Casertavecchia è uno di quei luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato, dove ogni vicolo, ogni arco, ogni pietra racconta secoli di storia. Arroccata a 401 metri sul massiccio dei Monti Tifatini, a circa 10 km di distanza da Caserta, con una vista mozzafiato sulla città — l’antico borgo medievale conserva intatta una stratificazione storica di rara complessità e bellezza.
Le origini del borgo sono ancora incerte, ma già nell’861 d.C. il monaco benedettino Erchemperto documenta l’esistenza di un nucleo urbano denominato “Casa Hirta”, dal latino “villaggio posto in alto”. Originariamente longobardo, il borgo conobbe nel corso dei secoli una successione di dominazioni che ne plasmarono il carattere architettonico e urbanistico. Nel 1062 ebbe inizio la dominazione normanna, che portò il borgo al massimo livello di splendore con la costruzione dell’attuale Cattedrale di San Michele Arcangelo. Con alterne vicende il borgo passò poi sotto la dominazione sveva con Riccardo di Lauro (1232–1266), che ne accrebbe l’importanza anche dal punto di vista politico. Nel 1442 passò sotto la dominazione aragonese, avviando una lunga e progressiva decadenza. Il colpo di grazia arrivò con i Borboni: con la costruzione della Reggia, Caserta divenne il nuovo centro di ogni attività a scapito di Casertavecchia, alla quale nel 1842 venne tolto persino il vescovado.
Eppure, proprio questa millenaria stratificazione di culture — longobarda, normanna, sveva, aragonese — ha reso Casertavecchia un unicum nel panorama del patrimonio medievale italiano. La Torre dei Falchi, nota anche come “Il Maschio”, alta circa 30 metri, è riconosciuta come la seconda torre più grande d’Europa per diametro, dopo quella di Aigues-Mortes in Provenza. La Cattedrale romanica con il suo campanile e la celebre cupola di influenza arabo-normanna ne fanno uno dei monumenti più significativi del Meridione. Non è un caso che il Borgo Medievale di Casertavecchia sia stato dichiarato Monumento Nazionale nel 1960 e il nucleo abitativo dichiarato di notevole interesse pubblico nel 1961. Un patrimonio collettivo, fragile e insostituibile, che la legge — e il buon senso — impone di custodire con la massima cura.
Eppure, proprio in questo contesto di straordinario valore culturale e architettonico, si è consumata per decenni una vicenda che gli abitanti del borgo conoscevano bene ma che le istituzioni avevano faticato a portare a conclusione. Finché, nelle ultime settimane, non si è arrivati alla resa dei conti.
Trentasei anni di abusi edilizi impuniti
Al centro della vicenda c’è il ristorante-pizzeria “Da Teresa”, sito in via del Castello angolo via Torre, nel cuore del borgo medievale, gestito da una società Srls, costituita il 19 aprile 2018, e riconducibile ai fratelli Stellato di 68 e 73 anni, entrambi residenti a Casertavecchia.
La storia degli abusi affonda le radici lontano nel tempo. Una precedente ordinanza di demolizione — la n. 1478 del 1990 — risalente a ben 36 anni fa, non è mai stata eseguita, attestando una situazione di abuso ultradecennale e consolidata nel tempo. Nel frattempo, le istanze di condono edilizio presentate nel 1986 e nel 1994 erano state definitivamente rigettate a seguito del parere negativo vincolante della Soprintendenza del 1999, che aveva ritenuto gli interventi incompatibili con le caratteristiche architettoniche e monumentali del Borgo. I ricorsi presentati al TAR Campania contro tali dinieghi hanno avuto tutti lo stesso esito: sono stati tutti respinti, confermando la legittimità dell’azione amministrativa intrapresa dall’Ente.
