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	<title>Notizie sulla Chiesa a Caserta - BelvedereNews</title>
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	<description>Cronaca e notizie da Caserta, Napoli e province</description>
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	<title>Notizie sulla Chiesa a Caserta - BelvedereNews</title>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, I papi e il Santuario della Madonna di Pompei</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-i-papi-e-il-santuario-della-madonna-di-pompei/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Pasquale Vitale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 06:29:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1170" height="807" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221.jpeg 1170w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221-600x414.jpeg 600w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221-768x530.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></div>
<p>Leone XIV non è il primo papa a recarsi a Pompei in visita al Santuario della Beata Vergine. Il legame tra il papato e la città mariana è molto solido, con tre pontefici dell’era moderna che si sono recati in pellegrinaggio ufficiale. Giovanni Paolo II è stato il primo, nell’ottobre del 1979 e vi è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1170" height="807" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221.jpeg 1170w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221-600x414.jpeg 600w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/IMG_8221-768x530.jpeg 768w" sizes="(max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></div><p>Leone XIV non è il primo papa a recarsi a Pompei in visita al Santuario della Beata Vergine. Il legame tra il papato e la città mariana è molto solido, con tre pontefici dell’era moderna che si sono recati in pellegrinaggio ufficiale. Giovanni Paolo II è stato il primo, nell’ottobre del 1979 e vi è tornato una seconda volta nel 2003 per la chiusura dell&#8217;Anno del Rosario. Benedetto XVI ha visitato il Santuario il 19 ottobre 2008, celebrando la messa e affidando a Maria i lavori del Sinodo dei vescovi. Papa Francesco si è recato in preghiera al Santuario il 21 marzo 2015, come prima tappa della sua visita pastorale in Campania. Ma Leone XIV ha una particolarità: è il primo papa che partecipa alla supplica alla Beata Vergine, che come ben si sa si tiene l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br />
La devozione della Madonna di Pompei ha una storia che affonda nella seconda metà del 1800 ed è indissolubilmente legata alla figura di Bartolo Longo, un avvocato pugliese che, dopo una giovinezza tormentata e vicina allo spiritismo, dedicò la sua vita alla fede e alla carità. Nel 1875, mentre si trovava nella Valle di Pompei, al tempo una palude insalubre e degradata, per amministrare i beni della contessa Marianna Farnararo de Fusco, udì una voce interiore: “Se cerchi salvezza, diffondi il Rosario”.<br />
La recita del rosario è una pratica di preghiera contemplativa che ripercorre momenti salienti degli ultimi istanti della vita terrena di Gesù, detti Misteri. Questa preghiera ha radici medievali e si è evoluta nel tempo come una sorta di “Salterio dei poveri”, ovvero una versione semplificata della preghiera dei monaci. All’inizio si recitavano dei Padre Nostro, ma con l’aumentare della devozione mariana nel XII secolo, essi furono gradualmente sostituiti o affiancati da 50 “Saluti Angelici” (la prima parte dell&#8217;attuale Ave Maria), dando vita al cosiddetto Salterio della Beata Vergine. La diffusione di questa preghiera di deve a San Domenico di Guzmán al quale, secondo il racconto del beato Alano della Rupe, la Vergine gli apparve nel 1214 consegnandogli la corona come “arma” spirituale per convertire gli eretici albigesi. Successivamente i monaci certosini iniziarono a dividere le Ave Maria in decine, associando a ognuna un episodio della vita di Gesù e Maria. Il termine rosario deriva dall’usanza medievale di offrire corone di rose alle statue della Madonna.LA SUPPLICA<br />
Leone XIV non è il primo papa a recarsi a Pompei in visita al Santuario della Beata Vergine. Il legame tra il papato e la città mariana è molto solido, con tre pontefici dell’era moderna che si sono recati in pellegrinaggio ufficiale. Giovanni Paolo II è stato il primo, nell’ottobre del 1979 e vi è tornato una seconda volta nel 2003 per la chiusura dell&#8217;Anno del Rosario. Benedetto XVI ha visitato il Santuario il 19 ottobre 2008, celebrando la messa e affidando a Maria i lavori del Sinodo dei vescovi. Papa Francesco si è recato in preghiera al Santuario il 21 marzo 2015, come prima tappa della sua visita pastorale in Campania. Ma Leone XIV ha una particolarità: è il primo papa che partecipa alla supplica alla Beata Vergine, che come ben si sa si tiene l’8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br />
La devozione della Madonna di Pompei ha una storia che affonda nella seconda metà del 1800 ed è indissolubilmente legata alla figura di Bartolo Longo, un avvocato pugliese che, dopo una giovinezza tormentata e vicina allo spiritismo, dedicò la sua vita alla fede e alla carità. Nel 1875, mentre si trovava nella Valle di Pompei, al tempo una palude insalubre e degradata, per amministrare i beni della contessa Marianna Farnararo de Fusco, udì una voce interiore: “Se cerchi salvezza, diffondi il Rosario”.<br />
La recita del rosario è una pratica di preghiera contemplativa che ripercorre momenti salienti degli ultimi istanti della vita terrena di Gesù, detti Misteri. Questa preghiera ha radici medievali e si è evoluta nel tempo come una sorta di “Salterio dei poveri”, ovvero una versione semplificata della preghiera dei monaci. All’inizio si recitavano dei Padre Nostro, ma con l’aumentare della devozione mariana nel XII secolo, essi furono gradualmente sostituiti o affiancati da 50 “Saluti Angelici” (la prima parte dell&#8217;attuale Ave Maria), dando vita al cosiddetto Salterio della Beata Vergine. La diffusione di questa preghiera di deve a San Domenico di Guzmán al quale, secondo il racconto del beato Alano della Rupe, la Vergine gli apparve nel 1214 consegnandogli la corona come “arma” spirituale per convertire gli eretici albigesi. Successivamente i monaci certosini iniziarono a dividere le Ave Maria in decine, associando a ognuna un episodio della vita di Gesù e Maria. Il termine rosario deriva dall’usanza medievale di offrire corone di rose alle statue della Madonna.<br />
La preghiera fu ufficialmente codificata e resa universale da Papa Pio V nel 1569. Pochi anni dopo, nel 1571, la vittoria della flotta cristiana a Lepanto contro l’Impero Ottomano fu attribuita alla recita del Rosario da parte delle confraternite. In segno di gratitudine, il Papa istituì la festa di Santa Maria della Vittoria, oggi nota come Madonna del Rosario.<br />
