l’Italia deve costruire un fronte costituzionale nel campo progressista

L’editoriale di Al
La crisi democratica europea mostra che guerra e riarmo alimentano precarietà, paura e ascesa delle destre. In Italia serve un fronte costituzionale capace di unire il campo progressista sulla difesa della democrazia, dei diritti e della pace.
La crisi democratica europea è entrata in una fase che non può più essere ignorata. Il voto in Sassonia, con l’avanzata dell’estrema destra, non è un episodio isolato ma il sintomo di una trasformazione profonda: guerra, riarmo, precarietà e compressione dei diritti stanno ridefinendo il terreno del consenso politico. Quando la politica accetta la guerra come cornice e rinuncia alla diplomazia, la paura diventa strumento di governo e terreno fertile per le destre radicali.
In Germania, il riarmo voluto dal governo e sostenuto dalla Commissione europea ha aggravato precarietà, indebolito i servizi pubblici e alimentato insicurezza sociale. L’assenza di una strategia autonoma di pace ha lasciato spazio alla propaganda dell’AfD, che trasforma il malessere in rancore e il rancore in consenso. La stessa dinamica si manifesta in Italia: il governo Meloni combina identitarismo, compressione dei diritti civili, retorica securitaria e normalizzazione della guerra. Figure come Vannacci emergono dentro un clima culturale che legittima pulsioni reazionarie e le trasforma in rappresentanza politica.
In questo quadro, il campo progressista rischia di restare prigioniero delle proprie differenze interne se tenta di costruire una sintesi proprio sulla questione dove le divergenze sono più profonde: la guerra in Ucraina. Le posizioni sono diverse, nei toni e nella sostanza. Una parte assume la logica del riarmo e della deterrenza; un’altra, pur condannando senza ambiguità l’invasione russa, mette in discussione la centralità del riarmo e rivendica una diplomazia autonoma; altre posizioni oscillano senza costruire una proposta alternativa. Cercare una sintesi su questo terreno significa paralizzarsi.
La condanna dell’invasione russa è un presupposto etico irrinunciabile, ma non è il fondamento su cui costruire l’identità del campo progressista. La sintesi deve partire dagli effetti concreti della guerra: precarietà, aumento dei costi energetici, tagli ai servizi, giustificazione del riarmo, compressione dei diritti. La guerra, così come viene gestita oggi, è un dispositivo che alimenta insicurezza sociale e normalizza l’autoritarismo.
Per questo serve un fronte costituzionale, capace di unire culture politiche diverse del campo progressista senza chiedere uniformità geopolitica. Il fronte costituzionale parte da ciò che accomuna: difesa della democrazia, dei diritti sociali e civili, del lavoro, dei servizi pubblici, della pace come condizione materiale della giustizia sociale. Non richiede che tutti abbiano la stessa postura sulla guerra, ma che tutti riconoscano che guerra, riarmo e precarietà sono oggi il cuore della crisi democratica europea.
Il voto in Sassonia riguarda anche l’Italia. Le prossime elezioni politiche si svolgeranno dentro la stessa crisi europea: una crisi che combina guerra, insicurezza sociale, diritti compressi e normalizzazione della paura. La costruzione di un fronte costituzionale dentro il campo progressista è la condizione per restituire alla politica la capacità di rappresentare, unire e dare voce a chi oggi è schiacciato dalla precarietà e dalla paura. È la strada per costruire un futuro fondato sulla giustizia sociale e sulla pace, non sulla competizione militare e sulla paura.