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	<title>Notizie sulla Chiesa a Caserta - BelvedereNews</title>
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	<description>Cronaca e notizie da Caserta, Napoli e province</description>
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	<title>Notizie sulla Chiesa a Caserta - BelvedereNews</title>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Il ruolo delle donne nelle varie religioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 08:51:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="816" height="477" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/aa6e7a73-7dd3-4081-b1a1-143053f118fb.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/aa6e7a73-7dd3-4081-b1a1-143053f118fb.jpeg 816w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/aa6e7a73-7dd3-4081-b1a1-143053f118fb-600x351.jpeg 600w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/aa6e7a73-7dd3-4081-b1a1-143053f118fb-768x449.jpeg 768w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/aa6e7a73-7dd3-4081-b1a1-143053f118fb-357x210.jpeg 357w" sizes="(max-width: 816px) 100vw, 816px" /></div>
<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del ruolo delle donne nelle varie religioni Maria Montserrat Alvarado, donna americana quarantenne, è la prima prefetta laica in assoluto a dirigere, dal prossimo 1° novembre, il Dicastero vaticano per la Comunicazione. Papa Leone [&#8230;]</p>
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<p>Maria Montserrat Alvarado, donna americana quarantenne, è la prima prefetta laica in assoluto a dirigere, dal prossimo 1° novembre, il Dicastero vaticano per la Comunicazione. Papa Leone XIV l’ha scelta per sostituire il prefetto Polo Ruffini, che andrà in pensione ad ottobre.<br />
Per chi non fosse addentro alle cose del Vaticano diciamo subito che un dicastero è un ente della Curia romana che aiuta il Papa nel governo della Chiesa cattolica. È composto da un Prefetto, che lo presiede, e da vari collaboratori che possono essere cardinali, vescovi, ma anche laici, uomini e donne.<br />
Tanto per intenderci i dicasteri, che grosso modo possono essere assimilati ai ministeri di un governo di uno Stato, sono complessivamente 16 e tra i principali abbiamo il Dicastero per l&#8217;Evangelizzazione, che si occupa delle missioni; il Dicastero per la Dottrina della Fede (ex Congregazione del Sant’Uffizio) con il compito di vigilare sulla retta dottrina; il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, incaricato di promuovere e regolare la sacra liturgia e la disciplina dei sacramenti; il Dicastero per il Clero e per i Vescovi, che si occupa della formazione dei presbiteri (sacerdoti), dei diaconi e della scelta dei vescovi da proporre al Pontefice per la nomina; e appunto quello per la Comunicazione (che raggruppa i media vaticani come L&#8217;Osservatore Romano, la Radio e la Sala Stampa) e coordina, unifica e gestisce l&#8217;intero sistema informativo e multimediale della Santa Sede.<br />
Maria Montserrat Alvarado, detta &#8220;Montse&#8221; è stata scelta da Papa Leone XIV per guidare appunto questo dicastero e la comunicazione della Santa Sede. Nata a Città del Messico, ha ottenuto la cittadinanza statunitense nel 2008. Considerata dai collaboratori una figura determinata, preparata, prima di questo il suo incarico più importante è stato in EWTN (Eternal Word Television Network), il più grande network radiotelevisivo cattolico del mondo, con sede negli Stai Uniti, dove ha coordinato le attività informative globali del gruppo in sette lingue, gestendo piattaforme digitali, agenzie di stampa, canali televisivi e radiofonici presenti in diversi continenti.<br />
L&#8217;unica altra donna a guidare un dicastero vaticano in qualità di Prefetto è l&#8217;italiana Suor Simona Brambilla, appartenente alle Suore Missionarie della Consolata. Nominata a gennaio 2025 da Papa Francesco e successivamente confermata dal Leone XIV, è a capo del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, l&#8217;organismo che vigila e coordina tutti gli ordini religiosi, i frati e le suore nel mondo. Questa nomina ha segnato un momento storico, rendendola la prima donna in assoluto a ricoprire il ruolo di prefetto nella storia della Curia romana, ma suor Simona è pur sempre una consacrata, mentre nel caso di Maria Montserrat Alvarado si tratta non solo di una donna, ma di una laica, cioè non appartenente né a un ordine religioso, né al clero.<br />
Se nella Chiesa cattolica le donne si fanno strada nei vertici delle istituzioni governative (ma non in quelle clericali riservate per ora ai soli uomini), vediamo qual è il ruolo delle donne nelle religioni. Diciamo innanzitutto che esso varia profondamente a seconda delle epoche, delle culture e delle diverse tradizioni religiose.<br />
Nel Cristianesimo Cattolico e Ortodosso l&#8217;ordinazione sacerdotale (il sacerdozio) è riservata esclusivamente agli uomini. Nel Protestantesimo la maggior parte delle Chiese nate dalla Riforma (come i luterani, gli anglicani o i metodisti) ammette le donne alla guida delle comunità in qualità di pastore. Nella Chiesa Anglicana (che ha sempre mantenuto una struttura ecclesiale simile a quella cattolica) le donne godono della piena parità di accesso a tutti i ministeri ordinati, inclusi i tre gradi del sacramento dell&#8217;ordine: il diaconato, il sacerdozio e l&#8217;episcopato. Il percorso di inclusione ministeriale ha raggiunto il suo culmine storico assoluto nei primi mesi del 2026, quando Sarah Mullally (già infermiera oncologica di alto livello, poi Vescovo di Londra) è stata formalmente insediata come Arcivescovo di Canterbury e Primate della Chiesa d&#8217;Inghilterra, diventando la prima donna in assoluto a guidare l&#8217;intera Comunione Anglicana mondiale (che conta circa 85 milioni di fedeli).<br />
Nell’Islamismo dal punto di vista teologico, vi è piena uguaglianza spirituale tra uomo e donna davanti a Dio (anche se bisogna distinguere il ruolo della donna a seconda delle tradizioni e dei paesi, perché come sappiamo in molte situazioni questo ruolo è nettamente subalterno a quello degli uomini). Storicamente, molte donne hanno svolto ruoli cruciali come giuriste islamiche, teologhe e custodi della tradizione degli Hadith (i detti del Profeta). Nella tradizione maggioritaria (sia sunnita che sciita), la guida della preghiera rituale pubblica (Imam) davanti a un&#8217;assemblea è riservata agli uomini.<br />
L’ebraismo mantiene la distinzione tradizionale dei ruoli legati al genere. Le donne non possono essere ordinate rabbino, ma esercitano un&#8217;influenza fondamentale nella vita familiare e nell&#8217;educazione religiosa. Anche qui però bisogna distinguere tra le varie scuole, perché Ebraismo cosiddetto Riformato ha adottato la piena parità di genere e dagli anni &#8217;70 del Novecento, le donne possono essere ordinate rabbino e guidare le sinagoghe esattamente come gli uomini, mentre in quello cosiddetto Conservatore ciò non è possibile le donne conservano un ruolo subalterno rispetto agli uomini.<br />
Nel Buddismo esiste la tradizione monastica femminile delle monache, sebbene in alcune aree geografiche (come nel buddismo Theravada del Sud-Est asiatico) l&#8217;ordinazione monastica femminile sia stata interrotta o fatichi a essere pienamente riconosciuto dalle autorità.<br />
L’Induismo è una religione estremamente pluralista che venera grandi divinità femminili (le Devi, come Durga, Kali, Saraswati). Le donne possono svolgere il ruolo di guide spirituali e, in diverse tradizioni contemporanee, sia in India che in Occidente, officiare rituali sacri in qualità di sacerdotesse.<br />
A parte i ruoli “dirigenziali” terreni, molte religioni hanno una grande considerazione per le donne, che spesso venerano come dee, e anche la tradizione giudaico-cristiana annovera figure importanti di donne, a cominciare dalla Bibbia, dove esse hanno un ruolo fondamentale. Basti pensare a Maria, madre di Gesù e venerata anche nell’Islam, conosciuta in lingua araba come Maryam, che le riserva una profonda venerazione. Il Corano afferma esplicitamente che Dio l&#8217;ha scelta e purificata sopra tutte le donne del creato (Sura III, 42).<br />
Molte donne compaiono nel Nuovo Testamento come discepole di Gesù, tre donne (le tre Marie) erano presenti ai piedi della croce quando Gesù è morto, ed è stata una donna, Maria di Magdala, la prima testimone della sua resurrezione. Senza contare che tutta la storia della Chiesa è ricca di personaggi femminili, sante, mistiche, laiche che hanno portato il loro contributo spirituale e culturale a tutto il popolo cristiano. Speriamo che il loro ruolo cresca sempre di più all’interno del popolo cristiano che ne trarrà certamente grande giovamento.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Il convegno degli esorcisti campani</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-il-convegno-degli-esorcisti-campani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2026 07:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi e Cultura]]></category>
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<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla di esorcismi. Il 10 giugno scorso si sono riuniti presso l’abazia di Loreto in Mercogliano gli esorcisti campani per il loro ottavo convegno regionale. L’appuntamento rappresenta una tappa significativa del cammino di formazione di [&#8230;]</p>
