NAPOLI – Un regolamento di conti, una faida tra baby clan, un cerchio di sangue che si chiude nel cuore della Sanità. A sparare contro Emanuele Durante la sera del 15 marzo scorso sarebbe stato Alexandr Babalyan, 25 anni, nato in Russia ma da tempo radicato nel ventre oscuro di Napoli e vicino al clan Sequino. L’omicidio – secondo le 200 pagine firmate dal gip Federica Colucci – è la risposta brutale alla morte del 15enne Emanuele Tufano, falciato dai proiettili nella notte del 24 ottobre 2024 in via Marina.
Dietro i due delitti si cela un intreccio familiare e criminale agghiacciante: Salvatore Pellecchia, 31 anni, figlio del ras Silvio e cugino di primo grado di Tufano, è indicato come mandante dell’agguato. La vendetta è stata studiata, pianificata e infine eseguita con freddezza. Vincenzo Brandi, 31 anni, cognato della vittima Emanuele Tufano, avrebbe fatto i sopralluoghi in sella a uno scooter. Poi, la sera dell’agguato, Alexandr ha premuto il grilletto in via Santa Teresa degli Scalzi, assistito da un complice non ancora identificato.
Le telecamere di sorveglianza hanno immortalato tutto: i movimenti, le fughe, i preparativi. Ma a incastrare i responsabili sono state anche le intercettazioni: decine di conversazioni captate tra familiari, amici e affiliati al clan. Una rete fitta, omertosa, dove tutti sapevano ma nessuno parlava.
Eppure, uno spiraglio si era aperto: la fidanzata di Durante, inizialmente, aveva indicato proprio Alexandr come autore dell’omicidio. Poi il dietrofront: “Non ho visto nulla”. Un cambio di versione che puzza di paura e pressioni. Lo stesso clima di silenzio colpevole in cui si muove la faida tra i giovanissimi della Sanità e quelli del Mercato, baby soldati in scooter, pistole in tasca e vite spente per vendette di quartiere.
Dalle indagini emerge che Emanuele Durante, la notte in cui venne ucciso Tufano, era in sella a uno dei sei scooter partiti dal rione Sanità per affrontare il gruppo rivale. Ma qualcosa andò storto. I suoi stessi compagni lo accusarono di averli condotti in un’imboscata. Il colpo fatale che colpì Tufano partì da una delle pistole del gruppo stesso. Ma nessuno, davanti a Pellecchia, ha saputo – o voluto – dire da quale arma.
Una vendetta consumata tra sangue del proprio sangue. Un clan che sacrifica i suoi per lavare l’onore. Napoli, ancora una volta, fa i conti con la ferocia cieca dei suoi figli più giovani.