Da Assisi a Damietta, da Gerusalemme alla Puglia: il viaggio fantastico di Riva, Setta e Federica dentro una storia vera fatta di fede, guerre, diplomazia, leggende e incontri. Perché, ottocento anni dopo la morte del Poverello, la sua lezione sull’altro continua a interrogare il presente.
Nel 1984 Massimo Troisi e Roberto Benigni si ritrovarono catapultati in un altro tempo.
Il 1492.
Quello che non potevano sapere era che la storia avrebbe potuto offrire una macchina del tempo ancora più incredibile.
Basterebbe cambiare la destinazione.
Non il Quattrocento.


Il Duecento.
E al posto dei due protagonisti mettere tre personaggi contemporanei: il Tenente Riva, l’Ispettrice Setta e il magistrato Federica.
I tre archebusieri.
La loro storia potrebbe cominciare proprio nell’anno che oggi celebriamo: 1226.
Sono trascorsi ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi.
Ma il viaggio, paradossalmente, deve cominciare alcuni anni prima.
Perché per capire la morte di Francesco bisogna prima capire il viaggio che lo portò fino al Sultano.
1219: Damietta
Il campo crociato è davanti alla città.
Le tende si perdono nell’orizzonte.
Le armi luccicano.
Gli uomini aspettano la battaglia.
E poi compare Francesco.
Scalzo.
Disarmato.
Nel 1219, durante la Quinta crociata, Francesco riesce a raggiungere il sultano ayyubide al-Malik al-Kamil a Damietta. Le fonti raccontano la sua predicazione davanti al sovrano e ai dotti musulmani; la tradizione ha trasformato quell’incontro in uno dei più potenti simboli del dialogo tra cristianesimo e Islam.
Riva guarda il frate.
«Ma non ha paura?»
Setta risponde:
«Certamente sì.»
«E allora perché va?»
Federica guarda oltre le tende.
«Perché avere paura non significa smettere di andare.»
È la prima lezione del viaggio.
Francesco non va dal “nemico” per diventare come lui
Questa distinzione è importante.
Francesco non rinuncia alla propria fede.
Non propone una religione indistinta nella quale tutto diventa uguale.
Va dal sultano per annunciare il Vangelo.
E al-Kamil non si converte.
Ma ascolta.
Francesco non ottiene una vittoria religiosa.
Ottiene qualcosa che, dentro una guerra, può essere perfino più raro:
un incontro.
Tre archebusieri.
Un santo.
Un sultano.
E un dialogo che sopravviverà ai protagonisti.
Al-Kamil, il sovrano che ascolta
Al-Malik al-Kamil è una figura molto più complessa della caricatura del “nemico saraceno”.
Sultano ayyubide d’Egitto, nipote di Saladino, salì al potere nel 1218 e dovette confrontarsi con la Quinta crociata e con la presa di Damietta. Negli anni successivi entrerà anche nella grande vicenda diplomatica che porterà Federico II a Gerusalemme.
Il suo mondo non è quello di un sovrano pacifista.
È quello di un uomo di potere.
E proprio per questo la sua disponibilità a trattare con interlocutori diversissimi acquista valore storico.
La tolleranza, nel Medioevo, non è una categoria semplice.
È sempre mescolata alla politica.
Alla necessità.
Alla guerra.
Alla sopravvivenza.
Eppure, può esistere.
Federico II: un secondo viaggio verso Gerusalemme
La macchina del tempo porta i tre archebusieri in Puglia.
Qui incontrano Federico II di Svevia.
Lo vedono a cavallo.
Un falco appollaiato sul pugno.
Il sovrano sembra appartenere a un altro universo.
In realtà è figlio dello stesso Mediterraneo.
Un Mediterraneo nel quale latino, greco e arabo si incontrano nelle istituzioni, nella cultura, nella scienza e nella vita quotidiana.
Federico conosce la Sicilia multiculturale, il mondo musulmano e quello cristiano.
E proprio lui, qualche anno dopo, tornerà sulle tracce di al-Kamil.
1228-1229: una crociata senza grande battaglia
La Sesta crociata di Federico II contiene una delle più sorprendenti contraddizioni della storia medievale.
L’imperatore arriva in Oriente in una situazione politica difficile e si affida soprattutto alla diplomazia.
Con al-Kamil tratta.