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Il 10 giugno scorso si sono riuniti presso l’abazia di Loreto in Mercogliano gli esorcisti campani per il loro ottavo convegno regionale. L’appuntamento rappresenta una tappa significativa del cammino di formazione di questi specialisti della “possessione” in un ambito delicato della vita della Chiesa e di cui non si sente parlare spesso. Eppure l’argomento affascina, specialmente le giovani generazioni, e lo dico per esperienza personale di docente in quanto molte volte i miei alunni mi hanno chiesto di parlare di questo argomento. Ne approfitto quindi per scrivere qualche accenno – l’argomento è vasto e richiederebbe letture ben più approfondite – in questa mia rubrica settimanale.<br />
Dunque, cominciamo col capire cosa è un esorcismo. In termini generali, l&#8217;esorcismo è un rito religioso o spirituale praticato per scacciare presunte entità demoniache, spiriti maligni o energie negative da una persona, un luogo o un oggetto che si ritiene ne siano posseduti o influenzati.<br />
È una pratica antichissima, universale e non esclusiva del cristianesimo, si ritrova, con modalità e significati diversi, in quasi tutte le culture e le religioni della storia umana. L&#8217;idea alla base dell&#8217;esorcismo è che il mondo visibile possa entrare in contatto con forze invisibili e che queste ultime possano &#8220;prendere il controllo&#8221; di un corpo o di uno spazio.<br />
Nel mondo islamico, l&#8217;esorcismo è conosciuto come Ruqyah. Secondo la teologia islamica, il mondo è popolato anche dai Jinn (creature fatte di fuoco e dotate di libero arbitrio, che possono essere buone o malvagie: una specie di angeli e diavoli). Se un Jinn malvagio possiede una persona, un leader spirituale o un musulmano praticante esegue la Ruqyah recitando versetti specifici del Corano e invocando la guarigione da parte di Allah.<br />
Nella tradizione ebraica non esiste un vero e proprio &#8220;rituale standard&#8221; di esorcismo, poiché l&#8217;attenzione è focalizzata sulla vita terrena e sull&#8217;osservanza dei precetti. Tuttavia, nel folklore ebraico e nella mistica (specie nella Cabala), esiste la figura del Dybbuk, l&#8217;anima errante di un defunto che si impossessa di un vivo. L&#8217;esorcismo in questo caso viene eseguito da un Rabbino colto e pio, spesso accompagnato dal suono dello Shofar (il corno d&#8217;ariete), per convincere o costringere lo spirito a lasciare il corpo.<br />
Nei testi antichi dell’Induismo si parla di spiriti che tormentano i vivi. Gli esorcismi prevedono rituali di purificazione, offerte, mantra specifici e l&#8217;uso di incenso, fili sacri o polveri benedette nei templi dedicati. Nel Buddismo, pur non essendoci l&#8217;idea di un &#8220;diavolo&#8221; in senso occidentale, si riconosce l&#8217;esistenza di spiriti legati all&#8217;illusione e al karma negativo. L&#8217;esorcismo buddista si concentra sull&#8217;allontanamento delle energie negative e sulla compassione verso lo spirito tormentato, spesso attraverso la meditazione, il canto e la recitazione di mantra protettivi.<br />
Oggi, la medicina, la psichiatria e l&#8217;antropologia guardano alla possessione e all&#8217;esorcismo come a fenomeni culturali e psicologici. Nella classificazione medica internazionale (come il DSM-5), i casi storicamente attribuiti alla possessione vengono diagnosticati come Disturbo Dissociativo dell&#8217;Identità, schizofrenia, psicosi, epilessia o forme acute di isteria collettiva. Questo non vuol dire che gli esorcismi siano inutili. Il rito dell&#8217;esorcismo può a volte avere un effetto &#8220;terapeutico&#8221; psicologico (simile a un potentissimo effetto placebo) se il soggetto crede profondamente in quella struttura culturale e religiosa: la mente, convinta del potere del rito, riesce a placare i propri conflitti interni. Questo quanto dice la scienza, ma la Chiesa cattolica, basandosi sulla dottrina che riconosce l&#8217;esistenza reale di Satana e degli spiriti ribelli, ritiene che l’esorcismo serva a liberare, in casi molto circoscritti e determinati, e dopo aver svolto tutte le indagini medico-scientifiche del caso, le persone dall’influenza del Maligno. Il rito è affidato a sacerdoti specializzati e, lungi dall&#8217;essere improvvisato, è regolato nei minimi dettagli dal Diritto Canonico e dal rituale De exorcismis et quibusdam supplicationibus (aggiornato l&#8217;ultima volta nel 1999).<br />
Nelle Chiese Ortodosse il rito è molto antico e solenne, spesso integrato nelle preghiere di esorcismo di San Basilio e San Giovanni Crisostomo. Viene praticato con l&#8217;uso massiccio di incenso, acqua benedetta e segno della croce.<br />
Si distingue tra il Grande e il Piccolo esorcismo. Quest’ultimo è costituito da preghiere di liberazione dal male integrate in altri sacramenti. Il più comune è quello inserito nel rito del Battesimo, in cui si prega per allontanare il peccato e l&#8217;influenza del maligno dal battezzando. Può essere recitato da qualsiasi sacerdote o diacono. L’esorcismo Maggiore è il rito vero e proprio, volto a scacciare i demoni o a liberare dall&#8217;influenza demoniaca. Può essere celebrato esclusivamente da un sacerdote che abbia ricevuto una licenza espressa e peculiare dal proprio Vescovo diocesano.<br />
La Chiesa è molto attenta prima di praticare un esorcismo. Contrariamente a quanto si crede, la prima risposta di fronte a presunti fenomeni paranormali non è spirituale, ma medica e scientifica. Prima di autorizzare un esorcismo maggiore, il sacerdote esorcista collabora attivamente con un&#8217;équipe di esperti (psichiatri, psicologi, medici specialisti) per escludere patologie mentali, disturbi della personalità o patologie neurologiche. Nella stragrande maggioranza dei casi (oltre il 95%) le persone che si rivolgono a un esorcista vengono indirizzate verso percorsi di cura psicologica o psichiatrica. Nel 5% dei casi si valutano attentamente i &#8220;segni&#8221; della possessione diabolica, che vanno ben oltre il semplice malessere spirituale, e sono: parlare o capire lingue sconosciute (xenoglossia) che il soggetto non ha mai studiato; rivelare cose occulte o lontane, dimostrando di conoscere segreti della vita altrui senza alcuna spiegazione logica; dimostrare una forza fisica sproporzionata rispetto all&#8217;età e alla costituzione del soggetto; mostrare una forte avversione al sacro con reazioni violentissime o viscerali davanti a simboli religiosi (crocifissi, reliquie), acqua santa o preghiere in latino.<br />
L&#8217;esorcista non ha poteri magici o personali. È semplicemente un ministro che agisce in nome e per l&#8217;autorità di Gesù Cristo e della Chiesa. L&#8217;obiettivo non è fare &#8220;spettacolo&#8221;, ma restituire la libertà spirituale e psicologica alla persona sofferente. Le preghiere che il sacerdote esorcista recita durante il rito sono in genere quelle comuni. A volte vengono letti salmi specifici che esaltano la protezione divina nei momenti di pericolo, come il Salmo 90, uno dei più belli del Salterio, un testo poetico di straordinaria potenza visiva che descrive la sicurezza assoluta di chi si affida a Dio con il quale concludo questo mio intervento riportandone alcuni versetti: “Tu che abiti al riparo dell&#8217;Altissimo e passi la notte all&#8217;ombra dell&#8217;Onnipotente, dì al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido» / Egli ti libererà dal laccio del cacciatore, dalla peste che distrugge. Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio; la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. / Non temerai i terrori della notte, né la freccia che vola di giorno, la peste che vaga nelle tenebre, lo sterminio che devasta a mezzogiorno. / Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire. / «Lo libererò, perché a me si è legato, lo proteggerò, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell&#8217;angoscia io sarò con lui, lo salverò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli mostrerò la mia salvezza».</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Sant’Antonio di Padova</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-santantonio-di-padova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 10:12:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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<p>Il none originario di Sant’Antonio di Padova, la cui festa abbiamo celebrato il 13 giugno, non era Antonio ma Fernando, e il santo non era neanche di Padova, bensì di Lisbona, nato da una nobile famiglia, in una data incerta, anche se la sua biografia più antica, redatta da un anonimo frate appena a un [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="500" height="665" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/f67da07c-bd39-4a3b-a5f9-d3a4db1aadef.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/f67da07c-bd39-4a3b-a5f9-d3a4db1aadef.jpeg 500w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/06/f67da07c-bd39-4a3b-a5f9-d3a4db1aadef-451x600.jpeg 451w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /></div><p>Il none originario di Sant’Antonio di Padova, la cui festa abbiamo celebrato il 13 giugno, non era Antonio ma Fernando, e il santo non era neanche di Padova, bensì di Lisbona, nato da una nobile famiglia, in una data incerta, anche se la sua biografia più antica, redatta da un anonimo frate appena a un anno dalla sua morte, la indica nel 15 agosto 1195.<br />
