Dietro la parola «acqua» si intrecciano aspetti ambientali, idrogeologici, giuridici, economici, sociali, e in questo momento storico la regione Campania si trova dinanzi ad un bivio: pubblico o privato?
Se davvero si vuole acqua pubblica, non bastano dichiarazioni: servono scelte nette, risorse pubbliche e investimenti veri sulla rete.
La crisi idrica sofferta oggi nella regione, come quella nella provincia casertana, è fatta di reti fatiscenti, manutenzioni fatte “dopo il danno”, investimenti tardivi. Basti pensare al crollo del palazzo a Casoria del 23 gennaio che sembrerebbe in relazione proprio a infiltrazioni causate da reti idriche malmesse e soprattutto rattoppate ancora peggio.In Campania 44 comuni non hanno un servizio di depurazione. E secondo i dati resi disponibili dall’Arpac su un totale di 145 controlli eseguiti nella regione, il 40% è “non conforme”, con valori di non conformità nella provincia di Caserta del 35%. Non basta: poco meno della metà del volume di acqua prelevata alla fonte (45,5%) non raggiunge gli utenti finali a causa delle dispersioni idriche dalle reti di adduzione e distribuzione (fonte Istat).
Ma le criticità diffuse relativamente al Distretto casertano, che ci interessa in particolare analizzare, erano evidenziate in fondo dalla stessa Autorità Garante per la Concorrenza e per il Mercato che nel 2024 ha bocciato, ricorrendo al Tar , l’affidamento da parte dell’Ente idrico campano del servizio idrico dei 104 comuni all’ex Consorzio idrico Terra di lavoro (oggi ITL SpA). L’Antitrust scrive a proposito del preliminare del Piano d’Ambito associato all’affidamento: “mancano considerazioni circa la capacità della società affidataria di garantire gli obiettivi di qualità del servizio previsti nel preliminare di Piano d’Ambito, anche tenuto conto dei risultati pregressi di gestione e dell’importante ampliamento della scala delle operazioni previsto ogni anno fino alla scadenza dell’affidamento a fine 2027″. Inoltre “emerge la totale assenza di dati sui risultati qualitativi raggiunti dai gestori nell’Ambito distrettuale casertano nel suo complesso, con una copertura del campione spesso assai ridotta anche per gli indicatori di performance più rilevanti, quali quello relativo alle perdite idriche percentuali – per il quale i dati presenti coprono soltanto il 32,94% del campione – oppure quelli sulla qualità dell’acqua depurata e sulle interruzioni del servizio, con una copertura del 5,40%, inferiore alla soglia sufficiente a determinare un indice complessivo attendibile”.
A fronte di questa voragine di affidabilità dell’azienda, i sindaci–soci e i vertici hanno chiuso gli occhi e hanno responsabilità precise. Su questo non c’è discussione: chi ha governato ITL e chi doveva controllare ha fallito, e deve risponderne.
Chi definisce questo apparato istituzionale “gestione pubblica” si sbaglia di grosso: è solo autoconservazione del potere.
Lasciamo da parte il “bubbone” Zannini scoppiato in questi giorni che seraficamente descrive un sistema acclarato oggi dalla magistratura fatto di potentati politici che si nutrono di collusioni ramificate nei luoghi delle istituzioni, garantendo a quel sistema tutti gli anticorpi per rimanere immutabile. La richiesta della Procura di arresto del consigliere regionale con l’accusa di corruzione, concussione e voto di scambio e’ semplicemente misura della spregiudicatezza di un apparato politico convertito in zona franca da una sottocultura della illegalità e dell’impunità.
Ma proviamo a mettere in evidenza nei gangli della gestione del potere nelle istituzioni, per quanto attiene il servizio idrico, altre profonde contraddizioni e insane omissioni.
Con l’intervento normativo del 2025, la disciplina sulla responsabilità dei sindaci, nelle società partecipate dagli enti,è stata resa più definita con l’evoluzione del ruolo del collegio sindacale. Le modifiche introdotte all’art. 2407 c.c. hanno chiarito i margini della responsabilità civile, fissando limiti economici certi, scadenze temporali precise, a tutela sia della società che degli stessi organi di controllo. La legge prevede che i sindaci in alcuni casi possano essere ritenuti responsabili insieme agli amministratori per i danni subiti dalla società. Si tratta di situazioni in cui, pur non avendo direttamente causato il danno, i componenti del collegio sindacale non hanno vigilato come avrebbero dovuto e ogni sindaco non ha svolto il proprio ruolo in modo attivo limitandosi a seguire passivamente le decisioni della maggioranza.