Ma torniamo a Bartolo Longo, che aveva ricevuto l’invito a diffondere il rosario. La gente, si sa, per pregare ha bisogno di un’immagine. Dunque Bartolo si mise a cercare un quadro che servisse allo scopo per dare ai contadini della Valle di Pompei un’immagine sacra davanti alla quale riunirsi per la preghiera. Nel novembre 1875, Longo organizzò una “missione popolare” per i contadini della zona. Secondo le consuetudini dell’epoca, era necessario esporre un’immagine della Vergine per concludere degnamente l’evento e favorire la partecipazione dei fedeli, ma il budget era limitato. Non avendo i fondi per commissionare un’opera nuova o acquistarne una di pregio, si mise alla ricerca di una tela a Napoli. Finì per accettare un dipinto logoro e di scarsa qualità artistica regalatogli da una suora, poiché era l&#8217;unica opzione accessibile. ll quadro era così malridotto che inizialmente Longo ne provò quasi ribrezzo. Fu trasportato a Pompei sopra un carro di letame, un dettaglio che Longo interpretò poi come un segno dell’umiltà della Vergine.<br />
La tela che oggi veneriamo oggi a Pompei è quella originaria, ma chiaramente ha vissuto una trasformazione radicale. Quando Bartolo Longo la ricevette nel 1875, era una “tela brutta e puzzolente”, come dice lui stesso, corrosa dalle tarme e con diverse mancanze di colore. La sua rinascita è avvenuta attraverso diverse fasi di restauro. La prima fu affidata al pittore Guglielmo Galella, che fece una pulizia superficiale per renderla esponibile. Successivamente, Bartolo Longo chiese un intervento più profondo a Federico Maldarelli, pittore e scultore napoletano di chiara fama. Una curiosità è che in origine, la figura ai piedi della Madonna non era Santa Caterina, ma Santa Rosa da Lima. Maldarelli, su richiesta di Longo, ne ridipinse il volto e gli attributi per trasformarla in Santa Caterina da Siena, protettrice del Terz&#8217;Ordine Domenicano, cui Bartolo era molto legato. Un restauro più scientifico avvenne nel 1965 presso il Pontificio Istituto dei Padri Benedettini Olivetani di Roma. Con grande sorpresa, rimuovendo gli strati di pittura accumulati nei secoli (comprese le pesanti ridipinture ottocentesche), i restauratori trovarono i pigmenti originali del Seicento. Le analisi rivelarono che l&#8217;opera, pur essendo una tela di devozione popolare, apparteneva alla scuola di Luca Giordano, uno dei più grandi pittori barocchi napoletani. L&#8217;ultimo restauro è stato eseguito nei laboratori dei Musei Vaticani. Gli esperti hanno rimosso vernici ingiallite e sporco atmosferico utilizzando tecnologie d’avanguardia per stabilizzare la tela e restituirle la luminosità originale, prima che il quadro tornasse solennemente nel Santuario l&#8217;8 dicembre 2012. Oggi l&#8217;icona è protetta da una cornice di bronzo dorato e ornata da tondi che raffigurano i Misteri del Rosario.<br />
Per quanto riguarda il Santuario, la prima pietra fu posta l&#8217;8 maggio 1876. Il progetto originario era a navata unica fu consacrato nel 1891. Tra il 1934 e il 1939 il tempio fu ampliato a tre navate per accogliere il crescente numero di fedeli, ma già nel 1901 era stato elevato a Basilica Pontificia da Papa Leone XIII. Attorno al santuario, Bartolo Longo fondò una vera e propria “città della carità”, istituendo orfanotrofi, scuole e ospizi per i figli dei carcerati, opere tuttora attive e gestite dalle suore domenicane. Il campanile fu inaugurato nel 1925, è alto 80 metri e svetta sulla piazza intitolata al fondatore. Oggi il santuario accoglie circa 4 milioni di pellegrini all’anno ed è celebre per la recita della Supplica alla Madonna di Pompei ogni 8 maggio e la prima domenica di ottobre.<br />
E infatti, la Supplica alla Madonna di Pompei è una delle preghiere mariane più celebri, scritta da Bartolo Longo nel 1883 con il titolo originale di “Atto d’amore alla Vergine”, convinto che solo la preghiera del Rosario potesse risanare le ferite dell’epoca. La preghiera viene recitata solennemente due volte l’anno rigorosamente alle ore 12.00: l’8 maggio, anniversario della posa della prima pietra del Santuario (1876) e la prima domenica di ottobre, mese tradizionalmente dedicato al Santo Rosario. La prima recita avvenne il 14 ottobre 1883 davanti a circa ventimila pellegrini radunati a Pompei. L’8 maggio 1915 Papa Benedetto XV la recitò per la prima volta in Vaticano, rendendola una pratica universale. Ancora oggi, milioni di fedeli in tutto il mondo si uniscono in contemporanea per la recita.<br />
La Supplica è un testo intenso che alterna momenti di umiltà, richiesta di aiuto e lode. La preghiera inizia riconoscendo Maria come “Regina delle vittorie” e “Madre di misericordia”. Il fedele si presenta ai suoi piedi, spesso in un momento di difficoltà, cercando conforto nel suo sguardo materno. Si chiede a Maria di intercedere presso Dio per ottenere il perdono dei peccati. Un passaggio celebre è l&#8217;invocazione per la pace nella Chiesa, nelle famiglie e nella società, sottolineando come solo la protezione divina possa placare le sofferenze del mondo. La preghiera si chiude con un atto di amore totale verso il Rosario, definito “catena dolce che ci riannoda a Dio”. Si chiede la benedizione per il Papa, i vescovi e tutti i sofferenti, terminando con un triplice saluto (Salve Regina).</p>
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		<title>Miracolo di San Gennaro, si rinnova il prodigio di maggio: presente la delegazione campana dello SMOCSG</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/miracolo-di-san-gennaro-si-rinnova-il-prodigio-di-maggio-presente-la-delegazione-campana-dello-smocsg/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nunzia Sannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 14:04:36 +0000</pubDate>
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<p>Alle ore 17:04, durante la celebrazione eucaristica, il sangue del Santo Patrono si è sciolto, suscitando come sempre profonda commozione tra i fedeli presenti. Il prodigio, che si ripete tre volte l’anno, rappresenta un simbolo di speranza e protezione per la città di Napoli, affondando le sue radici in una tradizione secolare legata alla traslazione [&#8230;]</p>
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<p>Il prodigio, che si ripete tre volte l’anno, rappresenta un simbolo di speranza e protezione per la città di Napoli, affondando le sue radici in una tradizione secolare legata alla traslazione delle reliquie del martire.</p>
<div style="width: 478px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-348778-1" width="478" height="850" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4?_=1" /><a href="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4">https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/05/VID-20260502-WA0094.mp4</a></video></div>
<p>La giornata è stata scandita dalla solenne processione che ha accompagnato il busto e le ampolle contenenti il sangue di San Gennaro dal Duomo di Napoli fino alla Basilica di Santa Chiara, dove si è svolto il momento culminante della celebrazione, officiata dall’arcivescovo Domenico Battaglia.</p>
