Per il consueto numero domenicale della rubrica “Spiccioli di spiritualità, diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Michele Pugliese ci parla del Festival della Spiritualità tenutosi a Milano e nello specifico ci parla della spiritualità ebraica.
Si è tenuta da 18 al 22 marzo scorso, a Milano, la terza edizione del Festival della Spiritualità, appuntamento promosso dall’Università del Sacro Cuore e dall’arcidiocesi di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano. Il tema di quest’anno è stato “Mistero, il canto del mondo” sul quale si sono confrontati scrittori, filosofi, teologi, artisti, giornalisti e scienziati, attraverso lezioni, dialoghi, letture, spettacoli e laboratori. Ho letto qualcosa dei vari interventi degli autorevoli autori (trovate tutto su internet alla pagina www.soulfestival.it/) ma il breve spazio di questa rubrica mi permette di soffermarmi solo su uno di essi. Ho scelto quello della teologa ebraista Yarona Pinhas, scrittrice e studiosa di mistica ebraica. Nasce ad Asmara in Eritrea. Si laurea in Linguistica e Storia dell’Arte presso l’Università Ebraica di Gerusalemme dove ha lavorato nel Centro di Documentazione di Arte Ebraica. Negli anni Novanta è stata lettrice di lingua ebraica all’Orientale di Napoli. Attualmente prosegue l’attività editoriale, l’esegesi e l’insegnamento tenendo conferenze e seminari in occasione d’incontri di studio, manifestazioni culturali e iniziative di dialogo interreligioso ed interdisciplinare. Yarona Pinhas tratta temi legati all’esistenza umana e i rapporti tra uomo e ambiente, uomo e Creatore, dal punto di vista della tradizione millenaria dell’ebraismo e della Cabbalà.
Dice la teologa, a proposito della spiritualità, e io condivido pienamente, che l’essere umano porta in sé un desiderio dell’Uno, dell’infinito, che è un legame capace di restituire all’uomo il senso della pienezza. Una tensione che attraversa tutta l’esistenza e che nell’Ebraismo, religione alla quale appartiene, e in fondo apparteniamo anche noi cristiani (non si dimentichi che Gesù era un ebreo osservante, sebbene critico su alcune questioni del suo tempo), si dispiega nella sua preghiera fondamentale, lo Shema’ Israel: “Ascolta Israele, il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno”. Questo desiderio è una spinta profonda che accompagna l’essere umano fin dall’inizio e lo porta, talvolta inconsapevolmente, a cercare la propria dimensione nello sguardo dell’altro. Si realizza così il principio fondamentale di tutte le religioni, la dimensione verticale e orizzontale, ovvero la ricerca costante di Dio e quella del servizio verso gli altri uomini. In Abramo, il primo uomo a “conoscere” Dio, il desiderio di divino si apre nella sua discendenza e quindi in qualcosa di estremamente umano e concreto.
Le sfide dell’esistenza certamente non scompaiono dell’adorazione del divino, ma si trasformano in occasioni di crescita, in spazi di silenzio, di preghiera, di affidamento a una realtà che trascende l’io senza annullarlo. È una forma di benessere che nasce dal sentirsi parte di un tutto più grande, dove la relazione con Dio non è più dipendenza ma dono, e dove la gioia non deriva più dal possesso, ma dall’incontro e dalla condivisione. Non è questa forse la forza dei grandi mistici dell’Occidente (da Sant’Antonio Abate, passando per San Benedetto e giungendo a San Francesco d’Assisi, solo per citarne alcuni) ma anche dell’Oriente (si pensi ai sufi, al Buddha, a Lao Tzu, a Ghandi e molti altri).
