Instasophia, Teach tokers, social prof, divulgatori influencer: differenza di natura o continuità?

A cura di Salvatore Grandone

Teach tokers, social prof, divulgatori influencer: differenza di natura o continuità?

Premessa

Negli ultimi giorni si è riaccesa la discussione attorno alle dichiarazioni del professore-influencer Vincenzo Schettini.  Secondo La fisica che ci piace, in futuro sempre più docenti si cimenteranno nella produzione di contenuti online, monetizzando la propria presenza digitale.


«Perché un buon prodotto deve essere in vendita in un supermercato e la buona cultura no? Dobbiamo uscire dal cliché che la cultura debba essere sempre gratuita», ha affermato.

Come spesso accade, la polemica ha attirato rapidamente docenti social, teach tokers, divulgatori influencer. Molti sono scesi nell’arena fiutando l’occasione di schierarsi “contro” per ottenere visibilità, like, nuovi follower. Domande e risposte si sono moltiplicate, ma quasi sempre calibrate sul trend del momento, più che su un’analisi autentica.

Vale allora la pena fare un passo indietro e porre una domanda più radicale, quasi bergsoniana: tra teach tokers, social prof e divulgatori influencer esiste una differenza di natura o solo una differenza di grado? Sono figure realmente distinte o varianti di un medesimo continuum?

Chi è un influencer?

In generale, un influencer è una persona dotata di un potenziale di influenza superiore alla media nel modificare pensieri, atteggiamenti e comportamenti altrui, grazie a fattori come frequenza comunicativa, persuasività personale, centralità nella rete sociale.

Byung-Chul Han, in Infocrazia, osserva che gli influencer

«sono adorati come modelli esemplari: così il tutto riceve una dimensione religiosa. […] I follower partecipano alla loro vita come discepoli, comprando i prodotti che gli influencer ingiungono di consumare. […] I social media somigliano a una chiesa: il like è il loro Amen, lo sharing è la comunione, il consumo è la salvezza».

L’influencer, dunque, trasforma la propria persona in pacchetti digitali, in big data confezionati per generare hype, community, engagement. La sua materia prima è la visibilità.

Teach tokers: lo storytelling come identità

Il teach toker è un docente che non produce contenuti culturali in senso stretto. Il suo focus è lo storytelling scolastico: brevi riprese in classe, momenti di gioco con gli studenti, scene di vita quotidiana legate alla scuola, ma anche incursioni nella vita privata per mostrarsi “umano”, “moderno”, “non bacchettone”.

La logica è quella dell’influencer puro: mettere in scena se stessi per creare community e visibilità, con l’obiettivo di monetizzare. Se lo storytelling è ben costruito e supportato da un social media manager, i risultati arrivano: interviste, libri; si è osannati come “modelli di insegnanti”.

Social prof: un ibrido tra contenuto e immagine

I social prof presentano un profilo più ibrido. Da un lato curano anch’essi lo storytelling, perché la presenza costante e l’interazione sono fondamentali per mantenere visibilità. Dall’altro producono contenuti culturali: pillole disciplinari, curiosità, brevi spiegazioni.

Questi, però, sono quasi sempre adattati alle logiche dei social: brevi, immediati, accattivanti. Raramente superano i 10 minuti; quasi mai si tratta di lezioni lunghe o articoli approfonditi. Anche i libri pubblicati da social prof già affermati sono nella maggioranza dei casi prodotti costruiti ad hoc, dove il contenuto è secondario rispetto al seguito dell’autore.

Come i teach tokers, anche i social prof puntano alla visibilità e alla credibilità digitale. La differenza è nella varietà dei contenuti e nella minore esposizione emotiva: molti evitano di riprendersi in classe o di mostrare gli studenti, riducendo i rischi sul piano della reputazione. La loro “affidabilità” oscilla meno rispetto a quella dei teach tokers.

Divulgatori influencer: la versione professionale

I divulgatori influencer non sono docenti, ma combinano con maestria lo storytelling dei teach tokers e le pillole dei social prof. A differenza degli altri due gruppi, raramente improvvisano: si fanno seguire da professionisti, curano il look, i colori, il ritmo, il montaggio dei contenuti; ragionano in termini di brand. Nulla è lasciato al caso. Sono esperti delle logiche dei social e costruiscono prodotti altamente ottimizzati per la viralità – ovviamente all’interno della fetta di utenti che loro interessa.

Il caso Schettini

Schettini nasce come divulgatore con aspirazioni da social prof: produceva contenuti didattici, ma ha presto compreso che richiedevano troppo tempo e garantivano poca visibilità. Ha quindi ridotto i contenuti culturali, trasformandoli in pillole semplici e immediate, e ha potenziato lo storytelling. Con l’aumento della visibilità, ha potuto dedicare meno tempo alla scuola e più tempo alla produzione social, professionalizzando ulteriormente la propria immagine. Il suo percorso mostra bene la continuità tra le tre figure.

Differenza di natura o continuità?

Teach tokers, social prof e divulgatori influencer condividono: centralità della visibilità, cura dello storytelling, ricerca dell’engagement, costruzione di una community, obiettivo, esplicito o implicito, di monetizzazione.

Le differenze riguardano soprattutto: la varietà dei contenuti (minima nei teach tokers, maggiore nei social prof, massima nei divulgatori influencer), livello di professionalizzazione, intensità dell’esposizione personale, grado di rischio reputazionale.

Più che tre categorie distinte, sembrano tre guglie – per usare un’immagine dell’evoluzionista Stephen Jay Gould – di una stessa tendenza a spettacolarizzare la cultura.

Le domande che restano aperte

A questo punto, la polemica iniziale sembra quasi secondaria. Le domande cruciali sono altre.

Dove si trova oggi la “buona cultura” online?

È nei contenuti dei social prof, nei racconti dei teach tokers, nei prodotti dei divulgatori influencer e nei libri che di frequente pubblicano?

Quanto si fa davvero divulgazione e quanto, invece, la forma prevale sul contenuto?

Quanto il potere social ottenuto da queste figure ha davvero a che fare con la cultura e quanto con la capacità di presidiare l’attenzione?

Forse sono queste alcune delle questioni che meritano di essere discusse.

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