La Sindrome di Medea del terzo millennio: mamme killer e bimbi indifesi e non tutelati

Negli ultimi 23 anni si contano  535 casi di figlicidio , con oltre il 50% dei casi per mano delle madri

La nostra epoca esprime tutto il suo profondo e gravissimo disagio in quella che viene definita la ” sindrome di Medea”, ovvero il sempre piu’ diffuso  fenomeno di mamme che uccidono i propri figli.

E’ altrettanto vero,  inoltre,  che , mentre si lotta incessantemente per affermare l’uguaglianza dei diritti e la parita’ di genere, l’infanticidio, o meglio il figlicidio, resta la piu’ insanabile delle ferite  ma anche quella  verso cui  assistiamo ad una limitata mobilitazione sociale, normativa e  politica.  Tutti pronti a scendere in piazza per il femminicidio o per garantire le tutele alla comunita’ Lgbt. Inutili panchine rosse ed inutili manifestazioni arcobaleno:inutili non nel merito,ma nella sostanza , se poi si rimane inermi dinanzi alla ” strage degli innocenti ” del Terzo Millennio.

Negli ultimi 23 anni si contano  535 casi di figlicidio , con oltre il 50% dei casi per mano delle madri.

Dal 2000 al 2013 sono stati 340 i minori uccisi, mentre il 2014 è stato l’anno nero, con 39 figlicidi, seguito dal 2018 con 33. E dal 2020 ad oggi se ne contano già 31.

Sono pochi i delitti in grado di destabilizzarci e colpirci così in profondità  perché sembra assurdo che la mamma possa riversare la propria aggressività contro quello che dovrebbe essere il suo principale oggetto d’amore

Il filo comune che lega i figlicidi sono i problemi di salute mentale e relazionale. Tra le cause ci sono la conflittualità tra genitori, che può anche follemente sfociare nella soppressione del legame tra i coniugi attraverso la morte di un figlio, alla mancata accettazione del ruolo di genitore. Non solo. Spesso – secondo una tesi della criminologia sugli infanticidi – chi uccide lo fa perché non riesce a sopportare il bambino che è in se stesso.

Indubbiamente, alla base dei figlicidi c’è di fondo una grande sofferenza che, talvolta, resta inascoltata

Negli ultimi giorni , il triste caso di  Voghera, dove una madre ha ucciso il figlio di un anno strangolandolo, richiama alla mente i tanti figlicidi che hanno scosso il Paese.

Sono stati centinaia i casi di figlicidio, ma la vicenda che sconvolse il Paese fu quello di Cogne, dove nel gennaio 2002 il corpo senza vita di Samuele Lorenzi, di 3 anni, venne trovato con profonde ferite alla testa nel letto dei genitori. La madre, Annamaria Franzoni, chiamò i soccorsi e chiese aiuto ai vicini. L’arma del delitto, forse una roncola, non fu mai trovata. Nonostante la condanna definitiva, Franzoni ha sempre negato l’infanticidio.

Nel maggio 2002 a Valfurva, Loretta Zen uccise la piccola Vittoria, di 8 mesi, dopo averla messa nel cestello cestello della lavatrice e attivato il lavaggio. Fu il padre, una volta rientrato a casa con l’altra figlia di 11 anni, a scoprirlo. A Vieste (Foggia) nel luglio 2004 Giuseppina Di Bitonto soffocò i figli, di 2 e 4 anni, tappando loro la bocca con del nastro adesivo. Poi si suicidò nello stesso modo.

Un bimbo di cinque anni a Casatenovo (Lecco) nel 2005 annegò nella vasca per il bagnetto, a casa sua. La madre, Mery Patrizio, raccontò che dei ladri erano entrati in casa aggredendola e il figlio Mirko, rimasto solo, era scivolato nell’acqua. Due settimane dopo confessò il delitto.

L’8 settembre 2005 a Merano un bambino di quattro anni viene ucciso a coltellate dalla madre mentre stava facendo colazione con pane e marmellata. La donna, 39 anni, tentera’ il suicidio gettandosi da una finestra del secondo piano del commissariato di polizia durante l’interrogatorio.