La scrittrice ci parla poi di due dimensioni essenziali della spiritualità ebraica: il “tiqun”, la capacità di riparare ciò che si è incrinato (noi cristiani lo tradurremmo con perdono) e la “teshuvà”, il ritorno a se stessi, il cambiare direzione, il rinascere (noi diremmo la conversione). Quando queste due vie vengono dimenticate, la vita perde il suo slancio creativo e si chiude in una logica di colpa che arresta il cammino spirituale. Eppure nulla è mai perduto, la caduta fa parte dell’essere, può diventare una soglia per permettere alla luce di riemergere, riaprirsi a una trasformazione. In questo cammino fatto di alti e bassi l’essere umano non è lasciato solo. La Torah (corrisponde grosso modo a quella parte della Bibbia che noi chiamiamo Pentateuco), che viene letta pubblicamente settimanalmente nelle sinagoghe, si offre come una guida di vita. La sua lettura, sviluppata nel corso dei secoli ha dato vita a numerose interpretazioni che sono confluite nella cosiddetta “Torah orale” (il Talmud), che comprende interpretazioni, commenti e regole (Halakhà) sviluppate nella ricca tradizione mistica conosciuta come Cabbalà, parola che significa “ricezione”, ma che spesso è stata intesa come “Torah segreta” o “Sapienza nascosta” perché invita ad andare oltre la superficie e a trovare linguaggi diversi per comprendere la realtà. Una tradizione mistica sviluppatasi tra il XII e il XIII secolo, che mira a spiegare il rapporto tra Dio e l’universo finito, esplorando il mistero della creazione attraverso testi sacri come lo Zohar.
Spesso confusa nella sola interpretazione numerica (non a caso la tradizione popolare napoletana ne ha fatto un dizionario per tradurre sogni ed eventi in numeri per tentare la fortuna chiamato smorfia, dal dio greco del sonno), attraverso simboli, lettere e numeri la Cabbalà offre una mappa interiore capace di mostrare come il divino si manifesti nell’umano. Il suo scopo non è l’evasione dal mondo, ma il riconoscimento delle risorse interiori di ciascuno con le quali comprendere il rapporto tra l’Infinito (Dio) e l’universo finito, esplorando l’essenza della vita e della morte.
Al centro di questo cammino si trova la “luce nascosta” (or haganùz), una luce affidata a ogni essere umano, che attende solo di essere scoperta. A questo proposito non serve una rivelazione straordinaria, ma uno sguardo capace di leggere dentro di sé. In questa prospettiva anche il nome custodisce l’unicità dell’uomo; quando invece una persona viene ridotta a numero (ricorda qualcosa questo? L’olocausto) perde il riconoscimento della sua umanità. Lo dice con parole semplici rabbi Abraham Itzcha Kook (1865 – 1935) teologo e filosofo russo, Rabbino Capo a Gerusalemme durante il mandato britannico della Palestina, prima della fondazione dello Stato d’Israele, cabalista e rinomato studioso della Torah: “Ogni essere umano porta in sé una candela accesa. Nessuna candela è uguale a un’altra e non esiste una persona senza luce. Il compito di ciascuno è scoprire la propria fiamma e impegnarsi a mostrarla agli altri, affinché tante luci possano unirsi e diventare una grande fiaccola capace di illuminare il mondo”. Scoprire la propria luce è il momento in cui l’interiorità diventa presenza viva, rivelazione, dono. In poche parole, non bisogna sforzarsi di fare del bene agli altri (questa è filantropia) ma scoprire la propria scintilla di origine divina, e di conseguenza verrà naturale amare il prossimo.
In tutto questo è fondamentale il concetto ebraico di memoria (zakhor), che non è ricordo e nostalgia per il passato, ma una forza rivolta al futuro con cui diamo senso al presente e apriamo nuove possibilità per ciò che verrà. Concetto questo – mi si consenta una riflessione personale – simile al memoriale dell’eucarestia cristiana, che non è ricordo di un fatto passato, ma attualizzazione nel presente del sacrificio di Cristo per renderci persone vive che operano nella vita secondo lo spirito evangelico.