Il giovane Fernando fu avviato, come tutti i nobili del tempo, alla carriera delle armi e tentato dal lusso e dal peccato, ma queste notizie forse ricalcano quelle del suo coetaneo San Francesco. È certo invece che nel 1210, quindicenne, venne accolto tra i canonici regolari agostiniani di Lisbona. Non ci si stupisca della giovane età, perché a quel tempo i quindici anni erano quelli della chiamata alle armi e in qualche modo quelli della maggiore età. Considerando che il giovane Fernando, primogenito, si sarebbe dovuto disporre a raccogliere l’eredità paterna, la scelta della vocazione appare autentica e fatta anche contro la volontà della famiglia. Si dice infatti che il giovane Fernando si sia rifugiato entro le mura del convento, ma anche lì fosse oggetto di frequenti visite di amici e parenti, che lo volevano distogliere dalla preghiera e a dallo studio. Trovò pace solo quando si fece trasferire in un’altra sede agostiniana, a Santa Croce di Coimbra. Qui venne a conoscenza di cinque frati francescani che erano stati martirizzati in Marocco e, attratto dal loro nobile gesto, decise di passare nel 1220 nel nuovo ordine Francescano che a quel tempo, ancora vivo san Francesco, già aveva migliaia di adepti, prendendo il nome di Antonio. Gli ex confratelli agostiniani non la presero bene e gli rimproverarono il suo peccato di superbia: aveva sete di santità. Ma Antonio sentiva ormai con forza la vocazione alla predicazione, sul modello dei cinque frati martirizzati in Marocco. Si indirizzò pertanto al suo diretto superiore, fra Giovanni Parente, gli confidò il suo desiderio e ottenne il permesso di partire. Nell’autunno del 1220 si imbarcò per il Marocco, ma la vicenda africana si sviluppò in modo molto diverso da come avrebbe voluto. Colpito da malaria, dovette rientrare in Portogallo, ma durante il viaggio di ritorno una tempesta spinse la nave verso le coste della Sicilia orientale. Lì si mise in contatto con i confratelli messinesi, dai quali apprese che San Francesco stava convocando alla Porziuncola il Capitolo generale dei frati, nel quale sarebbe stato presentato il testo della Regola. Decise pertanto di recarsi ad Assisi, insieme ai francescani di Messina, per poter finalmente incontrare il fondatore dei frati San Francesco. Ma questo incontro non ci fu, mentre ci fu quello con frate Graziano, il ministro provinciale di Roma, che lo accolse e lo destinò all’Eremo di Montepaolo, tra la Romagna e la Toscana. Lì condusse il noviziato, svolgendo lavori umili, ma pare che per caso gli capitò di predicare, senza averne nessuna esperienza, nella cattedrale di Forlì. Siamo alla fine del 1222 e l’impressione della sua eloquenza – nutrita degli studi di quando era nell’ordine degli agostiniani – fu tale che d’un colpo divenne famoso. Era il tempo dell’eresia dei càtari, un importante movimento religioso diffuso in Europa (soprattutto in Francia meridionale e Italia settentrionale) tra l&#8217;XI e il XIV secolo. Si consideravano i veri cristiani delle origini e contestavano la corruzione e l’opulenza della Chiesa cattolica, e c’era bisogno di abili oratori per confutare le loro idee. Antonio lo era, ed era anche convinto che per essere tali occorresse una buona preparazione teologica, che mancava quasi del tutti sia ai preti secolari, sia agli stessi francescani, e qui entrò in contrasto con San Francesco, che invece riteneva che la povertà e l’umiltà che egli predicava dovesse essere intesa anche come assenza di preparazione culturale, che avrebbe potuto portare alla superbia. La piccola disputa fu vinta dal frate portoghese, e da quel momento anche i francescani cominciarono a studiare teologia nelle migliori università d’Europa, anzi lo stesso Francesco consentì di fondare nel 1223 il primo studentato teologico francescano a Bologna.<br />
Intanto l’attività di predicatore di Antonio si fece molto intensa su un territorio molto vasto, comprendente quasi tutta l’Italia settentrionale, insieme anche alla sua attività di taumaturgo. Infatti in quel periodo si registrano i primi miracoli del frate, come quello della mula di un padrone eretico che dopo averla affamata le mise innanzi una ricca porzione di biada dinanzi al santo e l’animale, trascurando il cibo, s’inginocchiò davanti ad Antonio. Oppure quello della predicazione ai pesci, modellato su quello degli uccelli di San Francesco, che si misero ad ascoltarlo in sostituzione degli uomini che sfuggivano al suo parlare.<br />
Ma a parte questi miracoli, che fanno parte dell’aneddotica popolare, la predicazione di Antonio si rivolse, su indicazione di papa Onorio, ai popoli in terra di Francia dove l’eresia càtara aveva fatto molti adepti. Vi rimase circa due anni, durante i quali divenne anche padre superiore dei conventi del Limousin.<br />
La notizia del trapasso di San Francesco nel 1226 lo fece rientrare in Italia, dove il successore di San Francesco, frate Giovanni Parente, lo nominò ministro provinciale per l’Italia settentrionale. Assunto questo nuovo incarico, che esercitò con grande zelo, insieme ad altri miracoli a lui attribuiti, nel 1228 giunse a Padova, che da allora divenne la sua residenza preferita, presso il convento di Santa Maria Mater Domini, posto accanto al luogo dove sorge oggi la basilica a lui dedicata. Ma si recava spesso anche fuori città, a Camposanpiero, a pregare e a studiare. Fu propria a Camposanpiero che fu visto cullare tra le braccia il bambino Gesù, e questa immagine divenne virale, diremmo oggi, tanto da essere raffigurato sempre con il braccio il piccolo Gesù. Sempre in questo suo eremo fuori città il 13 giugno 1231 fu colto da malore. Si cercò di trasportarlo a Padova ma non ce la fece a raggiungere la città e passò da questa vita all’altra mentre era nel convento delle clarisse ad Arcella. La gente del posto allora si contese il corpo e fu solo per intercessione del vescovo e dei francescani che il suo corpo fu trasportato a Mater Domini per la sepoltura definitiva.<br />
L’arca di marmo nella quale fu deposto divenne immediatamente meta di continui pellegrinaggi, che non si sono mai arresti fino al tempo presente, insieme a vari miracoli, mentre la sua tomba fu inglobata nella splendida basilica che possiamo visitare ancora oggi. Acclamato Santo a furor di popolo ad appena un mese dal trapasso, Antonio fu canonizzato a Spoleto il giorno di Pentecoste del 1232.<br />
Pio XII nel 1946 lo ha proclamato doctor angelicus, per la sua costante aderenza al vangelo durante le sue prediche. La grande basilica antoniana, edificata a partire dall’anno successivo alla sua morte, viene comunemente ricordata in città come “la basilica del Santo”, a testimonianza del grande affetto dei padovani che, in occasione della sua ricorrenza il 13 giugno gli dedicano una grande processione a cui partecipano innumerevoli pellegrini.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, La storia delle encicliche papali</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-la-storia-delle-encicliche-papali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 31 May 2026 06:48:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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<p>La recente enciclica di Papa Leone XIV si intitola Magnifica Humanitas (sottotitolo &#8220;Sulla custodia della persona umana nel tempo dell&#8217;intelligenza artificiale&#8221;) ed è stata presentata ufficialmente il 25 maggio 2026. Il documento è stato pubblicato nel 135° anniversario della Rerum Novarum, che era nel 1891, di un altro papa di nome Leone XIII, il predecessore [&#8230;]</p>
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Non mi soffermo ad analizzare il documento, che illustri commentatori ben più autorevoli di me stanno facendo in questi giorni. Piuttosto vorrei parlare delle encicliche in generale.<br />
L’enciclica è la lettera pastorale più solenne e autorevole scritta dal papa. Il termine deriva dal greco enkyklios, che significa &#8220;circolare&#8221;, perché destinate a circolare tra i fedeli. Questi documenti vengono utilizzati per comunicare insegnamenti su fede e morale, su chiarimenti sulla dottrina cattolica, su questioni sociali ed etiche, su temi di attualità come ambiente, pace e giustizia nel mondo. Storicamente indirizzate ai vescovi di una specifica nazione o di tutto il mondo, tramite questi il messaggio raggiunge tutti i fedeli cattolici e l&#8217;intera comunità internazionale, ma non è raro che l’enciclica si indirizzi direttamente ai fedeli e in alcuni casi a tutti gli uomini di buona volontà.<br />
Alcuni esempi storici importanti di encicliche sono stati appunto la Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII, considerata la prima grande enciclica sociale, ovvero il primo documento della Chiesa che affrontò in modo organico la questione del lavoro conseguente alla rivoluzione industriale che in quel tempo era diventata una vera emergenza sociale, oppure la Laudato si’ (2015) di papa Francesco, incentrata sull&#8217;ecologia e la cura del creato, la Dilexit nos (2024), sempre di papa Francesco, l’ultima da lui pubblicata, dedicata all&#8217;amore umano e divino del Cuore di Gesù.<br />
Per consultare il testo completo di qualsiasi enciclica, si può visitare l&#8217;apposita sezione nel Sito Ufficiale della Santa Sede, ma in genere a ogni uscita si vendono volumetti a poco prezzo anche con un minimo di commento.<br />
In pratica le encicliche sono nate come una sorta di e-mail della Chiesa primitiva, ma qual è stata in assoluto la prima enciclica papale? È chiaro che tutti i papi hanno comunicato in vario modo con i fedeli con lettere e scritti di vario genere, ma il primo documento ad essere chiamato enciclica ed averne in qualche modo la struttura è stato la Ubi primum, pubblicata il 3 dicembre 1740 da papa Benedetto XIV. Intitolò infatti il documento con la formula esplicita: «Epistola Encyclica et Commonitoria ad omnes Episcopos» (lettera circolare e pro-memoria indirizzata a tutti i vescovi), per trattare alcuni argomenti che gli stavano a cuore come i doveri dei pastori, la formazione del clero, la cura delle anime, l&#8217;importanza di rimanere vicini alla propria comunità.<br />