Il 20 luglio 2009 a Parabiago, in provincia di Milano, un’altra mamma uccide il figlio di 4 anni, strangolandolo con un cavo elettrico. La donna, 36 anni, soffriva di depressione ed era in cura in un centro psicosociale della zona. A trovare il piccolo, agonizzante, sono la nonna e la zia del piccolo. La mamma viene trovata a vegliare il cadavere del bimbo in stato di choc.

Il 19 febbraio 2010 a Venezia una donna di 47 anni uccide il figlio, un bimbo di sei anni, soffocandolo nel suo letto. Poi si uccide, impiccandosi. A scoprire i corpi e’ il marito.

Il 25 ottobre 2013 in provincia di Lecco, ad Abbadia Lariana, una donna uccide il figlio di tre anni, il primo dei suoi due figli, infierendo piu’ volte sul corpo del bambino.

Il 6 marzo 2013 in Calabria una madre di 43 anni uccide il figlio di 11 anni con un paio di forbici. La donna ha fatto uscire prima del termine delle lezioni il bambino da scuola, lo ha portato in una zona di montagna e poi lo ha sgozzato. Successivamente tenta, senza riuscirci, di togliersi la vita.

A Santa Croce Camerina (Ragusa), nel 2014 Loris Stival venne trovato in un canalone, a 4 chilometri dalla scuola che frequentava. La madre Veronica Panarello ne aveva denunciato la scomparsa alcune ore prima. Condannata all’ergastolo, dopo una serie di false accuse lanciate anche nei confronti del suocero, Panarella – che aveva strangolato la piccola vittima con delle fascette di plastica – ammise il delitto solo diverso tempo dopo.

Sono stati tanti anche i padri assassini, in questa casi spesso per gelosia o faide familiari. Nel 2018 i figlicidi sono stati commessi da 20 padri a fronte di 11 mamme. Tra i casi più efferati, quello del ’94: Tullio Brigida – poi condannato all’ergastolo – uccise a Civitavecchia i suoi tre figli di 13, 8 e 2 anni per vendicarsi della moglie che lo aveva lasciato. I tre bambini morirono nell’auto del padre, mentre dormivano sui sedili: Brigida collegò l’abitacolo della sua autovettura allo scarico del motore, tramite un tubo di gomma, saturando l’aria di monossido di carbonio. I corpi erano stati sepolti e al loro ritrovamento l’uomo tentò di giustificarsi dicendo che i suoi tre figli erano morti per il malfunzionamento di una stufa.

 

Il delitto di figlicidio si inquadra  nei  delitti commessi in famiglia e , va detto, questi  delitti esprimono la profonda ed inesorabile deflagrazione della famiglia tradizionale. Qualcuno ha affermato che  “ la famiglia uccide piu’ della mafia“.  I dati divulgati dall’Eures (Ricerche Economiche e Sociali), aggiornati al 2019, confermano come gli omicidi in ambito familiare (family e intimate homicide) rappresentino in tendenza poco meno della metà di quelli totali.Centocinquantotto omicidi in famiglia, uno ogni 55 ore. E in 19 casi le vittime sono i figli.

Lo scorso anno gli omicidi in famiglia sono stati 75 al Nord, 30 al Centro e 54 al Sud, complessivamente il 10,2% in meno rispetto ai 176 dell’anno precedente . Per quanto concerne il caso specifico dei figlicidi, essi rappresentano circa il 12% del totale.  L’arma più usata si conferma l’arma da taglio (31,7%), seguita da quella da fuoco (27%), dal soffocamento/strangolamento (15%), mentre la divisione in base alla fascia d’età rileva che ben 67 delle 682 vittime degli ultimi quattro anni – una su 10 – erano minorenni, e di questi 42 (il 6,2%) aveva meno di 5 anni.Molto interessante è anche la disamina relativa ai dati del reato.Nella maggior parte dei casi presi in considerazione dai criminologi, si tratta di omicidio di un unico bambino (61%) o di tentato omicidio sempre di un unico bambino (24%); nel 6% dei casi vi sono più vittime. Il delitto si consuma in casa (85%) o all’aperto (11%). Tra i luoghi dell’abitazione dove si svolge l’omicidio vi sono il bagno (64%), la camera da letto (20%) e la sala da pranzo”. 

