In questo mondo di guerre – le guerre ci sono sempre state, ma queste sono più pericolose per la potenza distruttiva delle armi a disposizione – c’è chi cerca di portare Dio dalla sua parte per giustificarle. Questo è sempre accaduto nella storia: basti pensare alle Crociate in cui entrambi gli schieramenti, cristiani e musulmani, combattevano in nome di Dio contro gli infedeli dell’una e dell’altra parte. Ma quello che sconcerta oggi, ascoltando alcuni leader politici, e anche leggendo alcuni articoli di autorevoli giornali, è l’uso scorretto che si fa della Bibbia, e a volte di scritti dei Padri della Chiesa come Sant’Agostino, per fondarvi le proprie critiche al pacifismo.
La Bibbia dell’Antico Testamento è piena di parole di violenza, di guerra, di vendetta e ci sono persone che prendono questi e altri testi per giustificare “religiosamente” violenze e guerre. Qualche politico ha persino usato l’intero capitolo 9 del libro di Ester per imprimere una giustificazione sulla guerra di Gaza e in particolare il versetto 9: “I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero” (in realtà il capitolo in questione è il finale di una vicenda complessa che vede i giudei prevalere, grazie all’intercessione della regina Ester, sui loro nemici, dopo che essi stessi avevano rischiato lo sterminio).
Altre volte si cita una parte di un testo, tralasciando il resto. Per esempio al Salmo 14, 1 si legge: “Dio non c’è”, ma, completando il versetto, scopriamo il trucco: il testo completo dice: “Dio non c’è, afferma lo stolto”.
Il problema è questo: se noi prendiamo una parte della Bibbia, estrapolandola dal contesto generale, possiamo far dire al testo quello che a noi più conviene. Le parole della Bibbia (ma anche quelle di altri testi letterari), scorporate dal loro contesto e talvolta dall’intera frase, dicono semplicemente cose diverse dal loro senso generale.
C’è poi anche chi prende le citazioni dalle citazioni di altri, come la gaffe che ha fatto il capo del Pentagono Pete Hegseth, finito al centro di una polemica dopo aver citato un falso versetto sacro tratto, in realtà, dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Si tratta del discorso che pronuncia uno spietato killer alle sue vittime poco prima di ucciderle, che richiama nella finzione scenografica vagamente Ezechiele 25,17: “Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la valle delle tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti. E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno su coloro che si proveranno ad ammorbare e infine a distruggere i miei fratelli. E tu saprai che il mio nome è quello del Signore quando farò calare la mia vendetta sopra di te”. In realtà, Ezechiele 25,17 dice tutt’altro. Anche se le due ultime frasi di questa fittizia citazione biblica sono effettivamente abbastanza vicine al testo reale del versetto, le due espressioni iniziali sono invece il risultato di una sorta di collage di altri brani sacri. E poi, il brano di Ezechiele precedente al versetto 17 indica che l’ira di Dio è in relazione con l’ostilità dei filistei, in un contesto totalmente diverso da quello che voleva intendere il segretario di Trump.
E infatti, un grande errore che si fa frequentemente quando si cita la Bibbia, o antichi autori, a proprio uso e consumo, è quello di de-contestualizzare, cioè di estrapolarla dal contesto storico nel quale quelle cose sono state scritte. Così un giornalista ha citato S. Agostino per affermare una presunta affinità tra papa Leone e Trump sull’attuale guerra in Iran. Solo che se leggiamo attentamente quel testo di Sant’Agostino ci accorgiamo che contiene tesi presenti nella grande maggioranza dei teologi medioevali, che riflettevano la mentalità del tempo.
Per fare un altro esempio, Paolo nella prima lettera a Timoteo non mette in discussione l’istituto giuridico della schiavitù. Che vuol dire, che la Chiesa è favorevole alla schiavitù? Vuol dire solo che a quel tempo nessuno metteva in discussione un istituto giuridico del genere. Ma la dottrina morale della Chiesa cresce e cambia e viene aggiornata al contesto storico. Quindi non si può far dire alla Bibbia quello che non vuole dire. Se Agostino e altri insegnavano, nel Medioevo che si può fare la guerra per costruire la pace, non dobbiamo dimenticare gli autori lontani nel tempo pensavano e vivevano in un contesto etico e sociale troppo diverso dal nostro perché le loro concezioni sulla pace e sulla guerra possano essere usate oggi per giustificare la guerra. Prendere testi del passato e farli passare per la volontà di Dio è un’operazione anacronistica e scorretta. Tra la Bibbia, Agostino e noi ci sono millenni di amore e di dolore di miliardi di uomini e di donne, ci sono Ildegarda di Bigen, San Francesco d’Assisi, Dante, l’umanesimo, Pico della Mirandola e Giordano Bruno, Kant e Nietzshe, i lager e i gulag, Hiroshima, papa Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II, l’11 settembre, papa Francesco, i bambini di Gaza. Tutto questo gli autori della Bibbia non lo sapevano. Noi però lo sappiamo bene e interpretiamo la Bibbia alla luce di questa sapienza umana e divina.
L’uso della Bibbia da parte di Donald Trump, e anche di immagini create con l’intelligenza artificiale, rappresenta un caso di studio estremamente significativo su come il linguaggio religioso possa essere utilizzato per la mobilitazione politica e la legittimazione di politiche di forza. La sua retorica attinge pesantemente a temi biblici interpretati in chiave nazionalista come quando, ultimamente, ha diffuso una sua immagine in chiave di guaritore.
Le conclusioni che possiamo trarre da questa analisi mettono in luce un paradosso profondo: la Bibbia, un testo che culmina con l’invito a “porgere l’altra guancia”, viene storicamente e attualmente trasformata in un manuale di mobilitazione bellica e identitaria.
L’uso politico della Bibbia (come nel caso di Trump o di altri leader nazionalisti) non mira mai alla riflessione spirituale, ma alla legittimazione del potere. Si prende l’autorità morale del testo e la si “appiccica” a decisioni geopolitiche o militari per renderle accettabili dall’opinione pubblica.
Il rischio reale è che, svuotando il testo del suo significato etico per trasformarlo in un vessillo politico, si finisca per perdere proprio quel messaggio di pace che la Bibbia, pur tra mille contraddizioni, cerca faticosamente di consegnare all’umanità.