CRONACA CASAL DI PRINCIPE: DECISIONE PER SCHIAVONE

La Corte di Cassazione ha recentemente emesso una decisione che ha un impatto significativo sulla permanenza di Francesco Schiavone. La prima sezione della Corte, presieduta da Monica Boni, ha respinto il ricorso presentato dal boss dei Casalesi, confermando così la scelta dei giudici di sorveglianza.

La vicenda risale all’ordinanza emessa dal giudice di sorveglianza di Roma, che aveva confermato la proroga del regime 41bis nel giugno 2022, su disposizione del ministero della Giustizia. La decisione della Cassazione implica che Schiavone continuerà a scontare la sua pena in un ambiente penitenziario rigido.

I giudici romani hanno sottolineato la persistente pericolosità sociale del detenuto, nonostante la sua formale dissociazione dal clan, avvenuta nel 2015. Schiavone ha confessato vari reati, compresi alcuni omicidi, come il delitto di Raffaele Diana e Nicola Martino. Questi crimini hanno portato a condanne che, secondo i giudici, delineano un quadro inserendo Schiavone nell’azione mafiosa più cruenta, seguendo le logiche delinquenziali del clan dei Casalesi che si protraggono per oltre 15 anni.

I giudici di sorveglianza hanno altresì evidenziato la condotta tenuta da Schiavone in carcere, caratterizzata da numerose infrazioni disciplinari. Il suo difensore, l’avvocato Pasquale Diana, ha argomentato nel ricorso che la dissociazione dal clan, unita alla collaborazione, rappresenta una scelta radicale. Diana ha sostenuto che sarebbe inverosimile che Schiavone possa riallacciare rapporti con il gruppo criminale di provenienza.

Tuttavia, la Suprema Corte ha respinto questa tesi, sottolineando che non è possibile equiparare la mera dissociazione alla scelta collaborativa. Quest’ultima, a determinate condizioni, comporta un effettivo distacco dal retroterra delinquenziale, compromettendo la possibilità di riprendere i contatti tra il detenuto e la sua rete di rapporti. Il ricorso presentato è stato dunque respinto, confermando la decisione di mantenere Schiavone nel carcere duro.