Da quella prima, le encicliche si sono evolute nei secoli successivi. Il Papa che ha scritto più encicliche in assoluto nella storia della Chiesa è stato papa Leone XIII, di cui abbiamo già detto, che ne ha pubblicate ben 86 durante i suoi 25 anni di pontificato (dal 1878 al 1903). Infatti si guadagnò il soprannome di &#8220;Papa delle encicliche&#8221; proprio per questa sua straordinaria produzione letteraria e dottrinale. In realtà molte delle sue encicliche erano brevi lettere circolari. Oggi la Chiesa tenderebbe a classificarle come semplici messaggi o lettere apostoliche. Questo papa ha anche il record del Rosario: era profondamente devoto alla Madonna e ha dedicato ben 11 encicliche esclusivamente alla recita del Santo Rosario. Ma l&#8217;opera fondamentale per cui è ricordato e la già citata Rerum Novarum (1891), che affrontava per la prima volta la condizione operaia e i problemi della rivoluzione industriale.<br />
Sul podio dei papi più prolifici, dietro a Leone XIII, troviamo altri due pontefici che hanno guidato la Chiesa in epoche di grandi stravolgimenti storici. Pio XII (1939-1958) con 41 encicliche, molte delle quali scritte durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale e Pio IX (1846-1878) con 38 encicliche, nel corso del pontificato più lungo della storia moderna.<br />
I Papi recenti hanno ridotto notevolmente il numero di encicliche, preferendo testi più lunghi e focalizzati. Ad esempio, Giovanni Paolo II ne ha scritte 14, mentre Papa Francesco si è concentrato su 4 encicliche principali.<br />
Le encicliche hanno il titolo in latino perché, per antichissima tradizione vaticana, il titolo ufficiale di un documento papale corrisponde semplicemente alle prime due o tre parole del testo originale, che viene storicamente redatto in lingua latina. Questo meccanismo di titolazione si chiama incipit (dal latino &#8220;inizia&#8221;). La scelta di mantenere questa lingua risponde a precise esigenze della Chiesa: il latino è una lingua neutrale che non appartiene a nessuna nazione moderna. Permette alla Chiesa cattolica (che significa appunto &#8220;universale&#8221;) di rivolgersi a tutto il mondo senza dare la precedenza a una lingua nazionale specifica. Essendo una lingua &#8220;morta&#8221;, il significato delle parole non cambia nel tempo e questo garantisce che i concetti teologici e dottrinali rimangano precisi e identici nei secoli, senza risentire dell&#8217;evoluzione dei dialetti o delle lingue moderne. E poi il latino è la lingua ufficiale della Santa Sede e usarlo per i documenti più solenni sottolinea il legame continuo con la millenaria tradizione della Chiesa. Naturalmente, appena pubblicata una enciclica se ne fanno le traduzioni nelle varie lingue del mondo<br />
Ma vediamo come nasce il titolo. Quando il papa scrive un&#8217;enciclica, il testo latino inizia con una frase che ne riassume il senso profondo. Le prime parole di quella frase diventano automaticamente il nome del documento. Per esempio, nella Rerum Novarum il testo inizia con &#8220;Rerum novarum semel excitata cupidine&#8230;&#8221; (Una volta destato il desiderio di novità&#8230;&#8221;). Le prime due parole (in questo caso le cose nuove, la novità) diventano il titolo. A volte ci sono delle eccezioni, come nella Laudato si’, che è una scritta in volgare umbro (in onore al Cantico delle Creature di San Francesco).<br />
In conclusione possiamo dire che le encicliche offrono uno spaccato dell’evoluzione del pensiero della Chiesa su svariati temi della società, sono un valido punto di riferimento per tutti coloro che desiderano essere informati sulla Chiesa, per i pastori ma anche per i fedeli, che in questo modo si tengono “aggiornati” sulle novità del mondo ecclesiastico che si evolve e traduce il proprio pensiero e la propria dottrina in riferimento ai sempre nuovi temi che la società ci offre, aggiornando in qualche modo il sempre immutabile vangelo di Cristo.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, L’ascensione nelle varie religioni</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-lascensione-nelle-varie-religioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 07:46:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="750" height="500" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a.jpeg 750w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a-600x400.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></div>
<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla dell’Ascensione nelle varie religioni. Oggi la Chiesa celebra l’Ascensione di Gesù al cielo. Dopo essersi mostrato ai discepoli per quaranta giorni, secondo il racconto che ne fa Luca nel libro degli Atti degli Apostoli, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="750" height="500" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a.jpeg 750w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/b63c8e48-306b-4d85-94c9-caf05b86f96a-600x400.jpeg 600w" sizes="auto, (max-width: 750px) 100vw, 750px" /></div><p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla dell’Ascensione nelle varie religioni.</p>
<p>Oggi la Chiesa celebra l’Ascensione di Gesù al cielo. Dopo essersi mostrato ai discepoli per quaranta giorni, secondo il racconto che ne fa Luca nel libro degli Atti degli Apostoli, “apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio”, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse alla vista dei discepoli. Al di là del simbolismo spaziale – la Bibbia colloca nei cieli il mondo divino e l’incontro tra l’uomo e Dio è visto come una traiettoria verticale secondo la quale Dio “scende” dal cielo per parlare agli uomini e “ascende” una volta finita la sua opera – la definitiva scomparsa di Gesù dall’orizzonte terrestre deve essere vista come una nuova, grande dichiarazione di fede nella sua resurrezione. Lo spazio e il tempo sono dimensioni riduttive che vengono superate dal Risorto e dalla sua continua presenza nella Chiesa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).<br />
Ma il concetto di ascensione non è una novità del cristianesimo, è presente in molte religioni.<br />
La tradizione ebraica biblica presenta casi di personaggi giusti “rapiti” da Dio prima di conoscere la corruzione della tomba come Elia (il profeta venne assunto in cielo sotto gli occhi del discepolo Eliseo all’interno di un carro di fuoco) e Enoc (il testo biblico dice che “camminò con Dio, poi non fu più trovato, perché Dio lo aveva preso”).<br />
Secondo il libro dei Re (2 Re 2, 11-12) mentre Elia e il suo discepolo Eliseo “continuavano a camminare conversando, ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo”. Il fuoco simboleggia la natura divina e purificatrice. Elia viene sottratto alla dimensione temporale per entrare in quella eterna di Dio.<br />
La figura di Enoc (o Enoch) è una delle più misteriose e affascinanti di tutta la tradizione giudaico-cristiana. Pur comparendo pochissimo nel testo ufficiale della Bibbia ebraica, intorno al suo nome è fiorita una vastissima letteratura apocrifa incentrata proprio sui segreti cosmici e celesti che apprese durante la sua ascensione. Nella Bibbia, Enoc è il settimo patriarca dopo Adamo, figlio di Iered e padre di Matusalemme. Mentre tutti i suoi antenati e discendenti muoiono dopo vite lunghissime, il testo sacro usa per Enoc una formula unica: “Enoc visse in tutto trecentosessantacinque anni. Enoc camminò con Dio, poi non fu più trovato, perché Dio lo aveva preso” (Genesi 5, 21-24). 365 anni è un numero che richiama i giorni dell’anno solare, simbolo di perfezione e completezza.<br />
Nella tradizione islamica, il concetto di ascensione trova la sua massima espressione nel miracoloso viaggio notturno del profeta Maometto dalla Mecca a Gerusalemme. Dice il Corano “Gloria a Colui che di notte trasportò il Suo servo dalla Santa Moschea alla Moschea Al-Aqsa [&#8230;] per mostrargli alcuni dei Nostri segni” (Corano 17,1). Secondo la Tradizione, guidato dall’arcangelo Gabriele e cavalcando la creatura alata, Maometto attraversa i sette cieli. In ogni cielo incontra i profeti del passato (tra cui Gesù, Mosè e Abramo). Supera poi il Loto del Limite, cioè il confine ultimo della creazione, e giunge al cospetto di Allah, dove riceve l’ordine delle cinque preghiere quotidiane (Salah) per la comunità musulmana.<br />
Nelle religioni orientali l’ascensione assume un valore meno fisico e più legato alla coscienza e allo spirito. Nell’Induismo Yudhishthira, il re giusto protagonista della monumentale epopea del Mahabharata, è l&#8217;unico mortale a cui è permesso di entrare nel regno dei cieli (Svarga) mantenendo il proprio corpo fisico, grazie alla sua assoluta devozione alla verità e al Dharma (la legge morale). Il Testo Sacro racconta che, dopo aver rinunciato al trono, Yudhishthira e i suoi fratelli scalarono l&#8217;Himalaya verso il monte Meru. Lungo la strada, tutti caddero e morirono a causa dei loro difetti morali. Solo Yudhishthira, seguito da un cane fedele, raggiunse la vetta. Lì, il dio Indra discese su un carro splendente per portarlo in cielo. Ma quando gli impone di abbandonare il cane perché impuro, Yudhishthira rifiuta, preferendo rinunciare al paradiso pur di non tradire il proprio cane. A questo punto il cane si rivela essere il dio Dharma in persona e, superata quest&#8217;ultima prova di compassione, il re sale fisicamente al cielo. Una bella storia d’amore verso i nostri amici a quattro zampe.<br />