Ora appare evidente che i 104 sindaci del Distretto casertano (coincidente con l’intera provincia) abbiano molto da rimproverarsi in tema di “verifica dello stato di attuazione del piano d’ambito e raggiungimento degli standard economico-finanziari e tariffari, nonché del livello di efficienza, affidabilità e qualità del servizio assicurati all’utenza” esercitati attraverso il Consiglio di distretto (art.14 L.R. n.15 del 2015). Così, specularmente, l’Eic risulta indifendibile sul piano dei compiti assegnatogli dall’art. 8 della stessa legge, tra i quali : “individuare situazioni di criticità e di irregolarità funzionale dei servizi o di inosservanza delle prescrizioni normative vigenti in materia, per l’azione di vigilanza a tutela dell’ambiente” e “verificare la fattibilità e la congruità dei programmi di investimento in relazione alle risorse finanziarie e alla politica tariffaria”. Ricognizioni e istruttorie che non solo non sono state oggetto di nessun interesse da parte dell’Eic ma, in un mix esplosivo di amministrazione sciatta e opaca, i gestori del SI individuati e approvati dai consigli di distretto come gestori unici ( ITL SpA o Alto Calore nel Distretto irpino) sono stati interessati da procedure di concordato preventivo per risolvere i buchi finanziari disastrosi generati da allegre gestioni senza che i sindaci soci siano stati capaci di pretendere e ricevere informazioni adeguate sui bilanci societari. Un esempio ci viene fornito dal verbale del 29 dicembre scorso del consiglio comunale di Caiazzo chiamato a discutere la razionalizzazione periodica delle partecipazioni detenute dal comune al 31 dicembre 2024 come dispone l’articolo 20 del TUSP(Testo Unico sulle Società a Partecipazione Pubblica) . Da una parte si propone “il mantenimento delle partecipazioni elencate (tra cui ITL n.d.r.), in quanto dall ‘istruttoria non ci sono particolari problemi” e “per adesso i servizi sembrano efficienti ed economicamente convenienti”, dall’altra parte “in base a quanto diceva prima il Sindaco, tenuto conto almeno per quanto riguarda la società ITL -SPA, che è in atto una procedura di gestione della crisi d ‘impresa per questo presunto debito presente nel bilancio, o che presumibilmente è presente nel bilancio, perché fino ad oggi il bilancio non è stato approvato, quindi non ne abbiamo la certezza, nella contezza, però l ‘invito di questo Consiglio è di invitare i responsabili del settore preposto a monitorare con una frequenza non più annuale, come prevede la norma sulle partecipate, ma una frequenza almeno trimestrale, per verificare la legittimità, il rischio e la convenienza comparate e per cercare di segnalare eventuali situazioni per cui si potrebbe auspicare il recesso ex articolo 24 al testo unico sulle società partecipate”.
Dunque uno scandaloso perdurare di condizioni proibitive di insostenibilità finanziaria e scarsa trasparenza, con bilancio della partecipata ITL S.p.A al 31/12/2024 non ancora approvato dopo un anno. Per questo ad aprile 2025 il sindaco Antonio Trombetta di Marcianise (sindaco sfiduciato recentemente con conseguente scioglimento del consiglio comunale), con il 26% di quote in possesso della società partecipata ITL sul totale dei 33 comuni gestiti, aveva chiesto la convocazione dell’assemblea straordinaria dei soci , dopo aver “appreso” la volontà della società di aderire allo strumento di composizione della crisi di impresa attraverso lo strumento giudiziale del concordato preventivo. Ma per quel sistema pachidermico che e’ il soggetto ITL accade che il 1 settembre 2025 il direttore affari finanziari Giancarlo Giudicianni presenta il progetto relativo al bilancio al 31/12/2024 e il CDA l’approva. Ma l’Assemblea dei sindaci convocata da luglio per il 22 settembre con all’odg la stessa approvazione, il 19 settembre viene revocata dal CDA e rinviata al 15/16 ottobre. Sia in prima che in seconda convocazione in quelle date i sindaci sono però assenti tutti. Dopo questa convocazione andata deserta sul sito della società non sono riportate altre informazioni sulla fantomatica assemblea di sindaci chiamati a conoscere quantomeno con completezza quale debito graverebbe su ogni abitante dei rispettivi comuni se fallisse la società partecipata su cui non hanno esercitato nessun controllo.