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Alla cerimonia ha preso parte anche la delegazione di Napoli e Campania dello Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, guidata da Donna Federica De Gregorio Cattaneo. Presenti numerosi Cavalieri dell’Ordine, tra cui la Dama Nunzia Sannino, il Cav. Luigi De Angelis, il Cav. Lorenzo degli Innocenti, il Cav. Ciro Caruso, il Cav. Stefano Marchione e il Nobile Cav. Emiddio De Franciscis.</p>
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La partecipazione dell’Ordine ha sottolineato ancora una volta il forte legame tra le istituzioni cavalleresche e le tradizioni religiose del territorio, in un momento di intensa spiritualità e condivisione.</p>
<p>Il miracolo di maggio si conferma così non solo un evento religioso, ma anche un elemento identitario che continua a unire la città nel segno della fede, della storia e dell’appartenenza.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Guerra e Bibbia</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-guerra-e-bibbia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 08:31:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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La Bibbia dell’Antico Testamento è piena di parole di violenza, di guerra, di vendetta e ci sono persone che prendono questi e altri testi per giustificare “religiosamente” violenze e guerre. Qualche politico ha persino usato l’intero capitolo 9 del libro di Ester per imprimere una giustificazione sulla guerra di Gaza e in particolare il versetto 9: “I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero” (in realtà il capitolo in questione è il finale di una vicenda complessa che vede i giudei prevalere, grazie all’intercessione della regina Ester, sui loro nemici, dopo che essi stessi avevano rischiato lo sterminio).<br />
Altre volte si cita una parte di un testo, tralasciando il resto. Per esempio al Salmo 14, 1 si legge: “Dio non c’è”, ma, completando il versetto, scopriamo il trucco: il testo completo dice: “Dio non c’è, afferma lo stolto”.<br />
Il problema è questo: se noi prendiamo una parte della Bibbia, estrapolandola dal contesto generale, possiamo far dire al testo quello che a noi più conviene. Le parole della Bibbia (ma anche quelle di altri testi letterari), scorporate dal loro contesto e talvolta dall’intera frase, dicono semplicemente cose diverse dal loro senso generale.<br />
C’è poi anche chi prende le citazioni dalle citazioni di altri, come la gaffe che ha fatto il capo del Pentagono Pete Hegseth, finito al centro di una polemica dopo aver citato un falso versetto sacro tratto, in realtà, dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Si tratta del discorso che pronuncia uno spietato killer alle sue vittime poco prima di ucciderle, che richiama nella finzione scenografica vagamente Ezechiele 25,17: “Il cammino dell&#8217;uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”. In realtà, Ezechiele 25,17 dice tutt’altro. Anche se le due ultime frasi di questa fittizia citazione biblica sono effettivamente abbastanza vicine al testo reale del versetto, le due espressioni iniziali sono invece il risultato di una sorta di collage di altri brani sacri. E poi, il brano di Ezechiele precedente al versetto 17 indica che l’ira di Dio è in relazione con l&#8217;ostilità dei filistei, in un contesto totalmente diverso da quello che voleva intendere il segretario di Trump.<br />
E infatti, un grande errore che si fa frequentemente quando si cita la Bibbia, o antichi autori, a proprio uso e consumo, è quello di de-contestualizzare, cioè di estrapolarla dal contesto storico nel quale quelle cose sono state scritte. Così un giornalista ha citato S. Agostino per affermare una presunta affinità tra papa Leone e Trump sull’attuale guerra in Iran. Solo che se leggiamo attentamente quel testo di Sant’Agostino ci accorgiamo che contiene tesi presenti nella grande maggioranza dei teologi medioevali, che riflettevano la mentalità del tempo.<br />
Per fare un altro esempio, Paolo nella prima lettera a Timoteo non mette in discussione l’istituto giuridico della schiavitù. Che vuol dire, che la Chiesa è favorevole alla schiavitù? Vuol dire solo che a quel tempo nessuno metteva in discussione un istituto giuridico del genere. Ma la dottrina morale della Chiesa cresce e cambia e viene aggiornata al contesto storico. Quindi non si può far dire alla Bibbia quello che non vuole dire. Se Agostino e altri insegnavano, nel Medioevo che si può fare la guerra per costruire la pace, non dobbiamo dimenticare gli autori lontani nel tempo pensavano e vivevano in un contesto etico e sociale troppo diverso dal nostro perché le loro concezioni sulla pace e sulla guerra possano essere usate oggi per giustificare la guerra. Prendere testi del passato e farli passare per la volontà di Dio è un’operazione anacronistica e scorretta. Tra la Bibbia, Agostino e noi ci sono millenni di amore e di dolore di miliardi di uomini e di donne, ci sono Ildegarda di Bigen, San Francesco d’Assisi, Dante, l’umanesimo, Pico della Mirandola e Giordano Bruno, Kant e Nietzshe, i lager e i gulag, Hiroshima, papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, l’11 settembre, papa Francesco, i bambini di Gaza. Tutto questo gli autori della Bibbia non lo sapevano. Noi però lo sappiamo bene e interpretiamo la Bibbia alla luce di questa sapienza umana e divina.<br />
L’uso della Bibbia da parte di Donald Trump, e anche di immagini create con l’intelligenza artificiale, rappresenta un caso di studio estremamente significativo su come il linguaggio religioso possa essere utilizzato per la mobilitazione politica e la legittimazione di politiche di forza. La sua retorica attinge pesantemente a temi biblici interpretati in chiave nazionalista come quando, ultimamente, ha diffuso una sua immagine in chiave di guaritore.<br />
Le conclusioni che possiamo trarre da questa analisi mettono in luce un paradosso profondo: la Bibbia, un testo che culmina con l&#8217;invito a “porgere l&#8217;altra guancia”, viene storicamente e attualmente trasformata in un manuale di mobilitazione bellica e identitaria.<br />
L’uso politico della Bibbia (come nel caso di Trump o di altri leader nazionalisti) non mira mai alla riflessione spirituale, ma alla legittimazione del potere. Si prende l&#8217;autorità morale del testo e la si “appiccica” a decisioni geopolitiche o militari per renderle accettabili dall’opinione pubblica.<br />
Il rischio reale è che, svuotando il testo del suo significato etico per trasformarlo in un vessillo politico, si finisca per perdere proprio quel messaggio di pace che la Bibbia, pur tra mille contraddizioni, cerca faticosamente di consegnare all&#8217;umanità.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Papa Francesco e le sue Encicliche</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-papa-francesco-e-le-sue-encicliche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 11:15:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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Ma questi aspetti molto umani non devono offuscare lo spessore teologico e la sua azione pastorale, che si è espressa soprattutto nelle sue encicliche. E infatti è di queste che voglio parlarvi, delle lettere che ha scritto al suo popolo tanto amato.<br />