Nel Buddismo, il concetto di “ascensione” non si riferisce al trasferimento fisico di un corpo umano, ma è inteso in senso metafisico. L&#8217;ascesa è l’elevazione della coscienza attraverso vari piani di esistenza, fino al superamento definitivo del ciclo delle rinascite (Samsara). Tuttavia, nei testi sacri e nelle tradizioni (specialmente Mahayana e Vajrayana), non mancano eventi di ascesa miracolosa legati al Buddha storico e a grandi maestri. Infatti, quando il Buddha muore a Kushinagar, non sperimenta una morte comune né un’ascesa corporea verso le nuvole. Entra nel Parinirvana (il Nirvana finale). È il distacco assoluto dal Samsara, cioè dall’eterno ciclo di morte e rinascite: la coscienza si libera dalle categorie di spazio e tempo, diventando incondizionata.<br />
Concludiamo con un accenno alla religione greco-romana dove il concetto di ascensione prende il nome di apoteosi (dal greco apotheosis, “divinizzazione”) o consecratio in latino. Rappresenta il processo attraverso il quale un essere umano particolarmente straordinario — un eroe, un fondatore o un imperatore — supera la condizione mortale per essere ammesso nel novero degli dei e accolto nella dimora celeste (l’Olimpo o le sfere astrali).<br />
Nella Grecia antica, l&#8217;apoteosi era riservata a figure mitiche che avevano reso benefici immensi all&#8217;umanità. Eracle (Ercole) è l’archetipo di questa apoteosi. Ovidio, nelle Metamorfosi (Libro IX), descrive come Zeus, “il re degli dei lo rapì in mezzo a una nube cava e lo portò in cielo su un carro trainato da quattro cavalli, inserendolo tra le stelle splendenti”.<br />
Nella Roma antica il modello originario di ascensione è legato al suo fondatore, Romolo, la cui scomparsa fissa lo standard per tutte le future divinizzazioni imperiali. Livio (Ab Urbe Condita, Libro I, 16) racconta che mentre Romolo passa in rassegna l’esercito al Campo Marzio, scoppia un temporale improvviso accompagnato da un terribile fragore. Una densa nube avvolge il re e quando la tempesta si placa, il seggio reale è vuoto: Romolo è stato assunto in cielo dal padre Marte per diventare il dio Quirino. In epoca imperiale, a partire da Giulio Cesare e Augusto, l’ascensione diventa un rituale di Stato formalizzato gestito dal Senato. Secondo lo storico Erodiano, quando un imperatore stimato moriva, il vero corpo veniva sepolto privatamente, ma al pubblico veniva mostrato un fantoccio di cera perfetto. Il simulacro veniva portato al Campo Marzio e posto all&#8217;interno di una gigantesca struttura di legno a forma di piramide, ricca di ori, aromi e tessuti preziosi. Nel momento in cui i magistrati appiccavano il fuoco alla pira, dalla sommità della struttura veniva liberata un’aquila (per gli imperatori) o un pavone (per le imperatrici), questo perché i romani credevano fermamente che l’uccello sacro a Giove legasse a sé l&#8217;anima dell&#8217;imperatore, trasportandola visibilmente dalla Terra verso la dimora celeste degli dei.<br />
In qualsiasi modo si voglia intendere l’ascensione, essa rappresenta l’unione dell’umano col divino e le numerose rappresentazioni, comuni a molte religioni e tradizioni, stanno a testimoniare l’anelito assoluto dell’uomo per l’immortalità, condizione imprescindibile per superare la paura della morte e l’illogicità di una condizione umana che escluda la dimensione del sacro nella vita dell’uomo.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, I papi e il Santuario della Madonna di Pompei</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-i-papi-e-il-santuario-della-madonna-di-pompei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Vitale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 06:29:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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<p>Leone XIV non è il primo papa a recarsi a Pompei in visita al Santuario della Beata Vergine. Il legame tra il papato e la città mariana è molto solido, con tre pontefici dell’era moderna che si sono recati in pellegrinaggio ufficiale. Giovanni Paolo II è stato il primo, nell’ottobre del 1979 e vi è [&#8230;]</p>
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La devozione della Madonna di Pompei ha una storia che affonda nella seconda metà del 1800 ed è indissolubilmente legata alla figura di Bartolo Longo, un avvocato pugliese che, dopo una giovinezza tormentata e vicina allo spiritismo, dedicò la sua vita alla fede e alla carità. Nel 1875, mentre si trovava nella Valle di Pompei, al tempo una palude insalubre e degradata, per amministrare i beni della contessa Marianna Farnararo de Fusco, udì una voce interiore: “Se cerchi salvezza, diffondi il Rosario”.<br />
La recita del rosario è una pratica di preghiera contemplativa che ripercorre momenti salienti degli ultimi istanti della vita terrena di Gesù, detti Misteri. Questa preghiera ha radici medievali e si è evoluta nel tempo come una sorta di “Salterio dei poveri”, ovvero una versione semplificata della preghiera dei monaci. All’inizio si recitavano dei Padre Nostro, ma con l’aumentare della devozione mariana nel XII secolo, essi furono gradualmente sostituiti o affiancati da 50 “Saluti Angelici” (la prima parte dell&#8217;attuale Ave Maria), dando vita al cosiddetto Salterio della Beata Vergine. La diffusione di questa preghiera di deve a San Domenico di Guzmán al quale, secondo il racconto del beato Alano della Rupe, la Vergine gli apparve nel 1214 consegnandogli la corona come “arma” spirituale per convertire gli eretici albigesi. Successivamente i monaci certosini iniziarono a dividere le Ave Maria in decine, associando a ognuna un episodio della vita di Gesù e Maria. Il termine rosario deriva dall’usanza medievale di offrire corone di rose alle statue della Madonna.LA SUPPLICA<br />
Leone XIV non è il primo papa a recarsi a Pompei in visita al Santuario della Beata Vergine. Il legame tra il papato e la città mariana è molto solido, con tre pontefici dell’era moderna che si sono recati in pellegrinaggio ufficiale. Giovanni Paolo II è stato il primo, nell’ottobre del 1979 e vi è tornato una seconda volta nel 2003 per la chiusura dell&#8217;Anno del Rosario. Benedetto XVI ha visitato il Santuario il 19 ottobre 2008, celebrando la messa e affidando a Maria i lavori del Sinodo dei vescovi. Papa Francesco si è recato in preghiera al Santuario il 21 marzo 2015, come prima tappa della sua visita pastorale in Campania. Ma Leone XIV ha una particolarità: è il primo papa che partecipa alla supplica alla Beata Vergine, che come ben si sa si tiene l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br />
La devozione della Madonna di Pompei ha una storia che affonda nella seconda metà del 1800 ed è indissolubilmente legata alla figura di Bartolo Longo, un avvocato pugliese che, dopo una giovinezza tormentata e vicina allo spiritismo, dedicò la sua vita alla fede e alla carità. Nel 1875, mentre si trovava nella Valle di Pompei, al tempo una palude insalubre e degradata, per amministrare i beni della contessa Marianna Farnararo de Fusco, udì una voce interiore: “Se cerchi salvezza, diffondi il Rosario”.<br />
La recita del rosario è una pratica di preghiera contemplativa che ripercorre momenti salienti degli ultimi istanti della vita terrena di Gesù, detti Misteri. Questa preghiera ha radici medievali e si è evoluta nel tempo come una sorta di “Salterio dei poveri”, ovvero una versione semplificata della preghiera dei monaci. All’inizio si recitavano dei Padre Nostro, ma con l’aumentare della devozione mariana nel XII secolo, essi furono gradualmente sostituiti o affiancati da 50 “Saluti Angelici” (la prima parte dell&#8217;attuale Ave Maria), dando vita al cosiddetto Salterio della Beata Vergine. La diffusione di questa preghiera di deve a San Domenico di Guzmán al quale, secondo il racconto del beato Alano della Rupe, la Vergine gli apparve nel 1214 consegnandogli la corona come “arma” spirituale per convertire gli eretici albigesi. Successivamente i monaci certosini iniziarono a dividere le Ave Maria in decine, associando a ognuna un episodio della vita di Gesù e Maria. Il termine rosario deriva dall’usanza medievale di offrire corone di rose alle statue della Madonna.<br />
La preghiera fu ufficialmente codificata e resa universale da Papa Pio V nel 1569. Pochi anni dopo, nel 1571, la vittoria della flotta cristiana a Lepanto contro l’Impero Ottomano fu attribuita alla recita del Rosario da parte delle confraternite. In segno di gratitudine, il Papa istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, oggi nota come Madonna del Rosario.<br />
Ma torniamo a Bartolo Longo, che aveva ricevuto l’invito a diffondere il rosario. La gente, si sa, per pregare ha bisogno di un’immagine. Dunque Bartolo si mise a cercare un quadro che servisse allo scopo per dare ai contadini della Valle di Pompei un’immagine sacra davanti alla quale riunirsi per la preghiera. Nel novembre 1875, Longo organizzò una “missione popolare” per i contadini della zona. Secondo le consuetudini dell’epoca, era necessario esporre un’immagine della Vergine per concludere degnamente l’evento e favorire la partecipazione dei fedeli, ma il budget era limitato. Non avendo i fondi per commissionare un’opera nuova o acquistarne una di pregio, si mise alla ricerca di una tela a Napoli. Finì per accettare un dipinto logoro e di scarsa qualità artistica regalatogli da una suora, poiché era l&#8217;unica opzione accessibile. ll quadro era così malridotto che inizialmente Longo ne provò quasi ribrezzo. Fu trasportato a Pompei sopra un carro di letame, un dettaglio che Longo interpretò poi come un segno dell’umiltà della Vergine.<br />
