Riflessioni a margine del discorso di fine anno del Presidente della Repubblica
SUGLI INVISIBILI
Dalla composta pietà della gente di Cutro di fronte al tragico naufragio di decine di migranti davanti alle coste calabresi, ai giovani di Casal di Principe, dove i beni confiscati alla camorra sono diventati strumenti di riscatto civile, di impresa sociale, di diffusione della cultura. Tenendo viva la lezione di legalità di don Diana, un martire dei tempi moderni. Dal risentimento e senso di abbandono vissuto dai tanti che vivono nelle periferie, agli anziani inascoltati, preoccupati di pesare sulle loro famiglie, mentre il sistema assistenziale fatica a dar loro aiuto. Dai ragazzi e dalle ragazze che dovrebbero essere aiutati a realizzarsi, il cui diritto allo studio, invece, incontra nei fatti ostacoli, a cominciare dai costi di alloggio nelle grandi città universitarie, improponibili per la maggior parte delle famiglie. A quell’evidente disparità tra donne e uomini, nella società, nel lavoro, nel carico delle responsabilità familiari, con il tragico epilogo di femminicidi che si susseguono giorno dopo giorno a tutte le latitudini. Dal chiudere gli occhi, volgendo lo sguardo altrove, di fronte ai migranti che arrivano sulle nostre coste. Dal dramma del lavoro che manca, pur in presenza di un significativo aumento dell’occupazione, troppe volte sottopagato, non in linea con le aspettative dei giovani e con gli studi seguiti, a condizioni inique, e di scarsa sicurezza, con tante, inammissibili, vittime. Alle immani differenze di retribuzione tra pochi super privilegiati e tanti che vivono nel disagio. Infine, alle difficoltà che si incontrano nel diritto alle cure sanitarie per tutti, con liste d’attesa per visite ed esami in tempi inaccettabilmente lunghi. Questi problemi diversi tra loro congiurano per abbandonare i nostri territori alla violenza e alla sopraffazione di quanti, anche nelle Istituzioni, speculano sulla pelle degli indigenti, dei diseredati, degli ultimi, di quanti sopravvivono ancora adesso in condizioni di vulnerabilità, alimentando quella cultura dello scarto.
SULLE GUERRE E SULLA VIOLENZA
Sulle guerre in Ucraina e nel Medio Oriente, “parlare di pace, oggi, non è astratto buonismo. Al contrario, è il più urgente e concreto esercizio di realismo, se si vuole cercare una via d’uscita a una crisi che può essere devastante per il futuro dell’umanità”. La pace però non va solo invocata: serve la “volontà dei governi” e soprattutto “respingere la logica di una competizione permanente tra gli Stati”. Devastante “la spinta” della produzione e del commercio di armi, “fonte di enormi guadagni”. Occorre una rivoluzione che «dipende da ciascuno di noi», per conseguire la pace «non è sufficiente far tacere le armi» ma serve «educare», «coltivarne la cultura nel sentimento delle nuove generazioni. Nei gesti della vita di ogni giorno. Nel linguaggio che si adopera», restituendola così al suo valore percepibile da tutti di «vivere bene insieme. Rispettandosi, riconoscendo le ragioni dell’altro», per contrastare così un certo «culto della conflittualità» che da politica e mass media tracima in «forme di aggressività» pubblica, palpabili nella comunicazione via social. Non astrazioni, propositi generici che già si sanno nobili quanto vaghi, ma valori messi a terra nella nostra vita. INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Le forme di intelligenza artificiale possono rappresentare un consistente moltiplicatore di ricchezza, apportando benefici in numerosi ambiti. Ma questi stessi sistemi innalzerebbero le già alte barriere della diseguaglianza se rimanessero nelle mani di pochi, contribuendo ad ancora più consistenti fenomeni di emarginazione e ai conseguenti rischi per la coesione delle nostre comunità. Non possono sfuggirci, inoltre, i pericoli legati all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per mettere a punto sistemi d’arma sempre più distruttivi e per incitare all’odio e all’intolleranza. Ne vediamo già le ombre sui conflitti in corso, nel contesto del protrarsi dell’aggressione russa all’Ucraina, come pure delle ostilità in Medio Oriente, con il loro insostenibile carico di morte e dolore. È essenziale il richiamo a vigilare per la pace, a vigilare e operare affinché la produzione e l’utilizzo delle nuove tecnologie non siano improntati a una logica di violenza. Da questa miccia possono infatti scaturire nuove tensioni e contrapposizioni. Non è quello di cui il nostro pianeta ha bisogno! Non ne hanno bisogno in particolare le giovani generazioni, che devono anzi essere esortate a coltivare speranza e fiducia nel futuro, e che non meritano un mondo dove sopraffazione ed esclusione prevalgano. Di fronte alle grandi opportunità, ma anche agli enormi rischi delle forme di intelligenza artificiale, sono necessari meccanismi di governance globale capaci di assicurare che l’evoluzione della tecnologia rimanga centrata e controllata dalla persona umana e non viceversa. L’uso delle forme di intelligenza artificiale deve dunque nutrirsi prioritariamente del valore della pace e della giustizia in modo da assicurare prosperità e benessere a beneficio di tutti. Le nuove potenti tecnologie siano umanizzate, servano il bene comune e non siano mero strumento di interessi di parte, favorendo così le prospettive di fraternità e di cura del Pianeta per un futuro di inclusione, pace e reale sviluppo.
PARTECIPAZIONE
Sollecitazione al voto, non sostituibile con la frequentazione dei social. La partecipazione democratica consente e garantisce l’unità della Repubblica. Il richiamo al voto è oggettivamente un monito per quei governi sostenuti da un consenso reale misurabile a circa un quarto del popolo italiano. Un governo forte nei numeri parlamentari, debole nel consenso del paese e nella legittimazione sostanziale. Un plauso indirizzato a chi ha dato esempio volto alla società civile – non alla politica – perché sia protagonista della difesa dei valori fondanti posti dalla Costituzione: solidarietà, libertà, eguaglianza, giustizia, pace. La partecipazione democratica e l’impegno di ciascuno siano le chiavi per difendere la storia e l’identità del paese e bloccare l’arroganza di chi la vuole dividere.