La prima enciclica – Lumen fidei (La luce della fede) – pubblicata nel giugno 2013, è un documento unico perché definita dallo stesso Pontefice “scritta a quattro mani”: raccoglie infatti l&#8217;eredità di Benedetto XVI, che l’aveva quasi completata, e viene portata a termine da Francesco.<br />
L’enciclica nasce per recuperare il carattere di “luce” proprio della fede, contrastando l&#8217;idea moderna che la fede sia un salto nel buio o un sentimento soggettivo. Al contrario, viene presentata come una luce che illumina l&#8217;intero cammino dell&#8217;esistenza. Francesco sottolinea che la fede non è un’illusione, ma è legata alla verità. Senza verità, la fede non salva e resta solo una bella fiaba. Questa verità si trova nell&#8217;incontro personale con l’amore di Dio in Gesù. Grande risalto viene dato all’ascolto della Parola e ai segni che il Signore ci manda. Credere significa ascoltare la chiamata di Dio e vedere i segni del Suo amore nella storia, in una dimensione comunitaria. Infatti, la fede non è un fatto isolato o privato, ma si vive all&#8217;interno della comunità che è Chiesa. “Madre della Chiesa” è un “titolo” di Maria e infatti l’enciclica si conclude con una preghiera a Maria, descritta come il modello perfetto di fede, colei che ha accolto la Parola e ha permesso alla luce di Dio di entrare nel mondo.<br />
Il 24 maggio 2015, due anni dopo la Lumen fidei, è la volta di Laudato si’. Il collegamento non è solo cronologico, ma profondo e dottrinale: la prima getta le fondamenta spirituali su cui la seconda costruisce l&#8217;azione concreta per il pianeta. In Lumen fidei, Francesco afferma che la fede aiuta a riconoscere l’ordine e la bontà della creazione, portandoci a rispettare la natura come dono di Dio. Questo concetto diventa il cuore della Laudato si’, dove il rispetto per l&#8217;ambiente è visto come un dovere religioso e morale. La visione della fede come “relazione” (con Dio, con gli altri e con il mondo) introdotta nella prima enciclica si evolve nel concetto di “ecologia integrale” della seconda. Non si può curare il rapporto con la natura se è spezzato quello con il Creatore o con il prossimo. Se la Lumen fidei descrive la fede come una luce che illumina il bene comune e la costruzione di una società più giusta, la Laudato si’ applica questa luce alla crisi ambientale e sociale, indicando la strada per una “conversione ecologica”. Se la prima enciclica ci vuole indicare il “perché” crediamo, la seconda ci indica “come” dobbiamo vivere oggi, trasformando quella fede in azioni concrete per proteggere la nostra “casa comune”. In breve, senza la “luce della fede” della prima, l’appello ecologico della seconda rischierebbe di essere solo una questione politica o scientifica.<br />
Il passaggio dalla Laudato si’ alla Fratelli tutti (2020) rappresenta l’espansione naturale del pensiero di Papa Francesco: se la prima si occupava della nostra relazione con la “casa comune” (l’ambiente), la seconda si concentra sulla relazione tra gli “inquilini” di quella casa (l’umanità). Dunque, dall’ecologia all’amicizia sociale: in Laudato si’, il Papa aveva introdotto il concetto che “tutto è connesso”. In Fratelli tutti, questa connessione diventa la base per la fratellanza universale. Se la terra è una casa comune, allora siamo tutti fratelli e sorelle che la abitano, senza confini o muri.<br />
Non dimentichiamo che la Fratelli tutti è stata scritta durante la pandemia di COVID-19 per denunciare le frammentazioni del mondo moderno e la cultura dello scarto applicata non solo agli oggetti, ma alle persone. Cura dell’ambiente e cura dell’uomo sono inscindibilmente unite: il Papa sostiene che non ci può essere una vera cura per l’ambiente se non c’è amore e giustizia tra gli esseri umani, perché lo sfruttamento della natura spesso va di pari passo con lo sfruttamento dei più poveri e dei migranti.<br />
La Fratelli tutti contiene anche l’idea di “destinazione comune dei beni”, già presente nella Laudato si’. Se la terra appartiene a tutti, la proprietà privata non può stare sopra i diritti di chi è escluso o vive in povertà. In sintesi, se la Laudato si’ ci insegna a guardare il mondo con occhi nuovi, la Fratelli tutti ci chiede di guardare il prossimo con lo stesso spirito di custodia e protezione.<br />
Il cerchio del magistero di papa Francesco si conclude idealmente con la sua ultima enciclica Dilexit nos (Ci ha amati), pubblicata nell’ottobre 2024. Dopo essersi occupato della fede (Lumen fidei), dell’ecologia (Laudato si’) e della società (Fratelli tutti), il Papa torna alla sorgente interiore da cui tutto parte: il Cuore di Gesù. In un mondo dominato dal consumismo e dalla tecnologia (“società liquide”), il Papa invita a ritrovare il “cuore”, cioè il centro unificatore dell’uomo, dove si prendono le decisioni vere e dove risiede la nostra identità più profonda. Se la Fratelli tutti chiedeva un impegno sociale, la Dilexit nos spiega che quell&#8217;amore verso gli altri non può nascere da uno sforzo astratto, ma deve scaturire dall’esperienza personale di sentirsi amati da Dio. È l’amore la chiave di tutto e il papa riprende la spiritualità del Sacro Cuore (iniziata da San Giovanni Eudes nel XVII secolo che fu il primo a diffonderne il culto e perfezionata da Santa Margherita Alacoque che la sviluppò così come la conosciamo oggi), spogliandola di eccessivi formalismi del passato per presentarla come una forza concreta. Il cuore nell’immaginario comune indica affetto, amore, amicizia e quale rappresentazione migliore allora si può riferire a Cristo: un amore che non si chiude in se stesso, ma si spinge verso chi soffre. Anche qui il pensiero del papa è rivolto a una dimensione comunitaria perché l’amore cristiano non è un sentimento intimista. Chi sperimenta l&#8217;amore del Cuore di Gesù sente il bisogno di trasmetterlo mondo, curando le ferite dei poveri e promuovendo la pace.<br />
In sintesi, se le precedenti encicliche ci hanno mostrato cosa fare (custodire il creato e amarci come fratelli), la Dilexit nos ci dice da dove trarre l&#8217;energia per farlo: dall’incontro con l’amore umano e divino di Cristo.<br />
L’enciclica chiede di ritornare al cuore perché “il cuore ascolta in modo non metaforico la silenziosa voce dell’essere” e rende possibile ogni legame autentico. Il cuore è anche capace di unificare e nell’era dell’intelligenza artificiale non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore, come ci hanno insegnato il grandi maestri della vita spirituale come Sant’Ignazio di Loyola (“l’origine di un nuovo ordinamento di vita parla al cuore”) e il cardinale John Henry Newman, una delle figure religiose e intellettuali più influenti dell&#8217;Ottocento, non a caso canonizzato da Papa Francesco nel 2019, il quale affermava: “il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore. Solo il cuore è capace di mettere le altre facoltà e passioni e tutta la nostra persona in atteggiamento di riverenza e di obbedienza amorosa al Signore”.<br />
