SOS IRAN, TRA RIVOLUZIONE E GENOCIDIO

A cura di Federico Leonardi

In Iran è in corso una rivoluzione, il regime per ora  ha risposto uccidendo i manifestanti disarmati: un genocidio? Spero di no, sarà l’ONU a stabilirlo. Stime indipendenti erano (raccolte da Iran International, tenuto da iraniani a Londra, oggi in USA) ieri di 12mila morti, oggi di 20mila, domani chissà. Le stime governative si attestano sui 3mila, ma sono false. Sono destinate a crescere, purtroppo, le persone in strada erano milioni. Internet è spento, fare i conti per ora è difficile.

A Gaza, spiace ricordarlo, non ne sono morti in un solo giorno. Purtroppo la cifra dei 70mila palestinesi che hanno smosso anche la Corte Penale Internazionale a dichiarare un potenziale genocidio potrebbero essere già state superate o lo saranno a breve.

Molti manifestanti sono feriti negli ospedali, agli occhi, forse perderanno la vista e magari anche la vita. Migliaia sono rinchiusi nelle prigioni da cui non si sa se usciranno vivi.

Oggi sono sei giorni in cui Internet è stato spento dal governo, qualche notizia trapela tramite Starlink e gli iraniani all’estero. Lo spegnimento era stato annunciato, gli amici iraniani me lo avevano anticipato.

L’Iran è un Paese allo stremo, disperato ma determinato a resistere, anzi a condurre una rivoluzione. Il regime ha reagito come ci si poteva aspettare, uccidendo migliaia di innocenti che manifestavano disarmati: 12mila secondo fonti indipendenti, 3mila

Ho viaggiato per l’Iran un mese nel 2024, i contatti non dovevo nemmeno cercarli, tanto è facile parlare con chiunque. Mi sono fatto anche una decina di amici cari, con cui ci sentiamo regolarmente, ubicati in tutto il Paese. Ho passato anche due lunghe e memorabili nottate con un giovane religioso, nemmeno trentenne, ideologicamente vicino al regime, colto e aperto, ragionammo sui grandi dilemmi della Repubblica Islamica: moralità o progresso, religione o modernità, Corano e società, democrazia o regime autoritario, il rapporto con Israele e con gli USA. Ma la stragrande maggioranza non la disprezza la Repubblica Islamica, la odia. Si chiama Repubblica Islamica, è una dittatura sanguinaria. Già un anno e mezzo fa l’inflazione era a livello di guardia, circa cinquecentomila reali, la moneta locale, per un dollaro, negli ultimi mesi l’ha superato, giungendo a un milione e mezzo. La benzina è ammannita con un buono governativo, tanto che fare un pieno costa meno di un chilo di pane. Già nel 2024 chi aveva case in affitto doveva lasciarle e tornare a vivere dai genitori, ammesso che avessero case di proprietà.

Ricordo la prima impressione di Teheran di notte, megalopoli di 10milioni di abitanti: spettrale, sparuti gruppi per le strade, qualcuno negli splendidi cortile dei caffè.

Ricordo le persone riversarsi nei locali a Shiraz per poter ascoltare musica persiana o araba ma non occidentale, mimare un ballo seduti perché ballare è vietato. E la polizia morale, in borghese per non farsi riconoscere, può imprigionarti se sei donna e non indossi il velo.

A Isfahan i tanto celebrati ponti rinascimentali svettano su un letto del fiume vuoto: l’acqua, mi raccontarono, viene deviata per garantire energia elettrica a Shiraz, siccome il regime non riesce a provvederla per tutti.

Chiunque era disponibile a parlare con te, ti portava in un caffè lontano da occhi e orecchie indiscreti o magari a casa propria per raccontarti liberamente la situazione terribile, il risultato delle proteste del 2022 con ammazzamenti, imprigionamenti, stupri in carcere ma anche l’amarezza per essere stati lasciati soli da Europa e USA, paladine ipocrite dei diritti umani, inazione comprata, a loro dire, con petrolio sottobanco.