La tela che oggi veneriamo oggi a Pompei è quella originaria, ma chiaramente ha vissuto una trasformazione radicale. Quando Bartolo Longo la ricevette nel 1875, era una “tela brutta e puzzolente”, come dice lui stesso, corrosa dalle tarme e con diverse mancanze di colore. La sua rinascita è avvenuta attraverso diverse fasi di restauro. La prima fu affidata al pittore Guglielmo Galella, che fece una pulizia superficiale per renderla esponibile. Successivamente, Bartolo Longo chiese un intervento più profondo a Federico Maldarelli, pittore e scultore napoletano di chiara fama. Una curiosità è che in origine, la figura ai piedi della Madonna non era Santa Caterina, ma Santa Rosa da Lima. Maldarelli, su richiesta di Longo, ne ridipinse il volto e gli attributi per trasformarla in Santa Caterina da Siena, protettrice del Terz&#8217;Ordine Domenicano, cui Bartolo era molto legato. Un restauro più scientifico avvenne nel 1965 presso il Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma. Con grande sorpresa, rimuovendo gli strati di pittura accumulati nei secoli (comprese le pesanti ridipinture ottocentesche), i restauratori trovarono i pigmenti originali del Seicento. Le analisi rivelarono che l&#8217;opera, pur essendo una tela di devozione popolare, apparteneva alla scuola di Luca Giordano, uno dei più grandi pittori barocchi napoletani. L&#8217;ultimo restauro è stato eseguito nei laboratori dei Musei Vaticani. Gli esperti hanno rimosso vernici ingiallite e sporco atmosferico utilizzando tecnologie d’avanguardia per stabilizzare la tela e restituirle la luminosità originale, prima che il quadro tornasse solennemente nel Santuario l&#8217;8 dicembre 2012. Oggi l&#8217;icona è protetta da una cornice di bronzo dorato e ornata da tondi che raffigurano i Misteri del Rosario.<br />
Per quanto riguarda il Santuario, la prima pietra fu posta l&#8217;8 maggio 1876. Il progetto originario era a navata unica fu consacrato nel 1891. Tra il 1934 e il 1939 il tempio fu ampliato a tre navate per accogliere il crescente numero di fedeli, ma già nel 1901 era stato elevato a Basilica Pontificia da Papa Leone XIII. Attorno al santuario, Bartolo Longo fondò una vera e propria “città della carità”, istituendo orfanotrofi, scuole e ospizi per i figli dei carcerati, opere tuttora attive e gestite dalle suore domenicane. Il campanile fu inaugurato nel 1925, è alto 80 metri e svetta sulla piazza intitolata al fondatore. Oggi il santuario accoglie circa 4 milioni di pellegrini all’anno ed è celebre per la recita della Supplica alla Madonna di Pompei ogni 8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br />
E infatti, la Supplica alla Madonna di Pompei è una delle preghiere mariane più celebri, scritta da Bartolo Longo nel 1883 con il titolo originale di “Atto d’amore alla Vergine”, convinto che solo la preghiera del Rosario potesse risanare le ferite dell’epoca. La preghiera viene recitata solennemente due volte l’anno rigorosamente alle ore 12.00: l’8 maggio, anniversario della posa della prima pietra del Santuario (1876) e la prima domenica di ottobre, mese tradizionalmente dedicato al Santo Rosario. La prima recita avvenne il 14 ottobre 1883 davanti a circa ventimila pellegrini radunati a Pompei. L’8 maggio 1915 Papa Benedetto XV la recitò per la prima volta in Vaticano, rendendola una pratica universale. Ancora oggi, milioni di fedeli in tutto il mondo si uniscono in contemporanea per la recita.<br />
La Supplica è un testo intenso che alterna momenti di umiltà, richiesta di aiuto e lode. La preghiera inizia riconoscendo Maria come “Regina delle vittorie” e “Madre di misericordia”. Il fedele si presenta ai suoi piedi, spesso in un momento di difficoltà, cercando conforto nel suo sguardo materno. Si chiede a Maria di intercedere presso Dio per ottenere il perdono dei peccati. Un passaggio celebre è l&#8217;invocazione per la pace nella Chiesa, nelle famiglie e nella società, sottolineando come solo la protezione divina possa placare le sofferenze del mondo. La preghiera si chiude con un atto di amore totale verso il Rosario, definito “catena dolce che ci riannoda a Dio”. Si chiede la benedizione per il Papa, i vescovi e tutti i sofferenti, terminando con un triplice saluto (Salve Regina).</p>
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		<title>Miracolo di San Gennaro, si rinnova il prodigio di maggio: presente la delegazione campana dello SMOCSG</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Nunzia Sannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 14:04:36 +0000</pubDate>
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<p>Alle ore 17:04, durante la celebrazione eucaristica, il sangue del Santo Patrono si è sciolto, suscitando come sempre profonda commozione tra i fedeli presenti. Il prodigio, che si ripete tre volte l’anno, rappresenta un simbolo di speranza e protezione per la città di Napoli, affondando le sue radici in una tradizione secolare legata alla traslazione [&#8230;]</p>
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<p>Il prodigio, che si ripete tre volte l’anno, rappresenta un simbolo di speranza e protezione per la città di Napoli, affondando le sue radici in una tradizione secolare legata alla traslazione delle reliquie del martire.</p>
<div style="width: 478px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-348778-1" width="478" height="850" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4?_=1" /><a href="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4">https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4</a></video></div>
<p>La giornata è stata scandita dalla solenne processione che ha accompagnato il busto e le ampolle contenenti il sangue di San Gennaro dal Duomo di Napoli fino alla Basilica di Santa Chiara, dove si è svolto il momento culminante della celebrazione, officiata dall’arcivescovo Domenico Battaglia.</p>
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Alla cerimonia ha preso parte anche la delegazione di Napoli e Campania dello Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata da Donna Federica De Gregorio Cattaneo. Presenti numerosi Cavalieri dell’Ordine, tra cui la Dama Nunzia Sannino, il Cav. Luigi De Angelis, il Cav. Lorenzo degli Innocenti, il Cav. Ciro Caruso, il Cav. Stefano Marchione e il Nobile Cav. Emiddio De Franciscis.</p>
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La partecipazione dell’Ordine ha sottolineato ancora una volta il forte legame tra le istituzioni cavalleresche e le tradizioni religiose del territorio, in un momento di intensa spiritualità e condivisione.</p>
<p>Il miracolo di maggio si conferma così non solo un evento religioso, ma anche un elemento identitario che continua a unire la città nel segno della fede, della storia e dell’appartenenza.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Guerra e Bibbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 08:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi e Cultura]]></category>
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La Bibbia dell’Antico Testamento è piena di parole di violenza, di guerra, di vendetta e ci sono persone che prendono questi e altri testi per giustificare “religiosamente” violenze e guerre. Qualche politico ha persino usato l’intero capitolo 9 del libro di Ester per imprimere una giustificazione sulla guerra di Gaza e in particolare il versetto 9: “I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero” (in realtà il capitolo in questione è il finale di una vicenda complessa che vede i giudei prevalere, grazie all’intercessione della regina Ester, sui loro nemici, dopo che essi stessi avevano rischiato lo sterminio).<br />
Altre volte si cita una parte di un testo, tralasciando il resto. Per esempio al Salmo 14, 1 si legge: “Dio non c’è”, ma, completando il versetto, scopriamo il trucco: il testo completo dice: “Dio non c’è, afferma lo stolto”.<br />
Il problema è questo: se noi prendiamo una parte della Bibbia, estrapolandola dal contesto generale, possiamo far dire al testo quello che a noi più conviene. Le parole della Bibbia (ma anche quelle di altri testi letterari), scorporate dal loro contesto e talvolta dall’intera frase, dicono semplicemente cose diverse dal loro senso generale.<br />
C’è poi anche chi prende le citazioni dalle citazioni di altri, come la gaffe che ha fatto il capo del Pentagono Pete Hegseth, finito al centro di una polemica dopo aver citato un falso versetto sacro tratto, in realtà, dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Si tratta del discorso che pronuncia uno spietato killer alle sue vittime poco prima di ucciderle, che richiama nella finzione scenografica vagamente Ezechiele 25,17: “Il cammino dell&#8217;uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”. In realtà, Ezechiele 25,17 dice tutt’altro. Anche se le due ultime frasi di questa fittizia citazione biblica sono effettivamente abbastanza vicine al testo reale del versetto, le due espressioni iniziali sono invece il risultato di una sorta di collage di altri brani sacri. E poi, il brano di Ezechiele precedente al versetto 17 indica che l’ira di Dio è in relazione con l&#8217;ostilità dei filistei, in un contesto totalmente diverso da quello che voleva intendere il segretario di Trump.<br />
E infatti, un grande errore che si fa frequentemente quando si cita la Bibbia, o antichi autori, a proprio uso e consumo, è quello di de-contestualizzare, cioè di estrapolarla dal contesto storico nel quale quelle cose sono state scritte. Così un giornalista ha citato S. Agostino per affermare una presunta affinità tra papa Leone e Trump sull’attuale guerra in Iran. Solo che se leggiamo attentamente quel testo di Sant’Agostino ci accorgiamo che contiene tesi presenti nella grande maggioranza dei teologi medioevali, che riflettevano la mentalità del tempo.<br />