Il mondo potrà cambiare a partire dal cuore, come appunto afferma il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes). “Gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo” (n. 29). Andiamo dunque al Cuore di Cristo che – conclude il papa – “è una fornace ardente dell’amore divino e umano, è lì in quel cuore che riconosciamo noi stessi”.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, il Festival della spiritualità</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-il-festival-della-spiritualita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2026 06:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1170" height="1392" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7495.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7495.jpeg 1170w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7495-504x600.jpeg 504w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7495-768x914.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></div>
<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità, diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del Festival della Spiritualità tenutosi a Milano e nello specifico ci parla della spiritualità ebraica. Si è tenuta da 18 al 22 marzo scorso, a Milano, la terza edizione del Festival della Spiritualità, appuntamento [&#8230;]</p>
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<p>Si è tenuta da 18 al 22 marzo scorso, a Milano, la terza edizione del Festival della Spiritualità, appuntamento promosso dall’Università del Sacro Cuore e dall’arcidiocesi di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano. Il tema di quest’anno è stato “Mistero, il canto del mondo” sul quale si sono confrontati scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati, attraverso lezioni, dialoghi, letture, spettacoli e laboratori. Ho letto qualcosa dei vari interventi degli autorevoli autori (trovate tutto su internet alla pagina www.soulfestival.it/) ma il breve spazio di questa rubrica mi permette di soffermarmi solo su uno di essi. Ho scelto quello della teologa ebraista Yarona Pinhas, scrittrice e studiosa di mistica ebraica. Nasce ad Asmara in Eritrea. Si laurea in Linguistica e Storia dell&#8217;Arte presso l&#8217;Università Ebraica di Gerusalemme dove ha lavorato nel Centro di Documentazione di Arte Ebraica. Negli anni Novanta è stata lettrice di lingua ebraica all&#8217;Orientale di Napoli. Attualmente prosegue l’attività editoriale, l’esegesi e l’insegnamento tenendo conferenze e seminari in occasione d’incontri di studio, manifestazioni culturali e iniziative di dialogo interreligioso ed interdisciplinare. Yarona Pinhas tratta temi legati all’esistenza umana e i rapporti tra uomo e ambiente, uomo e Creatore, dal punto di vista della tradizione millenaria dell’ebraismo e della Cabbalà.<br />
Dice la teologa, a proposito della spiritualità, e io condivido pienamente, che l’essere umano porta in sé un desiderio dell’Uno, dell’infinito, che è un legame capace di restituire all’uomo il senso della pienezza. Una tensione che attraversa tutta l’esistenza e che nell’Ebraismo, religione alla quale appartiene, e in fondo apparteniamo anche noi cristiani (non si dimentichi che Gesù era un ebreo osservante, sebbene critico su alcune questioni del suo tempo), si dispiega nella sua preghiera fondamentale, lo Shema’ Israel: “Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Questo desiderio è una spinta profonda che accompagna l’essere umano fin dall’inizio e lo porta, talvolta inconsapevolmente, a cercare la propria dimensione nello sguardo dell’altro. Si realizza così il principio fondamentale di tutte le religioni, la dimensione verticale e orizzontale, ovvero la ricerca costante di Dio e quella del servizio verso gli altri uomini. In Abramo, il primo uomo a “conoscere” Dio, il desiderio di divino si apre nella sua discendenza e quindi in qualcosa di estremamente umano e concreto.<br />
Le sfide dell’esistenza certamente non scompaiono dell’adorazione del divino, ma si trasformano in occasioni di crescita, in spazi di silenzio, di preghiera, di affidamento a una realtà che trascende l’io senza annullarlo. È una forma di benessere che nasce dal sentirsi parte di un tutto più grande, dove la relazione con Dio non è più dipendenza ma dono, e dove la gioia non deriva più dal possesso, ma dall’incontro e dalla condivisione. Non è questa forse la forza dei grandi mistici dell’Occidente (da Sant’Antonio Abate, passando per San Benedetto e giungendo a San Francesco d’Assisi, solo per citarne alcuni) ma anche dell’Oriente (si pensi ai sufi, al Buddha, a Lao Tzu, a Ghandi e molti altri).<br />
La scrittrice ci parla poi di due dimensioni essenziali della spiritualità ebraica: il “tiqun”, la capacità di riparare ciò che si è incrinato (noi cristiani lo tradurremmo con perdono) e la “teshuvà”, il ritorno a se stessi, il cambiare direzione, il rinascere (noi diremmo la conversione). Quando queste due vie vengono dimenticate, la vita perde il suo slancio creativo e si chiude in una logica di colpa che arresta il cammino spirituale. Eppure nulla è mai perduto, la caduta fa parte dell’essere, può diventare una soglia per permettere alla luce di riemergere, riaprirsi a una trasformazione. In questo cammino fatto di alti e bassi l’essere umano non è lasciato solo. La Torah (corrisponde grosso modo a quella parte della Bibbia che noi chiamiamo Pentateuco), che viene letta pubblicamente settimanalmente nelle sinagoghe, si offre come una guida di vita. La sua lettura, sviluppata nel corso dei secoli ha dato vita a numerose interpretazioni che sono confluite nella cosiddetta “Torah orale” (il Talmud), che comprende interpretazioni, commenti e regole (Halakhà) sviluppate nella ricca tradizione mistica conosciuta come Cabbalà, parola che significa “ricezione”, ma che spesso è stata intesa come “Torah segreta” o “Sapienza nascosta” perché invita ad andare oltre la superficie e a trovare linguaggi diversi per comprendere la realtà. Una tradizione mistica sviluppatasi tra il XII e il XIII secolo, che mira a spiegare il rapporto tra Dio e l&#8217;universo finito, esplorando il mistero della creazione attraverso testi sacri come lo Zohar.<br />
Spesso confusa nella sola interpretazione numerica (non a caso la tradizione popolare napoletana ne ha fatto un dizionario per tradurre sogni ed eventi in numeri per tentare la fortuna chiamato smorfia, dal dio greco del sonno), attraverso simboli, lettere e numeri la Cabbalà offre una mappa interiore capace di mostrare come il divino si manifesti nell’umano. Il suo scopo non è l’evasione dal mondo, ma il riconoscimento delle risorse interiori di ciascuno con le quali comprendere il rapporto tra l&#8217;Infinito (Dio) e l&#8217;universo finito, esplorando l&#8217;essenza della vita e della morte.<br />