Era già chiaro nel 2024: il regime è finito, non ha più base alcuna, tra esso e la popolazione più nessun legame. I siti indipendenti più accreditati conteggiano il consenso del regime al 25%, ma è un consenso soltanto formale: la maggior parte di questa cifra dipende da uno zoccolo duro del circa 5% che, attorno all’oligarchia, controllo i posti di lavoro tramite un altro 20%, la cui adesione è di mera convenienza.

Allora si aveva l’impressione che fosse soltanto questione di tempo, il crollo prima o poi sarebbe avvenuto.

Questo tempo sembra arrivato.

Già a giugno del 2025, durante i dodici giorni di uccisioni mirate di personaggi chiave del regime e di bombardamenti israeliani (con la coda finale USA, giusto un paio di giornate) molti mi scrivevano di sperare che fosse la spallata decisiva. Pochi gridarono contro Israele e gli USA.

Poi è venuto il 28 dicembre, da quel giorno è stato un profluvio di video, ripresi in diretta da strade e piazze dalle città iraniane: me ne sono arrivati centinaia, quasi impossibile visionarli tutti. Inizialmente da una decina di città, poi qualche decina, poi ottanta, poi un centinaio. I primi giorni potevano delineare una mera protesta dei commercianti del Gran Bazar di Teheran, insieme a un manipolo di università, ma da subito la portata sembrò massiccio. Le proteste sono esplose in oltre cento città ed è comparsa la parola rivoluzione.

“Non ho mai visto nulla di simile in vita mia, è qualcosa di nuovo. La protesta è in tutte le città, la popolazione è disperata, il regime non lo vogliamo più, ci fa schifo. Quando hai tempo, facciamo una chiamata, ti voglio spiegare tutto per bene”.

Era mercoledì, l’ho rinviata a sabato, giovedì internet è stato spento e tuttora lo rimane. Mi piange il cuore.

SOS IRAN: INTERVENTO USA OPPURE NO?

L’intervento USA è imminente. Trump ha incoraggiato i manifestanti a continuare e ha dichiarato di avere varie soluzioni sul tavolo. Probabilmente non una guerra, ma attacchi mirati, perché l’Iran è potente, anche se l’appoggio russo è rimasto soltanto formale e i suoi alleati in Medio Oriente come Hamas e Hezbollah sono stati ridotti sul lastrico da Israele.

Da anni il figlio espatriato dello Scià, residente negli Stati Uniti, Ciro Reza Pahlavi si dichiara disponibile a una monarchia di transizione verso la democrazia. Erede di un governo in qualche modo legittimo, figlio di un re spodestato dalla rivoluzione islamica, sembra l’unica alternativa realistica. L’altra un governo militare, guidato dal potente esercito iraniano, l’unico capace di evitare la disintegrazione di un Paese multietnico, in cui soltanto poco più della metà è iraniano: ci sono Azeri, Baluci, Curdi. Soprattutto i Curdi potrebbero, in caso di caos, approfittarne per una scissione e unirsi ai loro connazionali in Iraq, cominciando a delineare finalmente un libero Kurdistan. Molti in Iran non sono favorevoli al ritorno della monarchia, nemmeno con la promessa di farsi volano di una futura democrazia. Ma sempre di più non vedono altre alternative.

Dobbiamo augurarci un intervento USA? È verosimile che l’Iran si affidi al figlio del re cacciato? Purtroppo sì, oggi sì, ieri, anzi molti anni fa, no. Dall’Iran, dalla sua gente si alza un immenso SOS, una richiesta di aiuto da anni, non da oggi.

