Giorgio Napolitano, è morto l’ex Presidente della Repubblica

L'ex Presidente era ricoverato da diversi giorni

È morto oggi pomeriggio l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nato a Napoli 98 anni fa, da Giovanni avvocato liberale, poeta e saggista, originario di Gallo di Comiziano, e da Carolina Bobbio, figlia di nobili napoletani di origine piemontese. Studiò al Liceo Classico Umberto I di Napoli, nel 1942 si iscrisse poi alla facoltà di giurisprudenza dell’Università Federico II di Napoli dove si laureò in giurisprudenza con una tesi in economia politica dal titolo: Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno dopo l’Unità e la legge speciale per Napoli del 1904.

Durante quegli anni entrò a far parte del Gruppo Universitario Fascista di Napoli, collaborando con il settimanale IX Maggio dove tenne una rubrica di critica teatrale, in questo periodo incontra molti degli amici che erano sul punto di costituire di lì a poco la dirigenza del gruppo comunista napoletano.

Fu eletto deputato nel 1953, nelle file del PCI, nel quale è stato uno degli esponenti storici della corrente della “destra” del PCI, nata verso la fine degli anni 1960 e ispirata ai valori del socialismo democratico, nel solco della tradizione segnata da Giorgio Amendola.
In politica estera, la linea di Napolitano di “piena e leale” solidarietà agli Stati Uniti d’America e alla NATO, durante la Guerra Fredda, in un periodo di aperto scontro e rivalità tra comunisti e Stati Uniti, gli fece guadagnare presso Henry Kissinger l’appellativo di suo comunista preferito («my favourite communist»).

Nel 1992 viene eletto presidente della Camera dei Deputati (subentrando a Oscar Luigi Scalfaro, divenuto Presidente della Repubblica Italiana). Si trattò della “legislatura di Tangentopoli” e la sua presidenza divenne uno dei fronti del rapporto tra magistratura e politica.
Il 10 maggio 2006, alla quarta votazione, è eletto undicesimo presidente della Repubblica Italiana, il 20 aprile 2013, visto lo stallo successivo alle elezioni politiche, un ampio schieramento trasversale del neo-eletto parlamento chiese a Giorgio Napolitano la disponibilità a essere rieletto come Presidente della Repubblica, da lui concessa, venendo riconfermato alla carica, alla sesta votazione.
Nel 2015 il presidente ha rassegnato le proprie dimissioni, preannunciate nel suo ultimo messaggio di fine anno dovute alle difficoltà legate all’età.

Molte furono le controversie con la Procura di Palermo, un episodio che diede luogo a critiche dell’operato di Giorgio Napolitano fu quello del conflitto d’attribuzione sollevato dallo stesso Napolitano contro la Procura di Palermo la quale, intercettando l’utenza telefonica di Nicola Mancino (accusato di falsa testimonianza nell’ambito del processo sulla trattativa Stato-mafia), aveva casualmente registrato delle conversazioni intercorse tra quest’ultimo e l’allora presidente della Repubblica. Scopo del conflitto d’attribuzione era quello di evitare che le intercettazioni in questione, già giudicate irrilevanti dai p.m. di Palermo,fossero distrutte – come era previsto dall’art. 268 c.p.p. – a seguito di una “udienza stralcio” nella quale gli avvocati delle parti in causa avrebbero potuto ascoltare le conversazioni, con il rischio che ne divulgassero i contenuti alla stampa. La vicenda ebbe un enorme risalto mediatico e, per mesi, l’opinione pubblica si divise tra chi appoggiava la scelta di Napolitano (ad esempio Valerio Onida e Eugenio Scalfari) e chi invece, come l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky e Franco Cordero, la criticò aspramente, quest’ultimo arrivando addirittura ad accusare il presidente della Repubblica di rivendicare dei privilegi da monarca assoluto. Fu per tale motivo che nacque il nomignolo di “Re Giorgio”, con il quale Napolitano fu poi spesso chiamato dalla stampa anche negli anni successivi.
Secondo i PM, l’ex ministro Mancino, insediatosi al Viminale il primo luglio 1992, sapeva della trattativa e avrebbe mentito sui rapporti tra pezzi dello Stato e pezzi di Cosa Nostra intercorsi nei primi anni ’90.
L’ex Capo dello Stato ritenne lese le proprie prerogative e la Consulta gli diede ragione.