Spiccioli di spiritualità, Le zeppole e il cibo legato al culto dei santi

A cura di Michele Pugliese

Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità”, diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla delle zeppole di San Giuseppe e del cibo legato al culto dei santi.

Chi di noi, in occasione della festività di San Giuseppe, non ha mai gustato le zeppole che prendono il suo nome, dolci gustosi, fritti o al forno, coperti di crema e qualche amarena? E perché si chiamano in questo modo e sono legate alla devozione del santo tanto amato?

Innanzitutto bisogna dire che nel Cristianesimo (ma anche in altre religioni), ogni festa importante è spesso associata a un cibo tipico e le zeppole sono diventate il dolce simbolo della giornata dedicata a San Giuseppe, un po’ come il panettone a Natale.
Secondo la tradizione, durante le celebrazioni in onore del santo, soprattutto a Napoli e in Campania si accendevano fuochi, si preparavano dolci fritti per strada che venivano distribuiti alla gente. Le zeppole sono dedicate al santo perché una leggenda racconta che, durante la fuga in Egitto, San Giuseppe, per mantenere la famiglia, facesse il venditore di frittelle. Per questo motivo è diventato simbolicamente legato ai dolci fritti.
Ma il rapporto dei cibi con i santi è multiforme e variegato. I cibi legati alla storia dei santi sono un aspetto affascinante della tradizione cristiana: a ogni santo, in molte culture, è associato a un alimento simbolico che richiama episodi della sua vita, miracoli o semplicemente la devozione popolare. Nel Cristianesimo le feste dei santi erano momenti centrali della vita comunitaria, il cibo serviva a celebrare, condividere e ricordare. Del resto la nostra religione nasce proprio dal cibo, una cena pasquale ebraica in cui Gesù prefigurò la sua morte negli alimenti del pane e del vino.
Due santi di nome Antonio sono legati a cibi semplici e al pane benedetto. Nella festività di San Antonio Abate (17 gennaio) in alcune zone si distribuiscono alimenti agli animali, poiché questo santo è legato al mondo contadino e alla protezione del bestiame. Spesso raffigurato con un maialino ai piedi, simbolo derivante dal legame con gli allevatori di maiali. L’uccisione del maiale è stato sempre fonte di sostentamento per numerose famiglie contadine anche per la sua grande versatilità di non sprecarne alcunché. E infatti si dice che del maiale “non si butta niente”. La leggenda contadina vuole che durante la notte tra il 16 e il 17 gennaio gli animali parlino tra loro e la tradizione sconsiglia di ascoltarli, poiché l’evento è considerato di buon auspicio solo se ignorato dagli uomini.
L’altro Antonio, quello di Padova (festa il 13 giugno), è famoso per il suo pane. Il Pane di Sant’Antonio non è solo un alimento, ma un simbolo profondo di carità, fede e solidarietà. La tradizione nasce nel Medioevo ed è legata a un episodio miracoloso attribuito al santo. Secondo la leggenda, una madre, disperata per la vita del figlio, fece una promessa a Sant’Antonio: se il bambino fosse sopravvissuto, avrebbe donato ai poveri tanto pane quanto il peso del figlio. Il bambino guarì, e da quel momento nacque l’usanza di offrire pane ai bisognosi e fare elemosina in nome del santo. Il Pane di Sant’Antonio non è un tipo di pane speciale (può essere qualsiasi pane), ma è importante per il gesto simbolico che rappresenta. Infatti viene spesso collegato a iniziative solidali (mense, aiuti ai poveri).
Nella festività di Santa Lucia (13 dicembre) si distribuiscono dolci a base di grano o arance (variano per regione) e in alcune zone, specie in Calabria e in Sicilia, si mangiano piatti senza pane o pasta. La tradizione è legata a un miracolo avvenuto nel XVII secolo – le fonti citano il 1646 a Palermo e il 1763 a Siracusa – quando le due città furono colpite da una gravissima carestia che stava decimando la popolazione. Dopo intense preghiere alla santa, nel giorno della sua festa approdò in porto una nave carica di frumento. La fame era così tanta che la gente non aspettò di macinare il grano per farne farina (e quindi pane o pasta), ma lo bollì e lo mangiò direttamente. Per onorare questo miracolo e come segno di devozione, il 13 dicembre si evita qualsiasi cibo fatto con farina di frumento, sostituendolo con il riso, che prese il posto della pasta come portata principale e poi fu usato per i famosi arancini (o arancine che dir si voglia), gustosa pietanza siciliana apprezzata in tutto il mondo.
