Spiccioli di spiritualità, La Basilica di Sant’Angelo in Formis

A cura di Michele Pugliese

Dopo la pausa estiva, tornano gli articoli della rubrica “Spiccioli di spiritualità”, diretta dal prof. Pasquale Vitale e curata dal prof. Michele Pugliese. Questo numero è incentrato su uno dei più rinomati beni architettonici della provincia di Caserta: la Basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis

C’è un piccolo gioiello artistico e architettonico in provincia di Caserta, e precisamente sulla strada che da Santa Maria Capua Vetere porta verso il fiume Volturno e Triflisco, rinomata zona di ristoranti e pizzerie. Si tratta della Basilica di Sant’Angelo in Formis, uno dei più importanti monumenti medievali dell’Italia meridionale. Situata nell’omonima frazione di Capua (Caserta), sorge lungo le pendici del Monte Tifata. Questa chiesa è celebre in tutto il mondo per il suo straordinario ciclo di affreschi di scuola bizantino-romanica, rimasto quasi interamente intatto, malgrado i numerosi restauri, documentati nel volume “La priorale benedettina di Sant’Angelo in Formis. Documenti e studi per un secolo di restauri”, di Lucinia Speciale, docente di Storia dell’Arte medievale all’Università di Lecce, che è stato presentato giovedì 10 settembre all’interno della Basilica, alla presenza tra gli altri dell’arcivescovo Pietro Lagnese, del parroco, don Franco Duonnolo, del sindaco di Capua Adolfo Villano, del soprintendente delle belle arti per le province di Caserta e Benevento Mariano Nuzzo e della moderatrice dell’incontro, la giornalista Nadia Verdile. Il volume ricostruisce, per la prima volta in modo organico e sistematico, un secolo di interventi conservativi su uno dei monumenti romanici più preziosi del Mezzogiorno.
L’origine della basilica risale al 1072, edificata per iniziativa di Desiderio, abate di Montecassino (futuro papa Vittore III), su un precedente tempio romano dedicato a Diana Tifatina. Come si usava all’epoca, colonne, capitelli corinzi e parti della pavimentazione provengono direttamente dal tempio romano mentre la facciata è costituita da cinque arcate ad ogiva con influenze stilistiche mediorientali. L’abate Desiderio, infatti, manteneva stretti contatti commerciali e culturali con i mercanti di Amalfi, i quali importavano maestranze e stili dal mondo arabo, come l’arco a sesto acuto, uno dei primissimi esempi in cui esso fa la sua comparsa nell’architettura religiosa italiana.
All’ingresso della navata principale, incastonato nel pavimento strato su strato, si trova un frammento di mosaico romano originale del tempio di Diana. Raffigura il segno zodiacale del Cancro (un granchio). È l’unico elemento decorativo profano superstite della struttura classica, calpestato per secoli dai pellegrini cristiani.
All’interno la pianta è a tre navate, conclusa da tre absidi. Ma la cosa sorprendente non è tanto la struttura o la facciata, ma il formidabile ciclo pittorico degli affreschi, quasi perfettamente integro, che costituiscono una vera e propria “Bibbia per immagini”. Le navate sono interamente ricoperte da scene del Vecchio Testamento (navate laterali) e del Nuovo Testamento (navata centrale). La controfacciata ospita una imponente rappresentazione del Giudizio Universale, tra le più antiche e complete del medioevo italiano.
Le pitture costituiscono una grandiosa narrazione teologica, concepita secondo la logica della “Biblia pauperum” (la Bibbia dei poveri) per istruire i fedeli attraverso le immagini. Una sorta di diapositive o, se volete, un PowerPoint, in un’epoca in cui la stragrande maggioranza delle persone era analfabeta e i preti si servivano delle immagini dipinte per le loro omelie. Queste immagini erano spesso dipinte da grandi maestri e un esempio ne è il ciclo di Giotto che si trova nella Basilica di San Francesco ad Assisi.
Le immagini che si possono osservare a Sant’Angelo in Formis sono distribuite in modo tematico. Sulle pareti della navata maggiore, disposte su tre registri sovrapposti, si sviluppano le Storie della vita e della Passione di Cristo: la giovinezza di Gesù e l’inizio del suo ministero, inclusi episodi fondamentali come il Battesimo nel Giordano, i miracoli e le parabole. Gli affreschi della zona inferiore si fanno più drammatici, concentrandosi sull’Ultima Cena, la Crocifissione, la Deposizione e la successiva Ascensione.
