Buen Camino: il viaggio in cui è la figlia a vedere ciò che gli adulti non vogliono guardare
L’editoriale
In Buen Camino, film record di incassi di Checco Zalone che con la sua intelligente ironia ha saputo raccontare il viaggio per eccellenza alla ricerca di sé stessi, ha diviso la critica che ne hanno dato chiavi di lettura schierate e appiattite su clichè arcinoti.
Per noi, invece, la figura più interessante non è Checco, non è Margherita, non è nemmeno il nuovo compagno di lei, il professor Alvise, che incarna l’intellettuale progressista convinto di avere sempre la postura giusta.
Il centro emotivo e politico del film è Camilla, la figlia. È lei che attraversa il film come un ago della bussola impazzito, tirata da un lato dal mondo della madre e dall’altro da quello del padre, senza sentirsi davvero parte di nessuno dei due. È lei che parte per il Cammino di Santiago con l’idea di chiarirsi, e finisce per scoprire che il chiarimento non arriva mai dall’alto, ma dal basso, dal fango, dalla fatica, dal ridicolo, dall’imprevisto.
Camilla è convinta di sapere chi è suo padre: un imprenditore senza morale, un uomo che si arrangia, che vive di scorciatoie, che non ha la profondità che lei ammira in Alvise. È convinta di sapere chi è sua madre: una donna che ha trovato un equilibrio nuovo, più colto, più civile, più “giusto”. E soprattutto è convinta di sapere chi è lei stessa: una ragazza che ha già scelto da che parte stare. Ma il Cammino, che Checco deride fin dall’inizio come una moda da radical chic, la costringe a guardare tutto da un’altra angolazione. Non perché qualcuno le faccia una lezione, ma perché la realtà, quando la vivi, non assomiglia mai alle idee che ti eri costruita.
A un certo punto Camilla si accorge che Checco non è la caricatura che lei aveva in testa. Dietro la sua rozzezza c’è una fragilità che nessuno le aveva raccontato. Dietro il suo cinismo c’è un bisogno di essere visto. Dietro la sua goffaggine c’è un’umanità che non si lascia incasellare. E allo stesso tempo scopre che Alvise, con tutta la sua cultura e la sua compostezza, non è affatto immune da contraddizioni, rigidità, piccole vanità. Scopre che la madre, così sicura delle sue scelte, non è meno smarrita degli altri. Scopre che lei stessa non è la persona lineare e coerente che credeva di essere.
Il film non lo dice mai apertamente, ma lo mostra con una chiarezza disarmante: la vita ti cambia quando smetti di difenderti da te stesso. Camilla non diventa come il padre, non diventa come la madre, non diventa come Alvise. Diventa qualcosa che prima non c’era, qualcosa che nasce dal cammino, non dalle idee. E ci arriva senza proclami, senza ideologie, senza pedagogia. Ci arriva perché cammina, perché sbaglia, perché ride, perché si mette in discussione. Ci arriva perché si accorge che il pregiudizio è una scorciatoia e che la certezza è una difesa.
È questo il punto che la politica e una certa intellettualità non vogliono vedere. Buen Camino non offre soluzioni, non dà una morale, non indica una via. Ma mostra una cosa che dovrebbe essere ovvia e invece non lo è più: le persone cambiano quando fanno esperienza, non quando qualcuno spiega loro come dovrebbero essere. E questo, per chi vive di narrazioni rigide, è insopportabile. È più facile dire che Zalone è qualunquista, che non è profondo, che non è impegnato. È più facile etichettare che guardare ciò che il film mette davanti agli occhi.
Camilla, invece, guarda. E guardando cambia. È lei la prova vivente che il Cammino non è una moda, ma una metafora. Non ti salva, non ti redime, non ti illumina. Ti costringe a muoverti. E quando ti muovi, qualcosa si muove anche dentro di te. Alla fine del film Camilla non ha risposte, ma ha perso le sue certezze. E questo, in un mondo che vive di certezze gridate, è già un atto rivoluzionario.
Buen Camino non assolve nessuno, non consola nessuno, non giustifica nessuno. Ma mostra che il cambiamento è possibile solo per chi accetta di ridere di ciò che era prima. E Camilla, più di tutti, lo capisce.