Marano, 31 gennaio 2026 – A pochi giorni dall’apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026 (al via il 6 febbraio), lo spirito olimpico evocato da Pierre de Coubertin sembra procedere a fatica lungo lo stivale. E a gettare ombre, in queste settimane, non sono le rivalità sportive – legittime e parte del gioco – ma episodi che nulla hanno a che vedere con la competizione.
Riceviamo e pubblichiamo la dichiarazione delle vittime di questi atti vandalici, che a seguito dell’episodio, hanno sporto regolare denuncia alle autorità competenti.
In Terra di Lavoro e più in generale in Campania, il mondo della pallacanestro regionale è tornato a confrontarsi con un fenomeno che non può essere minimizzato: la violenza – fisica e morale – contro gli arbitri.
E come se non bastasse, nella quarta giornata di ritorno dello stesso campionato, si è consumato un secondo episodio. Questa volta non c’è stato un contatto fisico, ma il gesto – proprio per la sua codardia – lascia forse un senso di sconforto ancora più profondo.
Una giovane coppia arbitrale proveniente da Caserta si è recata a Marigliano per dirigere la partita. Al termine dell’incontro, all’uscita, la scoperta: l’auto completamente danneggiata. L’intervento delle forze dell’ordine ha portato alla denuncia contro ignoti, ma resta la sostanza: un’intimidazione vigliacca, pensata per colpire non la figura dell’arbitro in astratto, ma la sua vita reale, i suoi beni, la sua serenità.
Perché è questo che spesso si dimentica: dietro un fischio c’è una persona. Un ragazzo che oggi è “uno sconosciuto”, ma domani potrebbe essere chiunque di noi: un figlio, un cugino, un amico. Qualcuno che dedica i fine settimana a una passione e a un servizio indispensabile per far sì che una partita si giochi. Qualcuno che, come ogni atleta, può sbagliare. E che proprio per questo deve essere giudicato – se necessario – nelle sedi opportune, non “punito” con schiaffi, minacce o ritorsioni.
A questo punto la domanda è inevitabile: perché un arbitro dovrebbe continuare a sacrificare tempo, energie e serenità per entrare in un rettangolo di 28 metri di parquet o linoleum sapendo di poter diventare un bersaglio? La pallacanestro, come ogni sport, vive di palloni e canestri, ma anche di regole e di chi è chiamato a farle rispettare. Senza arbitri non c’è campionato, non c’è crescita, non c’è sport.








E allora la tutela non può essere solo “di principio”. Deve diventare culturale e concreta: rispetto sugli spalti, responsabilità in campo, sanzioni esemplari per chi aggredisce o intimorisce, protezione reale per chi dirige le gare. E soprattutto una presa di posizione collettiva che isoli chi confonde la competizione con la violenza.
In copertina foto dal web.