Il 21 aprile dello scorso anno ci ha lasciato papa Francesco. Delle persone scomparse si dice spesso che “ci hanno lasciato”, ma nel caso di papa Francesco mai tale espressione è più pertinente. Lasciare significa smettere di tenere e mai in questo caso espressione è più adatta. Papa Francesco ci “teneva” insieme a lui con il suo modo di fare, con le sue parole, con quel suo modo di salutare e di chiedere che si pregasse anche per lui, anche con le sue “gaffe” talvolta, ma insomma, era uno di noi, non ci faceva sentire distanti da lui che scendeva in strada e andava dall’ottico a ritirare gli occhiali o, quando era arcivescovo di Buenos Aires, prendeva la metropolitana per andare a far visita ai baraccati.
Ma questi aspetti molto umani non devono offuscare lo spessore teologico e la sua azione pastorale, che si è espressa soprattutto nelle sue encicliche. E infatti è di queste che voglio parlarvi, delle lettere che ha scritto al suo popolo tanto amato.
La prima enciclica – Lumen fidei (La luce della fede) – pubblicata nel giugno 2013, è un documento unico perché definita dallo stesso Pontefice “scritta a quattro mani”: raccoglie infatti l’eredità di Benedetto XVI, che l’aveva quasi completata, e viene portata a termine da Francesco.
L’enciclica nasce per recuperare il carattere di “luce” proprio della fede, contrastando l’idea moderna che la fede sia un salto nel buio o un sentimento soggettivo. Al contrario, viene presentata come una luce che illumina l’intero cammino dell’esistenza. Francesco sottolinea che la fede non è un’illusione, ma è legata alla verità. Senza verità, la fede non salva e resta solo una bella fiaba. Questa verità si trova nell’incontro personale con l’amore di Dio in Gesù. Grande risalto viene dato all’ascolto della Parola e ai segni che il Signore ci manda. Credere significa ascoltare la chiamata di Dio e vedere i segni del Suo amore nella storia, in una dimensione comunitaria. Infatti, la fede non è un fatto isolato o privato, ma si vive all’interno della comunità che è Chiesa. “Madre della Chiesa” è un “titolo” di Maria e infatti l’enciclica si conclude con una preghiera a Maria, descritta come il modello perfetto di fede, colei che ha accolto la Parola e ha permesso alla luce di Dio di entrare nel mondo.
Il 24 maggio 2015, due anni dopo la Lumen fidei, è la volta di Laudato si’. Il collegamento non è solo cronologico, ma profondo e dottrinale: la prima getta le fondamenta spirituali su cui la seconda costruisce l’azione concreta per il pianeta. In Lumen fidei, Francesco afferma che la fede aiuta a riconoscere l’ordine e la bontà della creazione, portandoci a rispettare la natura come dono di Dio. Questo concetto diventa il cuore della Laudato si’, dove il rispetto per l’ambiente è visto come un dovere religioso e morale. La visione della fede come “relazione” (con Dio, con gli altri e con il mondo) introdotta nella prima enciclica si evolve nel concetto di “ecologia integrale” della seconda. Non si può curare il rapporto con la natura se è spezzato quello con il Creatore o con il prossimo. Se la Lumen fidei descrive la fede come una luce che illumina il bene comune e la costruzione di una società più giusta, la Laudato si’ applica questa luce alla crisi ambientale e sociale, indicando la strada per una “conversione ecologica”. Se la prima enciclica ci vuole indicare il “perché” crediamo, la seconda ci indica “come” dobbiamo vivere oggi, trasformando quella fede in azioni concrete per proteggere la nostra “casa comune”. In breve, senza la “luce della fede” della prima, l’appello ecologico della seconda rischierebbe di essere solo una questione politica o scientifica.
Il passaggio dalla Laudato si’ alla Fratelli tutti (2020) rappresenta l’espansione naturale del pensiero di Papa Francesco: se la prima si occupava della nostra relazione con la “casa comune” (l’ambiente), la seconda si concentra sulla relazione tra gli “inquilini” di quella casa (l’umanità). Dunque, dall’ecologia all’amicizia sociale: in Laudato si’, il Papa aveva introdotto il concetto che “tutto è connesso”. In Fratelli tutti, questa connessione diventa la base per la fratellanza universale. Se la terra è una casa comune, allora siamo tutti fratelli e sorelle che la abitano, senza confini o muri.
