Al referendum del 12 e 13 giugno 2011 26 milioni di cittadini italiani scelsero; sull’acqua non si può fare profitto. Infatti l’abrogazione dell’art. 23 bis del decreto legge n. 112/2008 , convertito con modificazione dalla legge n. 133/2008 sui sevizi pubblici locali sanciva l’abolizione della determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. A 12 anni dal referendum possiamo affermare che la volontà popolare è stata calpestata. Nel Paese sono attivi come gestori del servizio un gran numero di società per azioni (fatta eccezione di Napoli) a partecipazione sia pubblica che privata, che dividono la maggioranza degli utili tra gli azionisti, questo in contrasto con quanto espresso con il voto referendario dai cittadini. In queste aziende possiamo trovare anche multinazionali voraci e fondi di investimento stranieri, senza che il mito dell’efficienza del privato si traduca in più investimenti e in tariffe migliori, anzi, secondo una ricerca Cgia Mestre le bollette sono aumentate del 90 % tra il 2007 e il 2017. In un documento della Cassa Depositi e Prestiti leggiamo: ” Lo stato delle infrastrutture è particolarmente critico: le perdite degli impianti di distribuzione ammontano al 42% (in Francia il 20%, in Germania l’8%); sono quasi 1000 (di cui il 73% al Sud) gli agglomerati soggetti a procedure europee di infrazione per inadeguatezza degli impianti di depurazione. Questa condizione è il risultato dei bassi livelli di investimento storici del settore che, nonostante una crescita degli ultimi anni, sono ancora sottodimensionati: il tasso di sostituzione della rete obsoleta è pari allo 0,42% annuo (un tasso soddisfacente sarebbe almeno del 2%) e la spesa per investimenti è più bassa di quella registrata nelle economie simili”. Certamente a incidere sulla capacità d’investimento è la polverizzazione dei gestori, oltre 2.500, l’83% dei quali sono gestioni in economia (operate direttamente dall’ente locale) con una minore capacità e propensione alla spesa per investimenti; il restante 17% è composto da operatori industriali di cui oltre la metà è di piccole dimensioni. Il processo di riorganizzazione della governance , iniziato a metà degli anni ’90 con la legge Galli, che tendeva a favorire la trasformazione in senso industriale del settore attraverso l’individuazione di gestori unici e integrati lungo tutto il ciclo idrico (captazione, distribuzione, depurazione ), resta ancora incompiuto, soprattutto in alcune aree del Mezzogiorno. Con la Legge regionale n. 15 del 2 dicembre 2015 “Riordino del servizio idrico integrato ed istituzione dell’Ente Idrico Campano”, la Regione Campania ha individuato un ambito territoriale unico di dimensioni regionali, suddiviso in ambiti distrettuali (erano inizialmente 5, poi diventati 7):Napoli città, Napoli Nord, Sarnese Vesuviano, Sele, Caserta, Irpino e Sannita. L’ente di governo dell’ambito unico regionale è l’Ente Idrico Campano (EIC),a cui aderiscono obbligatoriamente tutti i Comuni del territorio campano. Gli enti locali avrebbero dovuto provvedere a nominare un soggetto gestore convenzionato con il distretto di competenza per occuparsi della rete idrica, fognaria e di depurazione attando il Piano d’ambito provinciale. Ma la situazione di inadempienza, come è noto, è ampiamente certificata. ll DDL concorrenza approvato prima della caduta del Governo Draghi ad agosto 2022 ha inteso intanto promuovere lo sviluppo della concorrenza, l’accesso ai mercati di imprese di minori dimensioni, tenendo in considerazione gli obiettivi di politica sociale connessi alla tutela dell’occupazione, nel quadro dei principi UE. Un decreto tuttavia che, secondo prestigiosi costituzionalisti, contiene di fatto, tra le varie misure, la privatizzazione sistematica dei servizi di acqua potabile, trasporti e rifiuti, una sorta di grande “black friday” delle ex municipalizzate, nonostante il fatto che il legislatore non può riproporre, né formalmente, né sostanzialmente, le disposizioni abrogate dagli elettori con lo strumento referendario. Evidenziava Marco Manunta, già presidente di sezione del Tribunale di Milano,in un dossier pubblicato a febbraio 2022 sulla testata online di Magistratura Democratica:“ è un dato giuridico e di fatto che i servizi “a rete” possano essere affidati ai privati mantenendo pubblica la proprietà delle reti stesse, che vengono concesse in uso all’affidatario. Nello stesso senso è la disciplina europea nei settori in cui è intervenuta la “liberalizzazione”. La proprietà pubblica delle infrastrutture deve rimanere e rimane in mani pubbliche, perché non ha nulla a che fare con la concorrenza.E non c’è alcuna disciplina europea che richieda o imponga passaggi in mani private”. La successiva circolare del 12 maggio 2023 del Ministero della Transizione ecologica ha destinato 4 miliardi e 38 milioni agli Enti idrici istituiti dalle regioni o province autonome e agli ambiti dove sia avvenuto l’affidamento del servizio a soggetti industriali. La circolare poneva una serie di adempimenti entro il 30 settembre scorso pena l’esclusione dal riparto del 70% delle risorse, riservando il 30% a chi si fosse messo in regola entro il 30 giugno 2023. Una circolare, secondo Alberto Lucarelli, docente di Diritto pubblico alla Federico II e tra gli estensori dei quesiti referendari del 2011, “ in contrasto con il Next generation Eu, che destina le risorse alla coesione territoriale attraverso la riduzione dei divari economici e sociali, a cominciare dal water divide che la circolare invece allarga. È un provvedimento illegittimo rispetto alla Costituzione e agli obiettivi Ue”. Così entro il 30 giugno 2023 restavano tre scelte per i distretti campani: una gara d’appalto, non più opzionabile poiché bisognava indirla 18 mesi prima, l’affidamento “in house” o la società mista. (continua)