Al centro di questo cammino si trova la “luce nascosta” (or haganùz), una luce affidata a ogni essere umano, che attende solo di essere scoperta. A questo proposito non serve una rivelazione straordinaria, ma uno sguardo capace di leggere dentro di sé. In questa prospettiva anche il nome custodisce l’unicità dell’uomo; quando invece una persona viene ridotta a numero (ricorda qualcosa questo? L’olocausto) perde il riconoscimento della sua umanità. Lo dice con parole semplici rabbi Abraham Itzcha Kook (1865 – 1935) teologo e filosofo russo, Rabbino Capo a Gerusalemme durante il mandato britannico della Palestina, prima della fondazione dello Stato d’Israele, cabalista e rinomato studioso della Torah: “Ogni essere umano porta in sé una candela accesa. Nessuna candela è uguale a un’altra e non esiste una persona senza luce. Il compito di ciascuno è scoprire la propria fiamma e impegnarsi a mostrarla agli altri, affinché tante luci possano unirsi e diventare una grande fiaccola capace di illuminare il mondo”. Scoprire la propria luce è il momento in cui l’interiorità diventa presenza viva, rivelazione, dono. In poche parole, non bisogna sforzarsi di fare del bene agli altri (questa è filantropia) ma scoprire la propria scintilla di origine divina, e di conseguenza verrà naturale amare il prossimo.<br />
In tutto questo è fondamentale il concetto ebraico di memoria (zakhor), che non è ricordo e nostalgia per il passato, ma una forza rivolta al futuro con cui diamo senso al presente e apriamo nuove possibilità per ciò che verrà. Concetto questo – mi si consenta una riflessione personale – simile al memoriale dell’eucarestia cristiana, che non è ricordo di un fatto passato, ma attualizzazione nel presente del sacrificio di Cristo per renderci persone vive che operano nella vita secondo lo spirito evangelico.</p>
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		<title>Spiccioli di spiritualità, Ipotesi su Gesù</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-ipotesi-su-gesu/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 07:43:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="696" height="1000" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33.jpeg 696w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33-418x600.jpeg 418w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /></div>
<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del testo Ipotesi su Gesù, del celebre divulgatore Vittorio Messori, scomparso da poco. Leggo da internet la definizione di divulgatore: “Persona che per abituale leggerezza rende noto ad altri ciò che è venuta a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="696" height="1000" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33.jpeg 696w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/332beb3d-46ef-46f7-8765-71411ef1df33-418x600.jpeg 418w" sizes="auto, (max-width: 696px) 100vw, 696px" /></div><p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. <strong>Pasquale Vitale</strong>, il prof. <strong>Michele Pugliese</strong> ci parla del testo <em>Ipotesi su Gesù</em>, del celebre divulgatore Vittorio Messori, scomparso da poco.</p>
<p>Leggo da internet la definizione di divulgatore: “Persona che per abituale leggerezza rende noto ad altri ciò che è venuta a sapere” o anche “Colui che mira a rendere accessibili a un maggior numero di persone nozioni scientifiche e tecniche con un’esposizione semplice”. Mi viene in mente il compianto Piero Angela che con i suoi libri e le sue trasmissioni televisive ha reso accessibile, con lingueggio semplice ma rigoroso, a un vasto pubblico nozioni scientifiche che avrebbero altrimenti impiegato anni di studio per essere comprese. La sua opera continua nel figlio Alberto, anche se in campo più storico e artistico. Poi il mondo del Web è pieno di divulgatori, più o meno bravi, delle più svariate materie e ci sono anche sacerdoti che invadono la rete con le loro riflessioni. Ma in tempi non sospetti, negli anni Settanta, un grande divulgatore di pensieri teologici e del mondo della Chiesa è stato il giornalista Vittorio Messori, scomparso il 3 aprile scorso.<br />
Messori, nato a Sassuolo nel 1941, autore di numerosi saggi, è considerato uno dei principali autori cattolici italiani. Ha collaborato con La Stampa, Avvenire e Corriere della Sera. Laureato in Scienze Politiche all’Università di Torino, da giovane acquisisce una formazione razionalista e agnostica. Nel luglio del 1964, dopo quella che egli definì una “evidenza del cuore”, seguita alla lettura dei Vangeli, si convertì al cattolicesimo. Iniziò, da allora, stimolato anche dalla lettura di Blaise Pascal, una ricerca delle “ragioni della ragione”, a conforto delle “ragioni del cuore” che lo avevano spinto ad abbracciare la fede. Di questo percorso, Messori racconterà nelle pagine del suo libro dal titolo “Ipotesi su Gesù”. È il primo libro dello scrittore e avrà un successo notevole. Ha venduto più di un milione di copie in Italia, dove risulta uno dei saggi più venduti di sempre, ed è stato tradotto in 22 lingue del mondo. Il libro non nasce di getto, anzi – come dice lui stesso – impiega dodici anni per scriverlo, per rispondere a quella che sentiva essere una lacuna sia nella letteratura cattolica sia in quella laica, cioè parlare di concetti filosofici e teologici fino allora ad appannaggio degli addetti ai lavori, in un linguaggio semplice e accessibile a tutti, ma rigoroso.<br />
Siamo nel 1976, in piena epoca di contestazioni anticlericali, in cui la società italiana è messa a dura prova dal fenomeno del terrorismo dal terrorismo, e Messori sottolinea subito l&#8217;intenzione di voler procedere, per quanto possibile, a un&#8217;indagine laica, basata su dati incontestabili e non su interpretazioni personali o convinzioni di fede.<br />
Si parte dall’indifferentismo dominante nei confronti della fede cristiana, fenomeno che mi sembra attuale ancora oggi. “Di Gesù non si parla tra persone educate. Con il sesso, il denaro, la morte, Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile”, dice Messori all’inizio del suo libro, affermando come al giorno d&#8217;oggi (ovvero gli anni Settanta in cui è stato scritto il libro) l&#8217;argomento Cristo sia piuttosto tabù nella società, anche tra religiosi, pur essendo il personaggio particolarmente in voga, e di gran lunga il più studiato e analizzato della storia.<br />
L&#8217;autore descrive le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere, e si dichiara in debito con i grandi pensatori che in precedenza hanno studiato il problema, primo tra tutti Blaise Pascal, figura che verrà continuamente richiamata e citata nel corso dell&#8217;opera, e Jean Guitton, studioso francese cui il libro deve molto: “Il grande pubblico ne ha tratto la convinzione che il problema di Gesù sia questione di sapienti e di teologi, al di sopra della sua competenza. La difficoltà di crearsi un’opinione personale ha fatto sì che ciascuno distogliesse il pensiero dal problema. L&#8217;incredulo per conservare il suo dubbio sulla storicità del Gesù dei vangeli. Il credente per vivere di fede. Il silenzio è tornato quindi a regnare su questo problema fondamentale”, si legge al capitolo 1 del libro, e nel capitolo successivo viene mostrato come ancora scienza e filosofia non siano riuscite a risolvere il problema dell&#8217;esistenza di Dio.<br />