Non dimentichiamo che la Fratelli tutti è stata scritta durante la pandemia di COVID-19 per denunciare le frammentazioni del mondo moderno e la cultura dello scarto applicata non solo agli oggetti, ma alle persone. Cura dell’ambiente e cura dell’uomo sono inscindibilmente unite: il Papa sostiene che non ci può essere una vera cura per l’ambiente se non c’è amore e giustizia tra gli esseri umani, perché lo sfruttamento della natura spesso va di pari passo con lo sfruttamento dei più poveri e dei migranti.
La Fratelli tutti contiene anche l’idea di “destinazione comune dei beni”, già presente nella Laudato si’. Se la terra appartiene a tutti, la proprietà privata non può stare sopra i diritti di chi è escluso o vive in povertà. In sintesi, se la Laudato si’ ci insegna a guardare il mondo con occhi nuovi, la Fratelli tutti ci chiede di guardare il prossimo con lo stesso spirito di custodia e protezione.
Il cerchio del magistero di papa Francesco si conclude idealmente con la sua ultima enciclica Dilexit nos (Ci ha amati), pubblicata nell’ottobre 2024. Dopo essersi occupato della fede (Lumen fidei), dell’ecologia (Laudato si’) e della società (Fratelli tutti), il Papa torna alla sorgente interiore da cui tutto parte: il Cuore di Gesù. In un mondo dominato dal consumismo e dalla tecnologia (“società liquide”), il Papa invita a ritrovare il “cuore”, cioè il centro unificatore dell’uomo, dove si prendono le decisioni vere e dove risiede la nostra identità più profonda. Se la Fratelli tutti chiedeva un impegno sociale, la Dilexit nos spiega che quell’amore verso gli altri non può nascere da uno sforzo astratto, ma deve scaturire dall’esperienza personale di sentirsi amati da Dio. È l’amore la chiave di tutto e il papa riprende la spiritualità del Sacro Cuore (iniziata da San Giovanni Eudes nel XVII secolo che fu il primo a diffonderne il culto e perfezionata da Santa Margherita Alacoque che la sviluppò così come la conosciamo oggi), spogliandola di eccessivi formalismi del passato per presentarla come una forza concreta. Il cuore nell’immaginario comune indica affetto, amore, amicizia e quale rappresentazione migliore allora si può riferire a Cristo: un amore che non si chiude in se stesso, ma si spinge verso chi soffre. Anche qui il pensiero del papa è rivolto a una dimensione comunitaria perché l’amore cristiano non è un sentimento intimista. Chi sperimenta l’amore del Cuore di Gesù sente il bisogno di trasmetterlo mondo, curando le ferite dei poveri e promuovendo la pace.
In sintesi, se le precedenti encicliche ci hanno mostrato cosa fare (custodire il creato e amarci come fratelli), la Dilexit nos ci dice da dove trarre l’energia per farlo: dall’incontro con l’amore umano e divino di Cristo.
L’enciclica chiede di ritornare al cuore perché “il cuore ascolta in modo non metaforico la silenziosa voce dell’essere” e rende possibile ogni legame autentico. Il cuore è anche capace di unificare e nell’era dell’intelligenza artificiale non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore, come ci hanno insegnato il grandi maestri della vita spirituale come Sant’Ignazio di Loyola (“l’origine di un nuovo ordinamento di vita parla al cuore”) e il cardinale John Henry Newman, una delle figure religiose e intellettuali più influenti dell’Ottocento, non a caso canonizzato da Papa Francesco nel 2019, il quale affermava: “il Signore ci salva parlando al nostro cuore dal suo Sacro Cuore. Solo il cuore è capace di mettere le altre facoltà e passioni e tutta la nostra persona in atteggiamento di riverenza e di obbedienza amorosa al Signore”.
Il mondo potrà cambiare a partire dal cuore, come appunto afferma il Concilio Vaticano II (Gaudium et Spes). “Gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo” (n. 29). Andiamo dunque al Cuore di Cristo che – conclude il papa – “è una fornace ardente dell’amore divino e umano, è lì in quel cuore che riconosciamo noi stessi”.