I cibi legati a Sant’Agnese (21 gennaio) variano a seconda delle tradizioni locali, ma sono quasi tutti uniti dal simbolismo dell’agnello, che richiama il nome della santa e la sua purezza. All’Aquila c’è laTreccia di Sant’Agnese che è il dolce simbolo della Festa delle malelingue, una tradizione che risalirebbe al XIV secolo. Un’ipotesi suggerisce che derivi dalle “malmaritate”, donne protagoniste di matrimoni infelici, sfortunati o combinati, ospitate in un monastero dedicato alla santa; il 21 gennaio, giorno di riposo, si riunivano per “dire il male” dei padroni presso cui servivano. Oggi la maldicenza è vissuta come una forma di “virtù civica”, un momento in cui è socialmente accettato smontare ipocrisie e criticare l’amministrazione cittadina. Il dolce è un lievitato soffice, simile a un grande maritozzo o a una brioche, spesso arricchito con granella di zucchero, che deve il suo nome alla tipica forma intrecciata che richiama sia i capelli della santa che l’intreccio dei discorsi di “maldicenza” che si avvitano su se stessi richiamando pettegolezzi su cose e persone. Consigliamo i ristoranti aquilani che durante le cene goliardiche del 21 gennaio, propongono menu tradizionali che celebrano il “sant’Agnese” (cioè il pettegolezzo).
A Roma non esiste un piatto “di strada” specifico, ma la tradizione è legata alla Benedizione degli Agnelli presso la Basilica di Sant’Agnese fuori le Mura. Dalla lana di questi agnelli benedetti vengono tessuti i Pallii, i paramenti che il Papa dona agli Arcivescovi. In passato, nel monastero di Sant’Agnese venivano preparati dolci e biscotti semplici dalle suore, come le pappardelle di San Gregorio o biscotti secchi chiamati “birbi”.
A Napoli il legame tra San Gennaro e il cibo è meno “specifico” rispetto ad altri santi, ma in tutta la Campania esistono comunque tradizioni gastronomiche molto forti legate alla sua festa, dove il cibo rappresenta soprattutto devozione e identità napoletana. Durante le celebrazioni di San Gennaro (soprattutto il 19 settembre), le famiglie preparano piatti tipici della cucina napoletana. Non sono strettamente “dedicati” al santo, ma sono cibi ricchi e festivi, preparati per onorare l’occasione: ragù napoletano, pasta al forno, polpette, salsicce. Dolci legati a San Gennaro sono il torrone e dolciumi. Infatti, durante la festa non è raro vedere bancarelle piene di torrone, caramelle e dolci tradizionali e anche un dolce simbolico molto curioso: il “Sangue di San Gennaro”, una crema o gelatina rossa in piccoli contenitori che richiama il famoso miracolo del sangue. Senza contare che durante la festa le strade si riempiono di street food napoletano (pizze fritte, graffe, taralli, sfogliatelle) per la gioia del palato di turisti e fedeli, per cui il cibo diventa parte dell’esperienza collettiva, non solo religiosa
Concludiamo questa breve carrellata sulle pietanze legate ai santi con la festività di Ognissanti (1° novembre) dove si collegano santi e commemorazione dei defunti. In Italia, e anche in Campania, queste giornate uniscono religione, memoria e tradizione popolare, soprattutto attraverso dolci simbolici. Il cibo diventa un modo per ricordare chi non c’è più, ma anche per mantenere un legame affettivo. I dolci tipici di questo periodo sono le “Ossa dei morti”, biscotti duri o friabili con una forma che richiama simbolicamente le ossa e ricordano la morte, ma in modo “dolce” e familiare. Ci sono poi anche le “fave dei morti”, dolcetti a base di mandorle perché nell’antichità le fave erano legate al mondo dei defunti (venivano deposte sulle tombe o mangiate durante i banchetti funebri perché si credeva che il loro consumo permettesse una comunione con l’aldilà). Simbolo di festa popolare e condivisione sono anche frutta secca e di stagione noci, castagne, fichi secchi. I cibi di Ognissanti e dei defunti uniscono dolcezza e ricordo, trasformano un momento triste in tradizione condivisa, mantengono vivo il legame tra vivi e morti.
In conclusione possiamo dire che la tradizione popolare ha legato molti cibi alle vite dei santi, vuoi perché tramandate da alcune leggende, vuoi perché il rapporto del cibo con la religione è molto stretto, sia in termini di digiuni per particolari occasioni, sia per il consumo di alcuni cibi particolari piuttosto che altri.
Il cristianesimo, poi a differenza dell’ebraismo e anche dell’islamismo, che vieta di mangiare alcuni cibi, non ne proibisce nessun, solo ne vieta il consumo in particolari occasioni. Del resto lo stesso Gesù non disdegnava di partecipare a banchetti e feste matrimoniali e quando gli dissero che i suoi discepoli non digiunavano e non seguivano certe prescrizioni ebraiche, rispose che i suoi discepoli non potevano digiunare quando lo “sposo” era ancora con loro, ma che lo avrebbero fatto quando non ci fosse stato più (Mt 9,14-15, Mc 2,18-20 e Lc 5,33-35). E in risposta alla polemica ebraica su mangiare certi cibi o piuttosto altri, rispose che tutto ciò che entra nell’uomo è puro, piuttosto sono le cose che escono che sono impure (Mc 7,14-23 e Mt 15,11-20), con cui Gesù rivoluzionava il concetto di puro e impuro tipico della legge ebraica dell’epoca. Il senso del suo insegnamento è che la vera moralità non dipende da regole alimentari esterne, ma dalle intenzioni del cuore.
E dopo questa carrellata sui cibi legati ai santi andiamo a gustare le zeppole di San Giuseppe. Buon appetito!