Riportando il pensiero di Jean Guitton: “Quando stavo tentando di enumerare le varie soluzioni date al problema di Gesù, ciò che mi sorprese fu che il loro numero era limitato. Giungevo a pensare che le soluzioni possibili sono tre e tre soltanto: due per negare e una per affermare: quella mitica, quella critica per negare, e infine, la terza, la soluzione di fede per affermare.<br />
La soluzione critica è quella dei tanti studiosi che non negano l&#8217;esistenza storica di Gesù. All&#8217;origine della fede cristiana c&#8217;è un uomo vissuto realmente, un certo Gesù, un uomo magari eccezionale, ma senza caratteri miracolosi e soprannaturali, che poi è stato progressivamente divinizzato.<br />
La soluzione mitica afferma invece che all&#8217;origine del cristianesimo non ci sono avvenimenti reali, non c&#8217;è un uomo. C’è invece una leggenda, un mito antichissimo e preesistente al cristianesimo, di un dio che si incarna, soffre, muore e risorge per la salvezza degli uomini.<br />
La terza è la soluzione di fede, la posizione della più antica e di gran lunga più numerosa tra le comunità cristiane: si crede per fede e basta.<br />
Le cosiddette scuole “mitica” e “critica”, sono quei rami della ricerca storica che, partendo da presupposti diversi, hanno cercato di dimostrare, a partire dall&#8217;epoca illuminista, la falsità storica dei vangeli canonici, il più delle volte sostenendo che furono scritti a posteriori (I-II secolo d.C.) dai capi delle prime comunità cristiane. Messori mostra invece come l&#8217;archeologia e la filologia abbiano già ampiamente dimostrato come i quattro Vangeli furono scritti entro l&#8217;anno 100 e come sia ampiamente improbabile che questi siano stati “inventati” a posteriori. Prendiamo le genealogie di Matteo e Luca, che contengono alcuni nomi che dovevano sconcertare il lettore dell’epoca, tra malfattori e prostitute. Questo è un indizio a favore della veridicità storica dei vangeli canonici: non avrebbe infatti giovato in alcun modo, per la Chiesa delle origini, inventare a posteriori una genealogia con queste caratteristiche. E poi, perché mai gli evangelisti si sarebbero dovuto inventare un dio che muore in croce, cioè nel modo più infamante che esisteva a quel tempo. E Giuda? Perché mai gli autori avrebbero “inventato” un personaggio che tradì Gesù, e che Gesù stesso aveva scelto, se il fatto non fosse autenticamente storico a salvaguardia dell’autentica libertà, nel bene e nel male, che Dio pone in ognuno di noi.<br />
Queste ed altre riflessioni sono contenute nel libro citato, che poi lo stesso Messori ha sviluppato in altri suoi libri come, per citarne solo alcuni, “Patì sotto Ponzio Pilato?”, “Scommessa sulla morte”, “Dicono che è risorto”, “Inchiesta sul Cristianesimo”, senza contare che nel 1994 scrisse un saggio in cui poneva domande scomode a Giovanni Paolo II e fu quello il primo libro scritto da un papa, poiché fino a quell’epoca si riteneva che non fosse opportuno per un papa scrivere libri. Il giornalista è stato spesso criticato, anche all’interno della Chiesa, per le sue posizioni spesso oltranziste, apologetiche, ma comunque è uno spirito libero che ha fatto della ricerca il suo stile di vita e della divulgazione un tratto essenziale per la diffusione della cultura cattolica. Vale la pena di leggere qualcuna delle sue opere.</p>
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		<title>Pasquetta dà avvio alle celebrazioni del Santo Patrono</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/festa-san-nicola-2026/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lucia Dello Iacovo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Apr 2026 17:28:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[Cultura popolare]]></category>
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		<category><![CDATA[festa patronale]]></category>
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		<category><![CDATA[Tradizioni locali]]></category>
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<p>San Nicola la Strada – Con l’arrivo della Pasqua, la comunità si prepara a vivere uno dei momenti più identitari dell’anno: la Festa Patronale di San Nicola. Dal 6 al 9 aprile 2026, fede e tradizione tornano a intrecciarsi in un programma ricco di appuntamenti religiosi e civili. Stamane i fuochi hanno decretato  l&#8217;avvio ma [&#8230;]</p>
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<p>Stamane i fuochi hanno decretato  l&#8217;avvio ma il cuore delle celebrazioni resta la giornata del <strong>Martedì in Albis</strong>, quando la statua del Santo lascia la chiesa per la storica processione, con l’uscita sulla barca ornata di fiori. Un momento di forte partecipazione popolare che attraversa le strade cittadine fino al rientro serale, atteso con emozione e accompagnato dal tradizionale “ballo del Santo” sul sagrato.</p>
<p>Il parroco <strong>Don Antimo Vigliotti</strong> richiama il valore profondo della ricorrenza, sottolineando come la festa rappresenti un’occasione di fede, tradizione e condivisione capace di riunire l’intera comunità. Un invito a vivere queste giornate non solo come momento festivo, ma come opportunità per rinnovare il legame con il Santo Patrono, custodendo le tradizioni e riscoprendo lo spirito di fraternità. Non manca il ringraziamento a volontari e organizzatori, con l’esortazione a partecipare numerosi e con devozione.</p>
<hr />
<h2>Programma Civile</h2>
<p><strong>Lunedì 6 aprile</strong></p>
<ul>
<li>Ore 8:30 – Apertura con fuochi d’artificio</li>
<li>Ore 20:00 – Accensione luminarie</li>
<li>Ore 20:30 – Concerto in Villa Comunale con <em>The Evergreen Band</em> e Kekko Dany</li>
</ul>
<p><strong>Martedì 7 aprile</strong></p>
<ul>
<li>Ore 14:30 – Banda musicale “Pietro Musone”</li>
<li>Ore 15:00 – Uscita trionfale del Santo con lancio di coriandoli</li>
<li>Ore 22:00 – Spettacolo pirotecnico al Monumento dei Caduti</li>
</ul>
<p><strong>Mercoledì 8 aprile</strong></p>
<ul>
<li>Ore 20:30 – Spettacolo musicale in Villa Comunale con “Musica &amp; Simpatia” e Francesco Procopio</li>
</ul>
<p><strong>Giovedì 9 aprile</strong></p>
<ul>
<li>Ore 21:00 – Spettacolo pirotecnico conclusivo in zona Cimitero</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Spiccioli di spiritualità, Resurrezione</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/spiccioli-di-spiritualita-resurrezione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 05 Apr 2026 07:59:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
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					<description><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1170" height="1460" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008.jpeg 1170w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008-481x600.jpeg 481w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008-768x958.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></div>