Il delitto  di figlicidio avviene dal primo anno del bambino in poi, anche in età adulta. È possibile identificare, attraverso il movente, le variabili circa i diversi atteggiamenti delle madri carnefici;
1. Le madri che uccidono un figlio non voluto possono negare con forza la loro responsabilità, attribuendola a terzi. In contesti di suicidio allargato (situazioni di estrema depressione senza possibilità di ricevere aiuto dall’esterno, il suicidio è percepito come un atto riparatore che pone fine ad una sofferenza divenuta insopportabile. In questi casi si ha spesso premeditazione dell’atto e le vittime sono i figli più piccoli, ritenuti meno idonei ad affrontare da soli le presunte avversità della vita) e dopo essere sopravvissute al tentativo di uccidersi, generalmente raccontano con facilità e notevole sofferenza personale il loro progetto omicidiario, specificando i mezzi usati per sopprimere il figlio. (Invece, chi è affetto dalla sindrome di Munchausen per procura, tenderà a negare anche davanti all’evidenza di prove certe).
2. La seconda variabile riguarda i processi psicologici di trasformazione dell’immagine dell’aggressore e della vittima: per difendersi psicologicamente si tende a trasformare l’episodio, se stessi e la vittima in modo non sempre cosciente. La madre cerca di cancellare l’immagine che ha di sè stessa (crudele, spietata vendicativa) in una madre disperata, ferita e sofferente: questa nuova identità le permette di mantenere una sufficiente autostima ed accettazione di sè.
3. L’ultima variabile concerne nell’utilizzare influenze esterne per fini difensivi, ovvero eludere la giustizia e attenuare la pena prevista.
Negli omicidi familiari, quello dei figli, rappresenta sicuramente il reato che più di tutti è in grado di suscitare sgomento e una profonda ansia e riprovazione collettiva. È bene specificare come il crimine non è per nulla appannaggio esclusivo di genitori affetti da psicopatologie, anche se costituiscono la maggior parte i rei giudicati affetti da vizio di mente al momento del fatto.

 

A tal proposito sono identificabili moventi del figlicidio comuni sia per i padri che per le madri. Tra le cause troviamo;
omicidio per pietatis causa: si attua nei confronti di un figlio affetto da una grave malattia. Generalmente viene compiuto da genitori anziani che, sentendo la vita scivolare fra le mani, si preoccupano delle sorti del proprio figlio che rimarrà in vita senza di loro. Hanno timore che la mancanza di una buona rete possa non soddisfare i bisogni speciali di quest’ultimo.
omicidio per gravi malattie mentali dell’autore come schizofrenia, depressione, psicosi
omicidio per obbedienza a una credenza superiore, ad una devozione irrazionale o per pratiche occulte
Omicidio conseguente a maltrattamenti con esito fatale e negligenza
omicidio per spostamento dell’aggressività dal partner al figlio: il marito o la moglie possono uccidere un figlio per “vendetta” nei confronti del partner. Lo possiamo considerare una sorta di Uxoricidio indiretto poiché viene tolto al partner ciò che ha di più prezioso.

Quest’ultima motivazione viene identificata in psicologia come “Sindrome di Medea”, presa in prestito proprio dal mito Greco di Euripide: Medea fugge con Giasone dopo aver rinunciato alla famiglia di origine ma quando quest’ultimo minaccia di abbandonarla per un’altra, la donna uccide i loro due figli allo scopo di vendicarsi del tradimento dell’amato. I figli sono stati uccisi da Medea non solo perché in tal modo si sarebbe interrotta la linea di discendenza di Giasone, ma anche per una visione del tutto possessiva dei propri figli, estromettendo il padre. I figli di Medea diventano un bene materiale su cui manifesta un sentimento di onnipotenza. La madre è colei che gli ha dato la vita e si sente in diritto anche di togliergliela. La spada con cui trafigge i figli rappresenta il fantasma di una madre aggressiva e vendicativa.
Tipicamente femminile, negli ultimi anni è un fenomeno che sempre più caratterizza anche i figlicidi commessi dai padri: “Vi ho punito“. Così si esprime Tullio Brigida al processo, rivolgendosi alla e moglie e ai familiari di lei dopo aver ucciso i loro tre figli.

