Il recente episodio avvenuto alla Texas A&M University, dove un professore è stato costretto a rimuovere dal programma di corso alcuni passi del Simposio di Platone perché ritenuti incompatibili con le nuove politiche che limitano discussioni su identità di genere e orientamento sessuale, rende ancora più urgente la domanda posta da Linda Napolitano nel suo saggio: Perché leggere ancora Platone?
La vicenda texana non è un dettaglio marginale: è il sintomo di un clima culturale in cui, paradossalmente, Platone viene al tempo stesso idolatrato e censurato. Idolatrato sui social, dove pullulano “pillole platoniche” confezionate da influencer e teach-toker che mostrano un Platone pop, smart, seducente, perfino “bono”, come mi è capitato di sentire. E censurato nelle università, dove la complessità del suo pensiero viene ridotta a un rischio ideologico da neutralizzare. È come se la storia della filosofia, che Whitehead definiva una serie di note a piè di pagina a Platone, fosse diventata oggi un’aberrante postilla della postilla a Platone.
In questo caos di appropriazioni superficiali e reazioni censorie, la domanda della Napolitano risuona come un monito: Perché leggere ancora Platone? Perché tornare ai testi, quando la rete ci offre già un Platone “pronto all’uso”? La risposta dell’autrice, studiosa che da oltre quarant’anni frequenta con rigore e passione il corpus platonico, è semplice e radicale: abbiamo bisogno di Platone perché dobbiamo apprendere ad avere cura di noi stessi.
Ma cosa significa “curare se stessi”? Non certo la cura narcisistica dell’immagine, né l’ossessione per il benessere materiale o per la perfezione del corpo. La cura di cui parla Platone – e che Napolitano rimette al centro – è la cura dell’anima. È ciò che Socrate insegna nell’Alcibiade I e ribadisce nell’Apologia: conoscere se stessi, interrogarsi, mettersi in discussione, non smettere mai di cercare la verità.
Napolitano lo esprime con parole che condensano il cuore del progetto platonico: “Curar l’intero psicofisico umano significa non solo ripararlo, ma prim’ancora farlo fiorire in tutto quanto gli appartiene per natura e gli è perciò possibile: l’anima è oggetto prioritario di cura poiché è la parte più direttiva dell’intero psicosomatico.” (p. 202)
È un invito a riscoprire la dimensione più esigente e trasformativa della filosofia: non un insieme di massime motivazionali, ma un esercizio di vita. Per prendersi cura dell’anima occorre un dialogo autentico con se stessi e con gli altri, occorre sincerità, benevolenza, desiderio di verità. Tutto ciò che la nostra società del divertissement, della polarizzazione e della semplificazione tende a scoraggiare.
In questo senso, gli influencer che banalizzano Platone e i censori che lo eliminano dalle aule universitarie finiscono per essere due facce della stessa medaglia: entrambi impediscono il tempo lento e difficile del pensiero. Gli uni riducono Platone a un gadget motivazionale; gli altri lo temono perché costringe a riflettere.
Il merito del libro della Napolitano è proprio questo: restituire Platone alla sua funzione originaria, che non è intrattenere né scandalizzare, ma educare. Educare nel senso più alto: formare esseri umani capaci di interrogarsi, di scegliere, di orientarsi nel mondo. In un’epoca in cui la filosofia rischia di diventare o un meme o un bersaglio politico, Napolitano ci ricorda che Platone non è né l’uno né l’altro. È un maestro di vita, e come tale richiede tempo, ascolto, disciplina.
Leggere Platone oggi significa sottrarsi alla superficialità, resistere alla tentazione della semplificazione, recuperare la profondità del pensiero e del dialogo. Significa, in fondo, tornare a noi stessi. E questo – come mostra anche il caso texano – è più rivoluzionario che mai.
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