<p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla di Resurrezione. Anche la natura celebra la resurrezione del suo Signore. La bellezza degli alberi verdeggianti e dei fiori variopinti sono un unico gesto di gioia. Il cielo, che ride dolcemente, e la terra, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom:20px;"><img width="1170" height="1460" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008.jpeg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008.jpeg 1170w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008-481x600.jpeg 481w, https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/04/IMG_7008-768x958.jpeg 768w" sizes="auto, (max-width: 1170px) 100vw, 1170px" /></div><p>Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità” diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla di Resurrezione.</p>
<p>Anche la natura celebra la resurrezione del suo Signore. La bellezza degli alberi verdeggianti e dei fiori variopinti sono un unico gesto di gioia. Il cielo, che ride dolcemente, e la terra, si accordano in un unico canto al Cristo Dio e uomo. Il sole, focolaio di luce, fa rifulgere il suo volto sfavillante. Ogni creatura celebra una santa liturgia d&#8217;amore per questo giorno della nostra salvezza”.<br />
Così inizia la sua omelia di Pasqua un anonimo predicatore del V secolo. Il sole e la vita pasquale illuminano tutta la liturgia della grande veglia notturna e del giorno principale dei cristiani. Non a caso la domenica – che per il cristianesimo è sempre celebrazione della Pasqua – è letteralmente detta “giorno del Sole”.<br />
“Cristo è risorto il terzo giorno secondo le scritture”. Il terzo giorno nella Bibbia non è tanto un’indicazione cronologica quanto piuttosto il segno di una data decisiva e definitiva. Nel terzo giorno, per esempio, finisce il silenzio di Dio ed Abramo sa che il figlio Isacco sarà salvato e diventerà il figlio della promessa (Genesi 22).<br />
La Pasqua apre dunque un orizzonte celeste dove sfolgora il sole di Dio. Il cielo per i cristiani non è un luogo geografico ma la dimora cui sono destinati tutti gli uomini che seguono la volontà di Dio. L’angelo del Signore che rotola la pietra del sepolcro e vi si pone sopra per annunciare alle donne la resurrezione, dice il vangelo “scese dal cielo” (Matteo 28) e al cielo poi ritorna Cristo dopo le apparizioni ai suoi discepoli. Ma la luce di questo mistero, espresso con le immagini della natura, è ineffabile. Non a caso l’arte cristiana non ha mai rappresentato la resurrezione del Cristo fino al X-XI secolo. L’angelo della pasqua è la voce stessa di Dio e la sua luce sfolgorante è il simbolo dell’annuncio divino: “è risorto&#8230; è resuscitato dai morti!”.<br />
La tomba nella tradizione biblica è il segno degli inferi e della morte. Ma il sepolcro vuoto di Cristo è segno che il Signore è lassù nella gloria di Dio, è “il sole perfetto del giorno senza tramonto”, come canta la liturgia. È per questo, allora che gli ortodossi e gli arabi, in forma molto suggestiva, chiamano la Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme Anastasis o Qiyama, parole che significano entrambe, in greco e in arabo “resurrezione”. Non cerchiamo nella nostalgia e nella tristezza di una religione dei morti “colui che è vivo” ed è in mezzo a noi per sempre.<br />
Buona Pasqua a tutti i miei affezionati lettori.</p>
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		<title>Precetto Pasquale: Il per-dono che libera, riconcilia e rinnova i cuori.</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/precetto-pasquale-il-per-dono-che-libera-riconcilia-e-rinnova-i-cuori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 07:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Istruzione]]></category>
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		<title>Via Crucis nella contrada Cupa Monti: fede, tradizione e comunità</title>
		<link>https://www.belvederenews.net/via-crucis-nella-contrada-cupa-monti-fede-tradizione-e-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nunzia Sannino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 07:31:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[Chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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		<category><![CDATA[Provincia di Napoli]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni]]></category>
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<p>Ercolano &#8211; 29 marzo 2026 La processione è partita alle ore 17.00 dalla  piccola chiesa dell’Addolorata, punto di riferimento storico e religioso della contrada, per poi snodarsi lungo le strade del quartiere attraverso un percorso particolarmente significativo. &#160; La Via Crucis, articolata in dodici tappe, ha attraversato i cortili delle famiglie storiche della zona, trasformando [&#8230;]</p>
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<p>La processione è partita alle ore 17.00 dalla  piccola chiesa dell’Addolorata, punto di riferimento storico e religioso della contrada, per poi snodarsi lungo le strade del quartiere attraverso un percorso particolarmente significativo.</p>
<div style="width: 720px;" class="wp-video"><video class="wp-video-shortcode" id="video-346896-2" width="720" height="1280" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/03/93c2e6243708e27d24414baeeadd5e36.mp4?_=2" /><a href="https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/03/93c2e6243708e27d24414baeeadd5e36.mp4">https://www.belvederenews.net/wp-content/uploads/2026/03/93c2e6243708e27d24414baeeadd5e36.mp4</a></video></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Via Crucis, articolata in dodici tappe, ha attraversato i cortili delle famiglie storiche della zona, trasformando ogni sosta in un momento di raccoglimento, preghiera e condivisione.<br />
Un’iniziativa che ha saputo unire fede e identità territoriale, rendendo protagonisti non solo i luoghi, ma soprattutto le persone.</p>
<p>Grande è stata infatti la partecipazione di adulti, giovani e anziani, tutti accomunati dal desiderio di vivere un momento autentico, capace di rafforzare il senso di appartenenza alla comunità.</p>
<p>In Campania sono numerose le celebrazioni legate alla tradizione della Via Crucis, ma quella di Cupa Monti si distingue per il suo carattere familiare e coinvolgente.</p>
<p>L’ingresso nei cortili, simbolo della vita quotidiana e delle radici della contrada, ha reso il percorso ancora più intenso e partecipato, creando un legame diretto tra fede e vissuto.</p>
<p>La contrada Cupa Monti si conferma ancora una volta una realtà viva e attiva, capace di valorizzare le proprie tradizioni e di coinvolgere la comunità in iniziative di grande significato.</p>
<p>Nel corso dell’anno, infatti, vengono organizzati eventi molto attesi, come la tradizionale sagra della salsiccia e friarielli e il suggestivo presepe vivente, realizzato con grande cura e partecipazione, spesso arricchito dalla presenza di animali e ambientazioni che richiamano fedelmente la tradizione.</p>
<p>La Via Crucis di quest’anno ha rappresentato dunque non solo un momento religioso, ma anche un’occasione di incontro e riscoperta delle proprie radici, confermando il valore delle tradizioni locali come elemento fondamentale di coesione sociale.</p>
<p>Un evento semplice, ma allo stesso tempo profondamente significativo, capace di lasciare un segno nei cuori di chi ha partecipato.</p>
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