Anni fa l’Iran godeva di appoggi internazionali che oggi sono finiti. Probabilmente la Russia sotto banco ha promesso agli USA uno scambio: io ti lascio mano libera in Medio Oriente e in Iran, tu me la lasci in Ucraina. Il Venezuela, suo alleato contro l’Asse del Male americano, da qualche giorno è passato sotto controllo USA. Di Hamas e Hezbollah abbiamo già detto. Oggi il regime degli ayatollah è isolato all’esterno e all’interno teneva il controllo con la forza, oggi col sangue: vogliamo assistere a una carneficina? Le condizioni economiche di una vita normale sono finite, il consenso al regime svanito. I dati odierni dei morti, a internet spento, sono terrificanti, domani, a internet riaperto, saranno disumani.  

Purtroppo, in Iran convergono decenni di sonno delle opinioni pubbliche mondiali e di una politica internazionale scellerata. In Europa abbiamo Francia e Germania, in Medio Oriente Arabia Saudita e Iran: la UE gira attorno all’unione delle prime, il Medioriente attorno alle seconde. E noi, soprattutto gli USA, abbiamo scelto l’Arabia Saudita e gli stati petroliferi che la attorniano, con una popolazione tenuta nell’ignoranza e donne velate cui è vietato studiare. L’Arabia Saudita ha poco turismo, è quasi priva di archeologia.

L’Iran da un secolo promuove l’istruzione, anche gli ayatollah l’hanno stimolata. L’Iran ha tutto, storia, cultura, istruzione, gli manca soltanto l’agricoltura. È la Germania del Medio Oriente e, siccome è potente, è stata tenuta non da ieri ma da secoli sotto scacco. E diversamente dalla Germania è il punto di passaggio della storia mondiale: nell’antichità era il perno dei rapporti tra Grecia e l’India, in epoca moderna tra Impero Britannico e Russo, oggi punto di passaggio della Via della Seta cinese in fase di costruzione. Perciò a nessuno conviene un Iran indipendente e forte, è più importante anche del suo stesso petrolio.

È arduo scalzare il regime di Khamenei, che ha disposizione un servizio di spionaggio ramificato. E anche quando sarà finito chi oggi controlla i posti di lavoro, garantendo così la fedeltà al regime, probabilmente lo farà in futuro. Le repressioni politiche hanno tagliato la testa alle alternative, purtroppo l’unica, seppur flebile e legata a un passato comunque autoritario, si trova all’estero, il figlio dello Scià.

Vessillo della rivoluzione islamica fu ridare all’Iran il suo ruolo di Grande Potenza, perno dell’intera area e di tutti i Paesi musulmani, soggiogati dagli USA e dal loro alleato, Israele. Perciò, mentre il processo di pace era in corso tra Israele e Palestina, l’Iran ha fatto di tutto per continuare la guerra, creando Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina. E gli investimenti nella politica estera hanno fatto sbandare quella interna, sempre più corrotta. Le sanzioni hanno fatto il resto, insieme a una oligarchia che per aggirarle ha creato per sé una ricchezza privata immensa, lasciando la popolazione alla fame.

Così, mentre abbiamo manifestato a favore di Gaza, prima o poi dovremmo farlo per l’Iran. O meglio mentre l’abbiamo fatto per i palestinesi, lo dovremmo fare per gli iraniani: i primi sono soggiogati da anni come i secondi. Per Gaza abbiamo urlato al genocidio, speriamo di non doverlo fare per l’Iran.

È un grido di aiuto umano. Un SOS che giunge fino a noi.

E qualche volta dovremmo essere capaci di guardare agli uomini, non alle etichette. Il senso d’umanità non è ideologico, né selettivo.

Trump non piace a nessuno ma oggi è l’unico in grado di aiutare la popolazione, lo stesso che ha lasciato Gaza nelle mani di Israele. E non aiuterà l’Iran per degli ideali ma per interesse. Trump opera aiuto selezionato e in base alle etichette, noi siamo liberi di agire diversamente.

Sì, è paradossale ed è amaro: il peggior nemico dell’Iran lo aiuterà.                  

La nostra voce dov’è? E il nostro aiuto?

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