Anche quest’anno, a Firenze, presso la Fortezza da Basso, si è tenuta la Fiera Didacta organizzata dall’Indire. Tanti i padiglioni, moltissimi gli accessi alla struttura. Da dove cominciare? Si potrebbe parlare dei numeri, tentare una lista approssimativa dei maggiori stand. Ma ci vorrebbe troppo tempo e, comunque, qualcosa di importante sfuggirebbe sempre.
Vale allora la pena limitarsi, in qualità di visitatore, a un vissuto soggettivo: a come la Fiera ha “risuonato” in me, alle mie impressioni.
La Fiera è tendenzialmente il luogo dello scarto: tra ideale e reale, tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. È anche una direzione, la traiettoria del domani, delle forze (aziende, docenti, marchi editoriali) che premono verso la trasformazione del presente. È infine quasi una preghiera, un Osanna alle “magnifiche sorti e progressive”: l’entusiasmo educativo che prende forma, un concentrato del “portar fuori” dell’e-ducere.
Eppure, in tanta coralità, ho avuto una percezione chiara e distinta: dietro l’accordo, dietro la sinfonia del futuro, le grandi contraddizioni della nostra scuola sembravano incomprese. Non ho trovato le domande che potessero problematizzare il futuro come ciò che è già presente.
Ad esempio: quanto i problemi della scuola attuale sono accentuati dalla fede quasi cieca nella capacità delle nuove tecnologie e strategie educative di migliorare la didattica? Come applicare, in un tempo curricolare eroso dall’extracurricolare, strumenti che richiederebbero un esercizio costante per sortire un effetto visibile? Fino a che punto il “nuovo” che avanza è più una risorsa che un pericolo?
L’AI è stata senza dubbio uno dei temi più trattati. Il ritornello più sentito: “Bisogna accoglierla e usarla bene”. Tuttavia, il contributo che può dare la scuola a un suo impiego virtuoso non è pur sempre una goccia in un deserto di “cattive” pratiche? E poi: non bisognerebbe interrogare prima, o almeno accanto alle applicazioni positive, le sfide etiche, economiche, biologiche e neurologiche che l’AI pone? La scuola non dovrebbe parlarne con gli studenti?
Per inciso, il nostro monte orario non è progettato per le infinite acrobazie dell’innovazione. Inoltre, le classi pollaio, la presenza di tanti edifici ancora fatiscenti e, non dimentichiamolo, l’aziendalizzazione e la politica dell’inclusione hanno prodotto, come rileva Roberto Contessi in Scuola di classe, il loro esito più evidente nella trasformazione del sistema scolastico in un “nastro trasportatore”, dove tutti vanno avanti, comunque e sempre. In un contesto del genere l’innovazione non sarebbe soltanto una vernice, che ben poco cambierebbe la sostanza delle cose?
Solo a latere, è stata affrontata alla Fiera un’altra grave piaga che si sta diffondendo a vari livelli e che ho già trattato in diversi miei articoli: la spettacolarizzazione della scuola. Con l’avvento dei social, la “società dello spettacolo” – per ricorrere al celebre titolo dell’opera di Guy Debord – ha raggiunto il suo parossismo. Ormai tutto è spettacolo: la vita, la morte, la guerra, la pace. Ogni frammento della vita quotidiana può essere trasformato in big data e alimentare la macchina algoritmica, i video virali, lo scrolling compulsivo.
La scuola è stata a sua volta fagocitata in questo processo. L’ascesa dei teach-tokers, dei social prof, la crescita esponenziale delle pagine social delle scuole, l’esigenza di mettersi in “mostra” – tra poco ci ritorno, per ora mantengo le virgolette – come insegnanti, come istituzione, di esibire gli alunni e il successo formativo. Sempre più docenti aspirano a costruirsi una community sui social: per l’effetto dopaminergico delle visualizzazioni e dei like, per aprirsi nuovi spazi di profitto. Costruiscono storytelling più o meno improvvisati, propongono contenuti didattici – spesso di dubbia fattura –, si riprendono un po’ ovunque: gli audaci in classe, i timorati per lo più fuori dagli edifici scolastici. Tutto fa brodo: il nuovo outfit per andare a scuola, il video sul trend del momento. La loro presenza è così consistente che da un paio d’anni hanno perfino un loro stand alla Fiera. I più noti, invece, vi tengono conferenze da ancora più tempo.
Il bell’articolo di Dario Alì – un attento studioso del fenomeno –, Vincenzo Schettini e il problema dei maestri influencer, ha sollevato in proposito un polverone. Qual è l’uso lecito dei social da parte di un insegnante? È giusto riprendersi in classe, anche previo consenso di genitori e dirigenti? L’autore ne ha parlato nuovamente con grande acume, tra l’altro, alla Fiera.
Ribadisco: il fenomeno della spettacolarizzazione della scuola non coinvolge solo i docenti. Sono le istituzioni a esservi “dentro fino al collo”. Prima citavo il pullulare delle pagine social delle scuole. Si potrebbe aggiungere tanto altro: la crescita esponenziale di eventi all’interno degli istituti, gli open day. Non si tratta più della “recita” di fine anno, ma di una logica della visibilità che ormai pervade le scuole ben al di là della loro presenza sui social.
Bisogna sposare la “visibilità”, perché questa attira iscritti, fondi, genera consensi, monetizza. Ciò che non può essere tradotto in immagine va invece nascosto. Ma vi è sempre il ritorno del rimosso. Nonostante gli spettacoli, i discorsi retorici, la fiducia nel progresso, il presunto potere taumaturgico delle tecnologie, crescono a dismisura il disagio giovanile, gli episodi di violenza nelle scuole, l’analfabetismo funzionale.
Quanto più lo spettacolo abbaglia, tanto più si ha la sensazione che maturi un deserto educativo: una scuola povera con docenti poveri e alunni poveri. Una povertà non solo economica, ma di senso. La scuola è oggi povera di senso perché abita i significati del visibile; ma è sostando nell’invisibile, ascoltando il silenzio dei nostri giovani, la loro indifferenza, la loro rabbia, il loro smarrimento, che può emergere qualche chiave di lettura per comprendere e affrontare le contraddizioni del presente educativo.
Dove regna la “mostra”, dove sono gli spettacoli a darsi, dove si vendono prodotti, merci e docenti-immagine, lì è difficile leggere le crepe. Chi si pone domande avvertirà forte “il non so che”, che però potrà realmente interrogare lontano dalla Fiera e dalle “fiere”, nella realtà della propria esperienza educativa, in quel vissuto che resta ai margini e che è sempre più difficile inserire in una rete di senso senza trasfigurarlo e tradirlo nella logica autoreferenziale dello spettacolo.