Nelle navate laterali si sviluppano le storie dell’Antico Testamento: i racconti della Genesi e dell’Esodo, la Creazione, la Cacciata dal Paradiso Terrestre, la Storia di Caino e Abele, e le vicende dei Patriarchi come Abramo e Noè.
Ma il cuore iconografico e devozionale si trova nell’abside, un’esplosione di colori dove la divinità si manifesta in tutta la sua gloria: il Cristo Pantocratore, una maestosa figura di Gesù in trono domina l’intero spazio, raffigurata nell’atto di benedire con la mano destra e con il Vangelo aperto nella sinistra. È circondato dai simboli alati dei quattro Evangelisti (il Tetramorfo). Nel registro inferiore si stagliano i tre arcangeli (Michele, Gabriele e Raffaele) con vesti bizantine di corte. All’estrema sinistra compare la figura storica del committente, l’abate Desiderio, raffigurato con un’aureola quadrata (come si usava per le persone ancora viventi). Quindi, l’affresco è databile con certezza a prima della sua morte avvenuta nel 1087.
L’intera parete d’ingresso interna (la controfacciata) è occupata dalla monumentale rappresentazione del Giudizio Finale, uno dei prototipi più antichi e completi dell’arte romanica italiana. In alto, quattro angeli suonano le trombe per risvegliare i morti dai sepolcri. Al centro spicca un Cristo Giudice racchiuso all’interno di una mandorla di luce. A sinistra (destra di Cristo) vi è la schiera ordinata dei Beati guidati dalla Vergine; a destra si spalancano le fiamme dell’Inferno, dove i demoni torturano i dannati tra tormenti di derivazione visionaria.
Lo stile pittorico degli affreschi di Sant’Angelo in Formis rappresenta un incontro perfetto tra la millenaria tradizione formale di Bisanzio e la nuova sensibilità narrativa del Romanico occidentale. L’abate Desiderio di Montecassino, infatti, per decorare la casa madre dell’ordine benedettino e le chiese dipendenti (come Sant’Angelo), chiamò artisti direttamente da Costantinopoli. Accanto ai maestri bizantini però lavorarono stabilmente artisti e discepoli locali. Da questa collaborazione nacque una vera e propria bottega campana indipendente. I maestri greci portarono il rigore tecnico e la maestosità orientale, mentre gli aiuti locali introdussero una maggiore espressività e immediatezza popolare. A differenza della totale staticità bizantina, qui i personaggi mostrano sentimenti umani. Nei volti della Crocifissione o nelle posture dei dannati nel Giudizio Universale emerge un pathos vivo, a tratti teatrale. Le scene del Nuovo Testamento non sono rigide icone da adorare, ma racconti dinamici. Gli artisti inseriscono dettagli quotidiani (architetture stilizzate, alberi, rocce) per rendere la storia sacra accessibile al popolo. La rappresentazione dell’Inferno è straordinariamente cruda per l’XI secolo. Tra i vari tormenti, si nota un enorme demone bluastro che stringe tra le mani e divora i dannati, anticipando di quasi tre secoli le visioni lucifere della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Questo ciclo è considerato il più importante documento superstite della pittura legata a Montecassino, poiché gli affreschi della grande abbazia madre sono andati interamente distrutti nei secoli. Sant’Angelo in Formis testimonia come l’Italia meridionale dell’XI secolo sia stata il ponte culturale decisivo per il rinnovamento dell’arte figurativa europea.
Concludiamo con le parole dell’autrice del libro Lucinia Speciale, che ha rimarcato un aspetto importante, e cioè che la chiesa, opera d’arte di inestimabile valore, funziona ancora oggi come normale chiesa parrocchiale della piccola comunità di Sant’Angelo in Formis: “È una chiesa che ha mantenuto la sua funzione storica, e questo è importante perché un edificio di culto deve rimanere tale e preservare il suo valora materiale. Essere una chiesa ufficiale significa che continuerà a vivere perché la comunità che è intorno ad essa sarà sempre attenta alla sua storia”. E infatti è proprio così.