18 agosto, la notte di Santa Lena: la “chiama” napoletana per sapere se l’amore arriverà

Una notte per cercare. Tra fede, tradizione e magia popolare, il rito della santa dei cercatori: nove notti, una preghiera e un segno da interpretare

STORIA LIBERAMENTE TRATTA

Il 18 agosto, quando il calendario porta il nome di Sant’Elena, a Napoli e nel Sud riaffiora una storia che sa di fede antica, di balconi affacciati nella notte e di segreti raccontati sottovoce. È la storia della “chiama di Santa Lena”, un rito popolare che, secondo la tradizione tramandata di generazione in generazione, servirebbe a chiedere alla santa un segno su ciò che più sta a cuore: soprattutto l’amore. – E qua, a raccontarla a fattariello, bisogna fare un passo indietro.- Sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, è legata dalla tradizione cristiana alla ricerca della Croce sulla quale fu crocifisso Gesù. Una donna che cerca e che trova. E proprio da questa immagine sarebbe nata, nella devozione e nella fantasia popolare, la figura di Santa Lena come protettrice di chi è alla ricerca di qualcosa. Una cosa qualsiasi? Macché. Nel cuore della gente, soprattutto quando si parla d’amore, la cosa da trovare è sempre la più difficile: una persona che ricambi, un’anima gemella, una risposta che ancora non arriva. – E allora si “chiama” Santa Lena.- Non in pieno giorno, però. La tradizione vuole che il rito venga compiuto a mezzanotte, al buio e nel silenzio, preferibilmente davanti a una finestra, su un balcone o in un cortile dal quale sia possibile guardare lontano. La formula va recitata tre volte e, secondo la consuetudine, il rito si ripete per nove giorni consecutivi, accompagnando l’invocazione con preghiere come il Padre Nostro o il Gloria. La “chiama”, nella sua versione popolare napoletana, comincia così: “Santa Lena Imperatrice, pe’ mmare isti, pe’ terra turnasti, pe’ truva’ ’u crucifisso…” E poi la richiesta: dopo aver trovato la Croce, la santa dovrebbe concedere, per la propria santità e per la sincerità di chi la invoca, un segno. – E qua viene il fattariello…- Nella tradizione popolare napoletana esiste anche una scena che sembra fatta apposta per essere raccontata davanti a un caffè, con una nonna o una vecchia vicina di casa a fare da depositaria del mistero. È la storia di Nannina e Pascale, tramandata anche in forma teatrale. Nannina è innamorata e vuole sapere se Pascale tornerà. Non può mandargli un messaggio, non può controllare l’ultimo accesso sul telefonino e non può aspettare una chiamata. Deve aspettare e basta. Ma qualcuno le suggerisce un’altra strada: Santa Lena. “E che devo fare?”, domanda Nannina. E le spiegano la “chiama”: la preghiera, la notte, il silenzio e poi il balcone. Perché dopo aver invocato la santa bisogna guardare fuori e aspettare. E Nannina fa proprio così. È mezzanotte. Recita la preghiera e poi si affaccia. La strada è quasi vuota. Ed è quello il momento in cui, secondo la credenza popolare, bisogna stare con gli occhi e con le orecchie ben aperti. Perché la risposta non arriva scritta su un pezzo di carta. Arriva attraverso qualcosa che accade. Una porta che si apre può essere un buon segno. Una porta che si chiude, invece, può voler dire il contrario. Una luce che appare può portare speranza; una luce che si spegne può annunciare una delusione. Nannina aspetta il suo segno. E intanto pensa a Pascale. È una scena che oggi può far sorridere, ma che racconta bene la forza di queste antiche credenze: quando una persona vuole disperatamente una risposta, anche un piccolo rumore nella notte può sembrare un messaggio. E forse è proprio questo il bello del fattariello. Non sappiamo se Pascale sia tornato davvero. La storia non è la cronaca di un episodio verificato, ma appartiene alla tradizione popolare e teatrale che ha conservato questo modo di raccontare la “chiama”. Però Nannina, quella notte, una risposta la cercava davvero. E questo basta a farci capire perché la tradizione abbia resistito così a lungo.

Quando la notte diventa una risposta il punto più curioso della “chiama”. Una volta pronunciata la preghiera, bisogna interpretare quello che accade.

Un segnale positivo, secondo la tradizione, può essere tutto ciò che richiama la luce: una lampadina che si accende, il passaggio di un’automobile o di una moto con i fari illuminati, un lampeggio, un fulmine. Persino trovare qualcosa di giallo per terra, il colore del sole, può essere considerato favorevole. E poi c’è il fumo. Se sale diritto verso l’alto, senza disperdersi, il segno può essere letto positivamente. Se invece si allarga e si perde nell’aria, la risposta può diventare negativa. Al contrario, una lampadina che si fulmina, una luce lontana che improvvisamente si spegne, una finestra o una porta che sbatte chiudendosi sono, nella tradizione, segnali di chiusura. Per gli scettici, naturalmente, tutto questo può sembrare soltanto una coincidenza. Una lampadina può fulminarsi perché è arrivata alla fine della sua vita, un’automobile può passare con i fari accesi perché… è notte, e un fulmine resta pur sempre un fulmine. Ma per chi crede nella tradizione il discorso cambia. Perché certe usanze non vivono soltanto di spiegazioni razionali. Vivono di memoria, di racconti, di madri che hanno insegnato alle figlie, di nonne che conoscevano formule e regole, di persone che ricordano di aver aspettato un segno davanti a una finestra. E forse è proprio questo il fascino della “chiama” di Santa Lena: non tanto stabilire se funzioni davvero, quanto capire perché, ancora oggi, qualcuno senta il bisogno di rivolgersi alla notte per avere una risposta. Il 18 agosto, dunque, per la tradizione popolare non è soltanto il giorno di Sant’Elena. È anche una notte buona per cercare. E se l’amore è davvero una delle cose più difficili da trovare, chissà che Santa Lena, la santa che secondo la tradizione trovò la Croce, non possa almeno regalare a chi la invoca un piccolo segno. Poi, naturalmente, bisogna essere capaci di vederlo. Perché, alla fine, forse la vera “chiama” non è quella che facciamo alla santa. È quella che facciamo alla speranza.