La riforma Nordio mina la separazione dei poteri custodita nella nostra Costituzione.L’indipendenza che rivendichiamo per i magistrati non e’ un privilegio dei magistrati, e’ una garanzia irrinunciabile dei cittadini. Perché il cittadino sia libero occorre che il giudice sia indipendente. Lo smontaggio della nostra Carta fondamentale sembra essere un esercizio funzionale di quelle forze politiche che non si riconoscono nei suoi valori fondanti come hanno espresso ampiamente anche con altri provvedimenti in questi anni.
Le osservazioni che proponiamo ora sono sul terzo e ultimo nodo saliente della riforma: l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, un organo nuovo a cui e’ affidata la giurisdizione sui magistrati, sottraendo al Csm la competenza disciplinare.
L’Alta Corte sarà composta da 15 membri: tre sono nominati dal Quirinale, tre ancora sorteggiati da un elenco composto dal Parlamento, e nove (con la nuova proporzione : tre quinti magistrati e due quinti di estrazione parlamentare, a garanzia delle toghe) saranno ancora una volta estratti a sorte: sei fra i giudicanti, tre fra i requirenti. In questo caso, sono fissati dei requisiti specifici: si potrà approdare all’Alta Corte solo se si hanno 20 anni almeno di esercizio delle funzioni, e se si è stati oppure si è magistrati di Cassazione. Il punto più controverso consiste nella norma secondo cui, contro le pronunce dell’Alta Corte, non è previsto ricorso in Cassazione.L’impugnazione è prevista “soltanto” – avverbio che pesa, nella stesura della legge – “innanzi alla stessa Alta Corte”. Un elemento che produrrebbe una discriminazione tra i magistrati ordinari e tutti gli altri cittadini italiani sottoposti a un giudizio. Mentre oggi il magistrato condannato dal Csm può ricorrere davanti alle Sezioni Unite della Cassazione, con la riforma la sentenza sarà impugnabile solo davanti alla stessa Alta Corte (pur in un diverso collegio). Il che entra in conflitto con l’articolo 111 della Costituzione, e contraddice quanto proclama la riforma in termini di terzietà, poiché in questa sede riunisce pm e giudici che vuole separare in tutto il resto. La nuova Alta Corte poi non varrà per la Corte dei Conti, Tar, Consiglio di Stato e Commissioni Tributarie, dove il disciplinare continuerà invece ad essere gestito dai rispettivi organi di autogoverno. Inoltre si rivela falso dire che i magistrati “non pagano mai“, come fanno i sostenitori del sí per giustificare la creazione dell’Alta Corte. In questa consiliatura la Sezione disciplinare del Csm ha emesso 82 sentenze di condanna su 199, il 41%.
L’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa riporta che il nostro sistema disciplinare è più severo di quello dei grandi Paesi europei: nel 2022 in Italia sono stati puniti 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Secondo una recente ricerca condotta dal consigliere del Csm Marco Bisogni, negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna e lo 0,1% della Francia.
Crediamo che sia vitale per la democrazia del nostro Paese il voto di domenica prossima. Un voto che davvero ha un significato di scelta individuale, ben oltre quello che esercitiamo con le elezioni politiche. La riforma non affronta i veri problemi della giustizia italiana, ma altera l’equilibrio tra i poteri e indebolisce l’indipendenza dei magistrati. Non si tratta di una questione per addetti ai lavori. E’ in gioco la cura di quella Carta fondamentale che parla di futuro alle coscienze e ci chiede di risvegliarle dal torpore dell’indifferenza e dell’assuefazione.