Il 18 febbraio 1229 viene concluso un accordo che restituisce ai cristiani Gerusalemme e altri luoghi, lasciando ai musulmani il controllo del recinto del Tempio. Federico entra nella città e assume il titolo di re di Gerusalemme.
Riva non sa cosa dire.
«Ha conquistato Gerusalemme senza conquistarla con una grande battaglia.»
Setta risponde:
«Forse la storia è più complicata di come ci hanno insegnato.»
Federica aggiunge:
«Una guerra può finire anche quando qualcuno trova conveniente trattare.»
Non è idealismo.
È politica.
Ed è proprio questo che rende l’episodio tanto moderno da sembrare irreale.
Francesco e Federico: si incontrarono davvero?
La macchina del tempo ci porta allora in Puglia.
E qui compare la leggenda.
Una tradizione successiva racconta di un incontro fra Francesco d’Assisi e Federico II, collocato nell’area di Bari e generalmente datato all’inverno 1221-1222.
Il racconto è suggestivo: Francesco avrebbe criticato il malcostume della corte; Federico lo avrebbe invitato e avrebbe tentato di metterne alla prova la fermezza.
Ma bisogna fermarsi un momento.
È una leggenda, non un fatto storicamente documentato con certezza.
Ed è proprio questo a renderla interessante.
Riva domanda:
«Quindi non sappiamo se sia successo.»
Federica:
«Non abbiamo prove sufficienti per dirlo.»
Setta:
«Ma sappiamo che qualcuno, molti anni dopo, sentì il bisogno di raccontarlo.»
«Perché?»
«Per far incontrare simbolicamente due mondi.»
Francesco.
Il santo.
Federico.
L’imperatore.
Uno rappresenta la povertà evangelica.
L’altro la potenza politica.
La leggenda li mette uno davanti all’altro.
Non perché il documento lo ordini.
Perché la memoria lo desidera.
Damasco: il giorno in cui il sultano morì
Il viaggio continua.
6 marzo 1238. Damasco.
Al-Kamil muore.
È sabato.
Francesco era morto dodici anni prima, il 3 ottobre 1226, anch’esso di sabato.
La coincidenza non ha, naturalmente, alcun significato storico dimostrabile.
Ma nel racconto medievale sembra quasi impossibile non vederla come un segno.
Due uomini che non appartenevano allo stesso mondo.
Due uomini che si erano incontrati soltanto attraverso le vicende della storia.
E due morti cadute nello stesso giorno della settimana.
Il Medioevo amava leggere i segni.
Noi oggi possiamo leggerli come una suggestione narrativa.
La morte di Francesco e il linguaggio della leggenda
L’3 ottobre 1226 Francesco muore alla Porziuncola.
La memoria francescana ha circondato quel momento di immagini fortissime: la povertà fino all’ultimo respiro, il rapporto con la terra, il canto delle creature, il passaggio della morte vissuto come incontro e non soltanto come fine. Il Vaticano, nel ricordare l’VIII Centenario, ripropone oggi proprio la centralità del suo Transito e del suo messaggio di pace.
Non è un caso che il papa, aprendo l’VIII Centenario, abbia richiamato il saluto francescano:
«Il Signore ti dia pace».
Ottocento anni dopo, quelle parole sembrano quasi una risposta al nostro titolo.
Non ci resta che sperare.
Ma Francesco direbbe probabilmente qualcosa di più concreto:
la pace bisogna cominciare a donarla.
Castel Fiorentino: l’ultimo capitolo di Federico II
Nel 1250 arriva l’altra data.
13 dicembre 1250.
Federico II muore a Castel Fiorentino, in Capitanata.
È martedì.
La tradizione lega la morte dell’imperatore alla celebre profezia sub flore, associata alla figura dell’astrologo Michele Scoto: Federico avrebbe evitato Firenze per sfuggire alla previsione, salvo morire proprio a Castelfiorentino. La tradizione è stata trasmessa dalle cronache ed è entrata profondamente nella leggenda federiciana.
Tre giorni prima, il 10 dicembre, era sabato.
Anche qui possiamo costruire una geometria narrativa.
Sabato.
Domenica.
Lunedì.
Martedì.
Ma non dobbiamo trasformare l’agonia dell’imperatore in un “purgatorio terrestre” storicamente documentato.
È una lettura simbolica.
La storia ci dà le date.
La letteratura ci permette di metterle in relazione.
Quando gli schiavi diventano sultani
Federico morirà nel 1250.
Nello stesso anno il mondo ayyubide entra in una nuova fase.
