Il Cimitero delle Fontanelle, situato in via Fontanelle nel rione omonimo del quartiere Avvocata, rappresenta uno dei luoghi più suggestivi e profondi della memoria napoletana. Il rione Fontanelle è un’area popolare che confina con Materdei, il rione Sanità e le colline del Vomero e dei Camaldoli. Il nome “Fontanelle” deriva dalla presenza, in tempi antichi, di sorgenti d’acqua. La storia di questo luogo è stata raccontata in molte versioni, spesso con varianti poco fedeli o influenzate da contesti politici e da una conoscenza parziale dei fatti. È importante sottolineare che questo sito appartiene storicamente al rione Fontanelle, anche se talvolta viene attribuito ai quartieri limitrofi. L’ossario accoglie circa 40.000 resti umani, in gran parte vittime della terribile peste del 1656, che colpì Napoli causando, secondo alcune stime, oltre 400.000 morti. Un provvedimento del viceré di Napoli, Juan Alfonso Enríquez de Cabrera, impose di bruciare gli abiti dei defunti e vietò la sepoltura nelle chiese o nei terreni circostanti. I corpi, appartenenti a ogni ceto sociale, furono trasportati nelle cave di tufo sotterranee. Tra queste, la “Grotta delle Fontanelle”, situata nel Vallone dei Gerolomini, divenne uno dei principali luoghi di raccolta. Questa cavità, ampia circa 3.000 metri quadrati (con un volume stimato di 30.000 metri cubi), non è naturale, ma fu scavata per estrarre tufo e pozzolana utilizzati nella costruzione della città. I cadaveri furono ammassati e ricoperti di calce. Il sito venne poi chiuso e sigillato con una lapide recante la scritta: Tempore Pestis 1656.
Le riaperture e le epidemie
Nel 1836-1837, in seguito a una nuova epidemia di colera, il cimitero fu riaperto per accogliere altri resti provenienti da chiese, confraternite e cimiteri cittadini. Ancora una volta, carri colmi di ossa raggiunsero la grotta. Ulteriori riaperture avvennero nel 1852-1853, anche in seguito ai lavori urbani — tra cui quelli legati alla costruzione di via Toledo — e nei decenni successivi, quando il Comune di Napoli vi trasferì resti rinvenuti durante interventi di ammodernamento dei cimiteri cittadini.
Il culto: tra fede e memoria
Nel tempo, il Cimitero delle Fontanelle divenne non solo un ossario, ma un luogo di fede e devozione cristiana. Qui si sviluppò il culto delle “anime del purgatorio”, dette anche anime pezzentelle, considerate bisognose di preghiere e suffragi. Nel 1884 fu inaugurata la chiesa di “Maria Santissima del Carmine alle Fontanelle”, che custodiva il cimitero. La notizia si diffuse rapidamente, attirando fedeli da tutta Napoli e provincia. Già da tempo, gli abitanti di Materdei e della Sanità praticavano il rito del “refrisco”, ossia la preghiera per alleviare le sofferenze delle anime. La grotta venne sistemata con aperture per la luce e la ventilazione, e con barriere per separare simbolicamente i vivi dai morti. Ogni lunedì, all’inizio del Novecento, il luogo si riempiva di devoti e di venditori ambulanti. Durante la Seconda guerra mondiale, molte famiglie vi trovarono rifugio dai bombardamenti.
Le grazie e le “adozioni”
Nel tempo nacque la tradizione dell’“adozione della capuzzella” (il teschio). I fedeli sceglievano un cranio, lo pulivano, lo custodivano e pregavano per quell’anima, chiedendo in cambio protezione o una grazia. Attorno ai teschi sorsero piccole teche e altarini decorati con lumini, fiori, fotografie ed ex voto. Non si trattava di superstizione fine a sé stessa, ma di un legame profondo tra il mondo dei vivi e quello dei morti, alimentato da racconti di sogni, segni e grazie ricevute.
La speranza dopo la guerra
Il culto raggiunse il suo apice durante e dopo la Seconda guerra mondiale. La guerra aveva lasciato famiglie distrutte, con tanti dispersi mai ritrovati. La parola “disperso” non dava né conforto né certezza. Madri, mogli e figli si rivolgevano alle anime delle Fontanelle con la speranza di ritrovare i propri cari, vivi o morti. Le teche e gli altarini diventano così testimonianze concrete di dolore, fede e memoria: non simboli pittoreschi, ma segni profondi di vite spezzate e di attese mai concluse.
Il significato autentico
Chi conosce davvero la storia del Cimitero delle Fontanelle sa che non si tratta di folklore o curiosità macabra. Le narrazioni superficiali — come quelle legate a singole “capuzzelle famose” — rischiano di banalizzare una realtà molto più profonda.Ogni teca, ogni altare, ogni oggetto rappresenta una storia vera: una perdita, una preghiera, una speranza.
La chiusura per idolatria
Negli anni Sessanta, il parroco don Vincenzo Scancamarra, preoccupato per le derive di fanatismo, si rivolse all’arcivescovo di Napoli, il cardinale Corrado Ursi. Il 29 luglio 1969, un decreto ecclesiastico vietò il culto individuale delle “capuzzelle”, ritenuto eccessivamente vicino a forme di idolatria. Fu consentita solo una messa mensile e una processione annuale il 2 novembre. La chiusura prolungata portò al degrado del sito, che venne considerato pericolante e quindi definitivamente chiuso per lungo tempo.
Conclusione
Il Cimitero delle Fontanelle non è solo un ossario, ma un luogo in cui si intrecciano storia, fede, dolore e identità napoletana. Entrarvi con rispetto significa ascoltare — oltre ogni racconto — le voci silenziose di chi ha vissuto, sofferto e sperato. E forse, come molti credono, uscirne con qualcosa in più nel cuore.