Per fare un altro esempio, Paolo nella prima lettera a Timoteo non mette in discussione l’istituto giuridico della schiavitù. Che vuol dire, che la Chiesa è favorevole alla schiavitù? Vuol dire solo che a quel tempo nessuno metteva in discussione un istituto giuridico del genere. Ma la dottrina morale della Chiesa cresce e cambia e viene aggiornata al contesto storico. Quindi non si può far dire alla Bibbia quello che non vuole dire. Se Agostino e altri insegnavano, nel Medioevo che si può fare la guerra per costruire la pace, non dobbiamo dimenticare gli autori lontani nel tempo pensavano e vivevano in un contesto etico e sociale troppo diverso dal nostro perché le loro concezioni sulla pace e sulla guerra possano essere usate oggi per giustificare la guerra. Prendere testi del passato e farli passare per la volontà di Dio è un’operazione anacronistica e scorretta. Tra la Bibbia, Agostino e noi ci sono millenni di amore e di dolore di miliardi di uomini e di donne, ci sono Ildegarda di Bigen, San Francesco d’Assisi, Dante, l’umanesimo, Pico della Mirandola e Giordano Bruno, Kant e Nietzshe, i lager e i gulag, Hiroshima, papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, l’11 settembre, papa Francesco, i bambini di Gaza. Tutto questo gli autori della Bibbia non lo sapevano. Noi però lo sappiamo bene e interpretiamo la Bibbia alla luce di questa sapienza umana e divina.<br />
L’uso della Bibbia da parte di Donald Trump, e anche di immagini create con l’intelligenza artificiale, rappresenta un caso di studio estremamente significativo su come il linguaggio religioso possa essere utilizzato per la mobilitazione politica e la legittimazione di politiche di forza. La sua retorica attinge pesantemente a temi biblici interpretati in chiave nazionalista come quando, ultimamente, ha diffuso una sua immagine in chiave di guaritore.<br />
Le conclusioni che possiamo trarre da questa analisi mettono in luce un paradosso profondo: la Bibbia, un testo che culmina con l&#8217;invito a “porgere l&#8217;altra guancia”, viene storicamente e attualmente trasformata in un manuale di mobilitazione bellica e identitaria.<br />
L’uso politico della Bibbia (come nel caso di Trump o di altri leader nazionalisti) non mira mai alla riflessione spirituale, ma alla legittimazione del potere. Si prende l&#8217;autorità morale del testo e la si “appiccica” a decisioni geopolitiche o militari per renderle accettabili dall’opinione pubblica.<br />
Il rischio reale è che, svuotando il testo del suo significato etico per trasformarlo in un vessillo politico, si finisca per perdere proprio quel messaggio di pace che la Bibbia, pur tra mille contraddizioni, cerca faticosamente di consegnare all&#8217;umanità.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Papa Francesco e le sue Encicliche</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-papa-francesco-e-le-sue-encicliche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 11:15:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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<p>Il 21 aprile dello scorso anno ci ha lasciato papa Francesco. Delle persone scomparse si dice spesso che “ci hanno lasciato”, ma nel caso di papa Francesco mai tale espressione è più pertinente. Lasciare significa smettere di tenere e mai in questo caso espressione è più adatta. Papa Francesco ci “teneva” insieme a lui con [&#8230;]</p>
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Ma questi aspetti molto umani non devono offuscare lo spessore teologico e la sua azione pastorale, che si è espressa soprattutto nelle sue encicliche. E infatti è di queste che voglio parlarvi, delle lettere che ha scritto al suo popolo tanto amato.<br />
La prima enciclica – Lumen fidei (La luce della fede) – pubblicata nel giugno 2013, è un documento unico perché definita dallo stesso Pontefice “scritta a quattro mani”: raccoglie infatti l&#8217;eredità di Benedetto XVI, che l’aveva quasi completata, e viene portata a termine da Francesco.<br />
L’enciclica nasce per recuperare il carattere di “luce” proprio della fede, contrastando l&#8217;idea moderna che la fede sia un salto nel buio o un sentimento soggettivo. Al contrario, viene presentata come una luce che illumina l&#8217;intero cammino dell&#8217;esistenza. Francesco sottolinea che la fede non è un’illusione, ma è legata alla verità. Senza verità, la fede non salva e resta solo una bella fiaba. Questa verità si trova nell&#8217;incontro personale con l’amore di Dio in Gesù. Grande risalto viene dato all’ascolto della Parola e ai segni che il Signore ci manda. Credere significa ascoltare la chiamata di Dio e vedere i segni del Suo amore nella storia, in una dimensione comunitaria. Infatti, la fede non è un fatto isolato o privato, ma si vive all&#8217;interno della comunità che è Chiesa. “Madre della Chiesa” è un “titolo” di Maria e infatti l’enciclica si conclude con una preghiera a Maria, descritta come il modello perfetto di fede, colei che ha accolto la Parola e ha permesso alla luce di Dio di entrare nel mondo.<br />
Il 24 maggio 2015, due anni dopo la Lumen fidei, è la volta di Laudato si’. Il collegamento non è solo cronologico, ma profondo e dottrinale: la prima getta le fondamenta spirituali su cui la seconda costruisce l&#8217;azione concreta per il pianeta. In Lumen fidei, Francesco afferma che la fede aiuta a riconoscere l’ordine e la bontà della creazione, portandoci a rispettare la natura come dono di Dio. Questo concetto diventa il cuore della Laudato si’, dove il rispetto per l&#8217;ambiente è visto come un dovere religioso e morale. La visione della fede come “relazione” (con Dio, con gli altri e con il mondo) introdotta nella prima enciclica si evolve nel concetto di “ecologia integrale” della seconda. Non si può curare il rapporto con la natura se è spezzato quello con il Creatore o con il prossimo. Se la Lumen fidei descrive la fede come una luce che illumina il bene comune e la costruzione di una società più giusta, la Laudato si’ applica questa luce alla crisi ambientale e sociale, indicando la strada per una “conversione ecologica”. Se la prima enciclica ci vuole indicare il “perché” crediamo, la seconda ci indica “come” dobbiamo vivere oggi, trasformando quella fede in azioni concrete per proteggere la nostra “casa comune”. In breve, senza la “luce della fede” della prima, l’appello ecologico della seconda rischierebbe di essere solo una questione politica o scientifica.<br />
Il passaggio dalla Laudato si’ alla Fratelli tutti (2020) rappresenta l’espansione naturale del pensiero di Papa Francesco: se la prima si occupava della nostra relazione con la “casa comune” (l’ambiente), la seconda si concentra sulla relazione tra gli “inquilini” di quella casa (l’umanità). Dunque, dall’ecologia all’amicizia sociale: in Laudato si’, il Papa aveva introdotto il concetto che “tutto è connesso”. In Fratelli tutti, questa connessione diventa la base per la fratellanza universale. Se la terra è una casa comune, allora siamo tutti fratelli e sorelle che la abitano, senza confini o muri.<br />
Non dimentichiamo che la Fratelli tutti è stata scritta durante la pandemia di COVID-19 per denunciare le frammentazioni del mondo moderno e la cultura dello scarto applicata non solo agli oggetti, ma alle persone. Cura dell’ambiente e cura dell’uomo sono inscindibilmente unite: il Papa sostiene che non ci può essere una vera cura per l’ambiente se non c’è amore e giustizia tra gli esseri umani, perché lo sfruttamento della natura spesso va di pari passo con lo sfruttamento dei più poveri e dei migranti.<br />
La Fratelli tutti contiene anche l’idea di “destinazione comune dei beni”, già presente nella Laudato si’. Se la terra appartiene a tutti, la proprietà privata non può stare sopra i diritti di chi è escluso o vive in povertà. In sintesi, se la Laudato si’ ci insegna a guardare il mondo con occhi nuovi, la Fratelli tutti ci chiede di guardare il prossimo con lo stesso spirito di custodia e protezione.<br />
Il cerchio del magistero di papa Francesco si conclude idealmente con la sua ultima enciclica Dilexit nos (Ci ha amati), pubblicata nell’ottobre 2024. Dopo essersi occupato della fede (Lumen fidei), dell’ecologia (Laudato si’) e della società (Fratelli tutti), il Papa torna alla sorgente interiore da cui tutto parte: il Cuore di Gesù. In un mondo dominato dal consumismo e dalla tecnologia (“società liquide”), il Papa invita a ritrovare il “cuore”, cioè il centro unificatore dell’uomo, dove si prendono le decisioni vere e dove risiede la nostra identità più profonda. Se la Fratelli tutti chiedeva un impegno sociale, la Dilexit nos spiega che quell&#8217;amore verso gli altri non può nascere da uno sforzo astratto, ma deve scaturire dall’esperienza personale di sentirsi amati da Dio. È l’amore la chiave di tutto e il papa riprende la spiritualità del Sacro Cuore (iniziata da San Giovanni Eudes nel XVII secolo che fu il primo a diffonderne il culto e perfezionata da Santa Margherita Alacoque che la sviluppò così come la conosciamo oggi), spogliandola di eccessivi formalismi del passato per presentarla come una forza concreta. Il cuore nell’immaginario comune indica affetto, amore, amicizia e quale rappresentazione migliore allora si può riferire a Cristo: un amore che non si chiude in se stesso, ma si spinge verso chi soffre. Anche qui il pensiero del papa è rivolto a una dimensione comunitaria perché l’amore cristiano non è un sentimento intimista. Chi sperimenta l&#8217;amore del Cuore di Gesù sente il bisogno di trasmetterlo mondo, curando le ferite dei poveri e promuovendo la pace.<br />