I Mamelucchi, militari di origine servile già potenti nell’apparato ayyubide, prendono il controllo dell’Egitto e danno vita a un sultanato destinato a durare fino alla conquista ottomana del 1517.
Anche qui la storia ci obbliga a correggere la leggenda.
Non fu Federico a consegnare il proprio regno ai Mamelucchi.
Non fu una scelta personale dell’imperatore.
Fu il risultato di una crisi interna del mondo ayyubide e dell’ascesa politica della classe militare mamelucca.
Ma il significato simbolico resta fortissimo.
Il potere medievale non è immobile.
Uno schiavo può diventare comandante.
Un comandante può diventare sultano.
E una classe nata ai margini può finire per governare uno dei grandi centri del Mediterraneo.
La carta sul tavolo
Setta, intanto, ha trovato un altro indizio.
Una carta da gioco.
Non è il Settebello.
È qualcosa di molto più antico.
In Egitto sono sopravvissuti frammenti di carte mamelucche databili tra XIII e XIV secolo, con quattro semi: coppe, monete, spade e bastoni da polo. Sono tra le più antiche carte islamiche sopravvissute.
Riva prende la carta.
«E questa da dove arriva?»
Setta risponde:
«Da un mondo che viaggiava molto più di quanto immaginiamo.»
E allora torna la nostra parola preferita.
Mediterraneo.
Un luogo in cui viaggiano merci.
Ma anche simboli.
Lingue.
Tecniche.
Giochi.
Persone.
E idee.
Il Mediterraneo non era un confine
È forse questa la vera ragione per cui vale la pena raccontare Francesco nell’VIII Centenario insieme ad al-Kamil e Federico II.
Non per costruire un improbabile “triangolo perfetto”.
Ma per ricordare che il Mediterraneo medievale era già uno spazio interconnesso.
Francesco attraversa una linea militare.
Federico attraversa una linea diplomatica.
Al-Kamil attraversa una linea culturale.
Non diventano uguali.
Non smettono di essere chi sono.
E proprio qui si trova la grande forza della storia.
La tolleranza non è l’abolizione delle differenze.
È la capacità di impedire che le differenze diventino automaticamente guerra.
Il ritorno dei tre archebusieri
La macchina del tempo è finalmente pronta.
Riva vuole tornare a casa.
Setta ha con sé le sue carte.
Federica porta il fascicolo.
Prima di partire, però, guardano ancora una volta Francesco.
«Che cosa dobbiamo raccontare di te?» chiede Riva.
Francesco non risponde.
Non perché non abbia una risposta.
Perché la risposta è già nel suo modo di essere.
Un uomo che aveva scelto la povertà.
Che aveva attraversato il fronte.
Che aveva cercato l’altro.
Che aveva salutato il mondo con una parola di pace.
Ottocento anni dopo
Il 2026 celebra l’VIII Centenario della morte di Francesco.
Ma il vero anniversario non dovrebbe essere soltanto quello della sua morte.
Dovrebbe essere quello della sua eredità.
Perché Francesco è morto nel 1226.
Ma la domanda che lasciò aperta è ancora viva:
come si incontra chi non è come noi?
Federico rispose con la diplomazia.
Al-Kamil con l’ascolto.
Francesco con il dialogo fondato sulla propria fede e sul rifiuto della violenza come linguaggio necessario dell’incontro.
Tre risposte diverse.
Nessuna perfetta.
Tutte storicamente umane.
E forse è proprio questo che rende il loro viaggio ancora attuale.
Non ci resta che sperare
Riva guarda gli altri due.
«Allora abbiamo capito?»
Setta sorride.
«Una parte.»
Federica chiude il fascicolo.
«La parte difficile viene adesso.»
«Quale?»
«Tornare nel nostro tempo e vedere se abbiamo imparato qualcosa.»
La macchina del tempo riparte.
Assisi scompare.
Damietta scompare.
Gerusalemme scompare.
Resta il Mediterraneo.
E resta Francesco.
Ottocento anni dopo la sua morte, il suo messaggio non ci chiede di cancellare le differenze.
Ci chiede di attraversarle.
Perché il nemico può diventare interlocutore.
L’avversario può diventare compagno di dialogo.
Una frontiera può trasformarsi in un ponte.
E quando la storia sembra aver dimenticato tutto questo,
non ci resta che sperare.
Ma forse, ripensando a Francesco, dovremmo aggiungere una parola.
E cominciare.