Ci sono alcuni meccanismi di prevenzione che, se affinati, potrebbero aiutare le madri a non spingersi fino all’uccisione del figlio.  Sarebbe importante rendere più praticabile la possibilità di accedere a supporti psicologiciPer molti la psicologia rappresenta ancora un tabù e questo rende molto difficile la possibilità di avvicinarsi alla cura e di chiedere aiuto, perché spesso si teme l’etichettamento o un giudizio negativo. In generale,  poi, tutte le persone sono portate a sottovalutare la malattia mentale di un proprio caro. La malattia fisica la si ammette, la malattia mentale no. Di solito si glissa con espressioni del tipo ‘è un po’ strana, è un po’ giù e poco socievole’. E invece le situazioni di grave sofferenza psichica vanno intercettate. Sono più che sottovalutate, sono rinnegate.un’attenzione psico-pedagogica alla famiglia e alle sue criticità. È necessario affinare gli strumenti di ascolto e di intervento ai bisogni delle famiglie.

 

 

Inoltre ci sono dei “campanelli d’allarme” che possono precedere il gesto estremo dell’omicidio del proprio figlio. Si tratta di “situazioni a rischio”, legate spesso al vissuto della madre e al contesto ambientale in cui vive la famiglia. Spesso, dietro le mamme killer si nascondono “vissuti di vuoto e solitudine esistenziale”, che non deve essere intesa come l’essere soli, ma come una “incapacità da parte della madre di comunicare con l’ambiente esterno o con la presenza di un ambiente affettivo che non sia in grado di essere un adeguato supporto al disagio e alle esigenze della donna”. Tuttavia, questi segnali premonitori dipendono molto da persona a persona, a seconda della motivazione alla base del disagio e dell’ambiente che circonda la donna. Inoltre, non è sempre semplice cogliere i campanelli d’allarme: da una parte “non tutte le persone che vivono un disagio psico-patologico lo manifestato all’esterno”, dall’altra non sempre è presente un “contesto ambientale di riferimento in grado di cogliere i segnali e leggerli”.

Nell’ordinamento penale italiano non esiste il reato specifico di figlicidio. L’uccisione dei propri figli, infatti, viene configurata come infanticidio o omicidio, reati regolati dagli articoli 575 e 578 del Codice Penale. Nel primo caso a compiere il delitto è esclusivamente la madre che “cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, o del feto durante il parto“. Quando l’atto è “determinato da condizioni di abbandono materiale e morale connesse al parto“, come difficoltà economiche e mancanza di assistenza, la pena è la reclusione da 4 a 12 anni. Nell’infanticidio la donna commette il delitto immediatamente dopo il parto: la pena infatti è calcolata tenendo conto del “perturbamento psichico conseguente al parto“. Nel caso in cui concorrano al delitto altre persone, la pena per i soggetti estranei rientra in quella dell’omicidio, a meno che “non abbiano agito per favorire la madre“.

Il secondo reato a cui si rifà il figlicidio è l’omicidio, regolato dall’articolo 575 del Codice Penale, secondo cui “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ai 21 anni“. A meno che non sia appena nato, quindi, l’uccisione di un bambino da parte di un genitore è omicidio. La pena minima è pari a 21 anni di carcere, ma esistono circostanze aggravanti che possono portare il giudice a decidere di infliggere l’ergastolo. In particolare, stando all’articolo 576 del Codice Penale, l’ergastolo si applica nel caso in cui il delitto sia stato commesso “contro l’ascendente o il discendente, quando concorre taluna delle circostanze indicate nei numeri 1 e 4 dell’articolo 61 o quando è adoperato un mezzo venefico o un altro mezzo insidioso ovvero quando vi è premeditazione “.

“Soffro, lo capite che soffro, patimenti che strappano le urla.
Maledetti figli di una madre detestabile, possiate crepare, voi e vostro padre e che questa casa precipiti in rovina…Ahi! Perché il fulmine non mi incenerisce, perché continuo a vivere? Come vorrei lasciare questo mondo odioso, dissolvermi nella morte.”
(Euripide – Medea)