La situazione si è ulteriormente aggravata negli anni più recenti. Tra il 2019 e il 2023, senza i necessari permessi edilizi e senza le autorizzazioni paesaggistiche previste per un’area vincolata, sono stati realizzati diversi interventi: la posa di una pavimentazione in graniglia di cemento, l’allestimento di sedie, tavoli ed illuminazione decorativa e, soprattutto, la progressiva trasformazione dell’originario giardino — un frutteto e spazio verde — in uno spazio pavimentato destinato alla somministrazione all’aperto, con un’evidente modifica della destinazione d’uso dell’area esterna.
Tra le opere contestate figura anche la costruzione di un piccolo volume in muratura collocato nei pressi dell’ingresso su via del Castello: al momento del sopralluogo la struttura risultava ancora non ultimata, ma comunque già configurata come intervento edilizio privo dei necessari titoli.
Il giro di vite dei commissari prefettizi
La svolta è arrivata nell’ottobre 2024, quando la polizia municipale ha imposto uno stop ai lavori, emettendo una diffida cautelativa. Ma i responsabili non si sono adeguati. Ed è stato proprio quel mancato adeguamento la miccia che ha innescato l’intervento decisivo.
È stata la triade di commissari prefettizi, in regime di vacatio dell’amministrazione comunale, a rompere finalmente il silenzio istituzionale, emettendo l’ordinanza dirigenziale n. 112 del 25 marzo 2026. Le verifiche dell’ufficio SUAP hanno accertato che l’attuale configurazione dell’esercizio utilizza volumetrie e superfici pertinenziali prive dei necessari titoli abilitativi edilizi, paesaggistici e della documentazione obbligatoria in materia sismica. In particolare, le irregolarità riguardano un’area di somministrazione esterna pavimentata, un pergolato metallico con pavimentazione e un manufatto adibito a sala ristorazione, cucina e servizi igienici.
Il provvedimento ordina ai responsabili di eliminare entro 90 giorni tutte le opere contestate e riportare integralmente l’area alle condizioni originarie, con i costi di demolizione e ripristino interamente a loro carico. Qualora l’ordinanza non venga eseguita nei modi e nei tempi prescritti, l’ente pubblico, oltre ad erogare le sanzioni amministrative nella misura massima prevista, procederà anche ad acquisire l’intera area al patrimonio comunale e a provvedere alla successiva demolizione delle opere abusive, il tutto a spese dei responsabili.
Ma non è finita qui. Appena un giorno dopo è stata emessa un’ulteriore ordinanza — la n. 122 del 26 marzo 2026 — di “sospensione immediata dell’attività di somministrazione di alimenti e bevande ed inibizione d’uso dei locali privi di conformità urbanistica”, con conseguente divieto di utilizzo dei vani destinati a cucina e servizi igienici in quanto “privi dei requisiti minimi di agibilità”.
L’eventuale inosservanza di questa seconda ordinanza comporterà, oltre alle sanzioni pecuniarie e alla denuncia all’Autorità Giudiziaria, l’avvio del procedimento di interdizione definitiva all’esercizio dell’attività, con conseguente decadenza degli effetti della SCIA di subingresso e di ogni altro titolo abilitativo connesso.
Il valore di un precedente
Al di là delle specifiche vicende giudiziarie e amministrative — che riguardano esclusivamente il ristorante “Da Teresa” e non le altre attività dei fratelli Stellato — questa vicenda assume un significato che va ben oltre i confini del singolo caso.
In un borgo che è patrimonio di tutti, dove ogni intervento edilizio non autorizzato non è solo una violazione burocratica ma una ferita inferta alla memoria collettiva di oltre mille anni di storia, il fatto che le istituzioni abbiano finalmente agito con fermezza rappresenta un segnale importante. L’area ricade in zona omogenea A1 “Preesistenze Storico Ambientali” del Piano Regolatore ed è soggetta a vincoli paesaggistici e monumentali: regole che esistono per proteggere ciò che nessuna generazione ha il diritto di distruggere.
Casertavecchia merita di essere protetta, non soltanto dalle leggi ma anche dalla coscienza civile di chi ha il privilegio di abitarla o di servirsi della sua bellezza per fini economici.