Intanto sono proprio i partiti di governo, a Roma e in Regione, che decidono dove vanno i soldi e quali territori vengono lasciati per ultimi.
Il 9 gennaio scorso l’Ente idrico campano approvava proposte progettuali per l’inserimento nel Piano nazionale di interventi nelle infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approviggionamento idrico (PNIISSI). Relativamente ai soggetti attuatori operanti negli ambiti distrettuali Caserta, Irpino, Napoli Città, Sarnese Vesuviano e Sele, evidenziava che Caserta non rispetta un requisito previsto per aver avviato istanza di concordato preventivo che segnala una situazione di crisi d’impresa. Così le comunità non tutelate da incauti amministratori vengono penalizzate ancora una volta non potendo garantirsi fondi necessari e vitali per aumentare la resilienza dei sistemi idrici ai cambiamenti climatici e ridurre le dispersioni.
Anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta l’occasione irripetibile per superare ritardi infrastrutturali e frammentazioni gestionali che da decenni penalizzano il settore. Nord e Centro hanno superato il 40 per cento di spesa, mentre il Mezzogiorno si ferma al 23,5 per cento. Tra le regioni, si segnalano differenze enormi: il Friuli-Venezia Giulia supera il 52 per cento dei pagamenti, la Campania – pur essendo la più finanziata – non arriva al 10 per cento. La Corte dei Conti segnala che oltre il 60% dei fondi regionali deve essere speso entro giugno 2026, evidenziando il rischio di una corsa finale accidentata per completare traguardi e obiettivi. Così nella stessa seduta del 9 gennaio dell’Eic è stata approvata dal comitato esecutivo la realizzazione di un’opera di 37,5 milioni di euro, di fondamentale importanza per tutto un territorio che soffre di inquinamento da scarichi civili. L’opera, per la decima volta in due decenni sostiene qualcuno, e’ stata annunciata con clamore ed e’ stata oggetto di propaganda serrata nonostante sia probabile che diventi un’opera in progress eterna. Parliamo del depuratore, annunciato fin dal 2000, che servirà Mondragone, con la riqualificazione sperata del litorale Domitio Flegreo a valle del fiume Savone, vera e propria cloaca a cielo aperto.
La maggioranza degli italiani che hanno votato sì per l’acqua bene comune si ribella all’idea di essere costretta a pagare tariffe aumentate vertiginosamente per sollevare un’azienda pubblica resa un “carrozzone” mangiasoldi da una politica impavida e predatoria oppure trasformata in un bancomat per gli utili di multinazionali o fondi finanziari. Le battaglie per l’acqua, collegate all’elaborazione teorica in corso sui beni comuni come via nuova, interpretano in modo costruttivo questa ribellione.
Questo importante giro di boa della Regione Campania con una nuova amministrazione chiede certamente di fare scelte coraggiose in grado di vincere la resistenza al cambiamento per motivazioni non ideologiche ma puramente di efficienza amministrativa. “Serve un soggetto industriale pubblico delle dimensioni e delle capacità tecnico economiche dell’Acquedotto pugliese – scrivono su la Repubblica del 31 dicembre scorso Alfonso De Nardo e Bruno Miccio – Si può partire dalla costruzione di una società con capitale regionale, del Comune di Napoli, attraverso la trasformazione di Abc, e dell’area metropolitana, una società in house (quindi conforme al quadro legislativo) con capacità tecniche e finanziarie adeguate a candidarsi a finanziamenti Bei(Banca Europea degli Investimenti ) per realizzare programmi di ampio respiro di modernizzazione dei sistemi di gestione.Volge al termine la stagione del privato come alternativa al “pubblico inefficiente”. Cominciato in Inghilterra e Galles, il fallimento delle esperienze di privatizzazione del settore idrico vede proprio lì il nuovo governo laburista fare i conti con trenta anni di lauti profitti agli azionisti e degrado totale delle infrastrutture”.