In sintesi, se le precedenti encicliche ci hanno mostrato cosa fare (custodire il creato e amarci come fratelli), la Dilexit nos ci dice da dove trarre l&#8217;energia per farlo: dall’incontro con l’amore umano e divino di Cristo.<br />
L’enciclica chiede di ritornare al cuore perché “il cuore ascolta in modo non metaforico la silenziosa voce dell’essere” e rende possibile ogni legame autentico. Il cuore è anche capace di unificare e nell’era dell’intelligenza artificiale non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore, come ci hanno insegnato il grandi maestri della vita spirituale come Sant’Ignazio di Loyola (“l’origine di un nuovo ordinamento di vita parla al cuore”) e il cardinale John Henry Newman, una delle figure religiose e intellettuali più influenti dell&#8217;Ottocento, non a caso canonizzato da Papa Francesco nel 2019, il quale affermava: “il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore. Solo il cuore è capace di mettere le altre facoltà e passioni e tutta la nostra persona in atteggiamento di riverenza e di obbedienza amorosa al Signore”.<br />
Il mondo potrà cambiare a partire dal cuore, come appunto afferma il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes). “Gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo” (n. 29). Andiamo dunque al Cuore di Cristo che – conclude il papa – “è una fornace ardente dell’amore divino e umano, è lì in quel cuore che riconosciamo noi stessi”.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, il Festival della spiritualità</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-il-festival-della-spiritualita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 06:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità, diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del Festival della Spiritualità tenutosi a Milano e nello specifico ci parla della spiritualità ebraica. Si è tenuta da 18 al 22 marzo scorso, a Milano, la terza edizione del Festival della Spiritualità, appuntamento [&#8230;]</p>
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<p>Si è tenuta da 18 al 22 marzo scorso, a Milano, la terza edizione del Festival della Spiritualità, appuntamento promosso dall’Università del Sacro Cuore e dall’arcidiocesi di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano. Il tema di quest’anno è stato “Mistero, il canto del mondo” sul quale si sono confrontati scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati, attraverso lezioni, dialoghi, letture, spettacoli e laboratori. Ho letto qualcosa dei vari interventi degli autorevoli autori (trovate tutto su internet alla pagina www.soulfestival.it/) ma il breve spazio di questa rubrica mi permette di soffermarmi solo su uno di essi. Ho scelto quello della teologa ebraista Yarona Pinhas, scrittrice e studiosa di mistica ebraica. Nasce ad Asmara in Eritrea. Si laurea in Linguistica e Storia dell&#8217;Arte presso l&#8217;Università Ebraica di Gerusalemme dove ha lavorato nel Centro di Documentazione di Arte Ebraica. Negli anni Novanta è stata lettrice di lingua ebraica all&#8217;Orientale di Napoli. Attualmente prosegue l’attività editoriale, l’esegesi e l’insegnamento tenendo conferenze e seminari in occasione d’incontri di studio, manifestazioni culturali e iniziative di dialogo interreligioso ed interdisciplinare. Yarona Pinhas tratta temi legati all’esistenza umana e i rapporti tra uomo e ambiente, uomo e Creatore, dal punto di vista della tradizione millenaria dell’ebraismo e della Cabbalà.<br />
Dice la teologa, a proposito della spiritualità, e io condivido pienamente, che l’essere umano porta in sé un desiderio dell’Uno, dell’infinito, che è un legame capace di restituire all’uomo il senso della pienezza. Una tensione che attraversa tutta l’esistenza e che nell’Ebraismo, religione alla quale appartiene, e in fondo apparteniamo anche noi cristiani (non si dimentichi che Gesù era un ebreo osservante, sebbene critico su alcune questioni del suo tempo), si dispiega nella sua preghiera fondamentale, lo Shema’ Israel: “Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Questo desiderio è una spinta profonda che accompagna l’essere umano fin dall’inizio e lo porta, talvolta inconsapevolmente, a cercare la propria dimensione nello sguardo dell’altro. Si realizza così il principio fondamentale di tutte le religioni, la dimensione verticale e orizzontale, ovvero la ricerca costante di Dio e quella del servizio verso gli altri uomini. In Abramo, il primo uomo a “conoscere” Dio, il desiderio di divino si apre nella sua discendenza e quindi in qualcosa di estremamente umano e concreto.<br />
Le sfide dell’esistenza certamente non scompaiono dell’adorazione del divino, ma si trasformano in occasioni di crescita, in spazi di silenzio, di preghiera, di affidamento a una realtà che trascende l’io senza annullarlo. È una forma di benessere che nasce dal sentirsi parte di un tutto più grande, dove la relazione con Dio non è più dipendenza ma dono, e dove la gioia non deriva più dal possesso, ma dall’incontro e dalla condivisione. Non è questa forse la forza dei grandi mistici dell’Occidente (da Sant’Antonio Abate, passando per San Benedetto e giungendo a San Francesco d’Assisi, solo per citarne alcuni) ma anche dell’Oriente (si pensi ai sufi, al Buddha, a Lao Tzu, a Ghandi e molti altri).<br />
La scrittrice ci parla poi di due dimensioni essenziali della spiritualità ebraica: il “tiqun”, la capacità di riparare ciò che si è incrinato (noi cristiani lo tradurremmo con perdono) e la “teshuvà”, il ritorno a se stessi, il cambiare direzione, il rinascere (noi diremmo la conversione). Quando queste due vie vengono dimenticate, la vita perde il suo slancio creativo e si chiude in una logica di colpa che arresta il cammino spirituale. Eppure nulla è mai perduto, la caduta fa parte dell’essere, può diventare una soglia per permettere alla luce di riemergere, riaprirsi a una trasformazione. In questo cammino fatto di alti e bassi l’essere umano non è lasciato solo. La Torah (corrisponde grosso modo a quella parte della Bibbia che noi chiamiamo Pentateuco), che viene letta pubblicamente settimanalmente nelle sinagoghe, si offre come una guida di vita. La sua lettura, sviluppata nel corso dei secoli ha dato vita a numerose interpretazioni che sono confluite nella cosiddetta “Torah orale” (il Talmud), che comprende interpretazioni, commenti e regole (Halakhà) sviluppate nella ricca tradizione mistica conosciuta come Cabbalà, parola che significa “ricezione”, ma che spesso è stata intesa come “Torah segreta” o “Sapienza nascosta” perché invita ad andare oltre la superficie e a trovare linguaggi diversi per comprendere la realtà. Una tradizione mistica sviluppatasi tra il XII e il XIII secolo, che mira a spiegare il rapporto tra Dio e l&#8217;universo finito, esplorando il mistero della creazione attraverso testi sacri come lo Zohar.<br />
Spesso confusa nella sola interpretazione numerica (non a caso la tradizione popolare napoletana ne ha fatto un dizionario per tradurre sogni ed eventi in numeri per tentare la fortuna chiamato smorfia, dal dio greco del sonno), attraverso simboli, lettere e numeri la Cabbalà offre una mappa interiore capace di mostrare come il divino si manifesti nell’umano. Il suo scopo non è l’evasione dal mondo, ma il riconoscimento delle risorse interiori di ciascuno con le quali comprendere il rapporto tra l&#8217;Infinito (Dio) e l&#8217;universo finito, esplorando l&#8217;essenza della vita e della morte.<br />
Al centro di questo cammino si trova la “luce nascosta” (or haganùz), una luce affidata a ogni essere umano, che attende solo di essere scoperta. A questo proposito non serve una rivelazione straordinaria, ma uno sguardo capace di leggere dentro di sé. In questa prospettiva anche il nome custodisce l’unicità dell’uomo; quando invece una persona viene ridotta a numero (ricorda qualcosa questo? L’olocausto) perde il riconoscimento della sua umanità. Lo dice con parole semplici rabbi Abraham Itzcha Kook (1865 – 1935) teologo e filosofo russo, Rabbino Capo a Gerusalemme durante il mandato britannico della Palestina, prima della fondazione dello Stato d’Israele, cabalista e rinomato studioso della Torah: “Ogni essere umano porta in sé una candela accesa. Nessuna candela è uguale a un’altra e non esiste una persona senza luce. Il compito di ciascuno è scoprire la propria fiamma e impegnarsi a mostrarla agli altri, affinché tante luci possano unirsi e diventare una grande fiaccola capace di illuminare il mondo”. Scoprire la propria luce è il momento in cui l’interiorità diventa presenza viva, rivelazione, dono. In poche parole, non bisogna sforzarsi di fare del bene agli altri (questa è filantropia) ma scoprire la propria scintilla di origine divina, e di conseguenza verrà naturale amare il prossimo.<br />
In tutto questo è fondamentale il concetto ebraico di memoria (zakhor), che non è ricordo e nostalgia per il passato, ma una forza rivolta al futuro con cui diamo senso al presente e apriamo nuove possibilità per ciò che verrà. Concetto questo – mi si consenta una riflessione personale – simile al memoriale dell’eucarestia cristiana, che non è ricordo di un fatto passato, ma attualizzazione nel presente del sacrificio di Cristo per renderci persone vive che operano nella vita secondo lo spirito evangelico.</p>
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