Per la nostra rubrica il Novecento delle donne, diretta dal prof. Pasquale Vitale, il prof. Pietro Salvatore Reina cura il profilo di Maria Bellonci. In un apposito articolo saranno pubblicati i link di tutti i profili curati per la rubrica dal prof. Reina.
Maria Bellonci nasce a Roma il 30 novembre 1902, da Vittorio Gerolamo Villavecchia e Felicita Bellucci:
«sono cresciuta a Santa Maria Maggiore. Là ho imparato a raccontare, seguendo il linguaggio narrativo dei mosaici lungo la navata e sull’arcone, attenta alle cadenze espressive e sostenute, alla ricerca, si può dire, del neorealismo storico». (Maria Bellonci, Pubblici segreti 1, Milano, Mondadori, 1965, p. 140)
Viene iscritta alla scuola delle monache di Nevers, a Trinità dei Monti. Come lei stessa racconta, è un’«allieva ribelle mostrando fin dalla tenera età un animo ardito e dalla forte personalità».
Centrale e altrettanto singolare sarà la figura del padre, uno studioso di chimica analitica e di merceologia, le cui opere sono considerate tuttora monumentali e di riferimento, è modello di riferimento per la Bellonci, che da lui «ha attinto precise facoltà di analisi e un ben configurato interesse per una visione realistica di fatti e di personaggi»:
Pochi come me amano il laboratorio. Sono figlia di uno scienziato, ho giocato con le cartine al tornasole, mi sono divertita a correre sui banchi di lavoro […]. Tutto diventava favoloso, quando mio padre con un piccolo riso iscritto agli angoli della bocca ci faceva assistere alla preparazione di esili provette di vetro che egli stesso formava soffiando in una cannella alla fiamma color indaco (Maria Bellonci, Pubblici segreti 1, p. 263).
Invece l’interesse per la Storia proviene dalla leggendaria figura del nonno paterno, Francesco Villavecchia, carbonaro, ufficiale, appassionato di musica e gran giocatore.
Frequenta e completa gli studi secondari superiori presso il Liceo Umberto. Nel 1922, a soli vent’anni, scrive il romanzo Clio o le amazzoni e lo farà leggere a uno dei più noti critici militanti del tempo, Goffredo Bellonci che subito nota le promettenti qualitàdella giovane scrittrice, ma invitandola ad approfondire gli argomenti storici trattati. Il romanzo, riposto in una cassa, andrà̀ perduto.
Nel 1924 ha inizio la sua relazione con Goffredo Bellonci che la presenta agli amici letterati, tra cui Vincenzo Cardarelli. L’11 agosto del 1928 sposa Goffredo Bellonci nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Roma.
Fondamentale per la storia della scrittrice sarà il 10 marzo del 1930, quando Giulio Bertoni consegna alla Bellonci l’elenco, da lui scoperto, dei gioielli di Lucrezia Borgia affinché la studiosa potesse realizzare un articolo per l’Associazione di Studi romani. Colpita da un’armilla su cui è riportato un distico di Pietro Bembo, la scrittrice decide di approfondire la figura della Borgia. Da qui iniziano le letture e lo studio delle opere storiche presso i Musei Vaticani.
Tra il 1932 e il 1933 trascorre del tempo a Mantova presso l’Archivio di Stato. Incontra lo storico Alessandro Luzio, uno dei maggiori studiosi del Rinascimento:
Sono sotto i portici di Piazza delle Erbe e vedo avanzare da lontano la figura di un vecchio […]. Quella fu l’ultima volta che vidi Alessandro Luzio, lo storico marchigiano che tanti documenti ha trovato e pubblicato sul Rinascimento e sul Risorgimento. […] Per mio conto avevo molto letto le sue pubblicazioni su Isabella d’Este e su altri personaggi in relazione col mio lavoro d’allora. Talora erostata messa sulle buone tracce, altre volte no. Su consiglio di persone del luogo andai a fargli visita. Entrò nel salotto, lo sguardo corrucciato sotto la papalina, e mi affrontò come un nemico: «Perché si occupa di quella stupida di Lucrezia Borgia?», lasciandomi senza fiato (M. Bellonci, Pubblici segreti 1, p. 57)
L’ostilità esibita da Luzio sarà uno dei motivi che spingeranno la Bellonci a vedere la sua ricerca su Lucrezia come una missione personale. La notizia di queste sue ricerche giunge all’orecchio dell’editore Arnoldo Mondadori, probabilmente per tramite di Goffredo. Il 5 novembre del 1932 Maria scrive a Mondadori:
Si tratta di un’opera alla quale lavoro da due anni, assiduamente: ho voluto seguire la vita veramente straordinaria di questa donna sui documenti del tempo, numerosissimi, sparsi in tutti gli archivi d’Italia. Ho avuto la fortuna di trovare molte cose inedite che mi permettono di ricostruire questa vita con una novità di prospettiva che, credo, stupì tanto quelli che sono avvezzi a vedere nella Borgia il simbolico fiore del male, quanto quelli che addirittura vorrebbero fare di lei un innocente fiorellino sbattuto dalla tempesta. Alcuni documenti mi sono stati dati da S. E. Bertoni, altri ho trovato io stessa, altri ancora erano già pubblicati in riviste e libri eruditi, mi hanno offerto larghissimo campo di studio. Questi pochi schieramenti potremmo informarLa approssimativamente di ciò che intendo fare con questo mio libro: una cosa seria, ma facile e piacevole alla lettura, che sia studio di caratteri, di costumi, di tempi: una cosa, per quanto mi saràpossibile, portata a fondo (cfr. Maria Bellonci, Opere, a cura di E. Ferrero, Vol. I, Milano, Mondadori, 2003, p. 1482).
Nel marzo del 1939 esce Lucrezia Borgia nella collana Mondadori «Le scie», con immediato successo da parte della critica e del pubblico, tanto che a ottobre già si parla di una ristampa e della traduzione tedesca ungherese, spagnola e svedese76. Nello stesso anno l’opera vinse il premio Viareggio.

Lucrezia Borgia è il risultato letterario di un’imponente e importante ricerca storica, una biografia che percorre l’arco temporale che va dal 1492 – anno dell’elezione di Papa Borgia – al 1519 – anno in cui Lucrezia Borgia morirà. Tale biografia non solo intende riabilitare l’infondata leggenda della donna, per lungo tempo controversa soprattutto a causa dello scarso interesse storico rivolto alla sua figura, ma è anche capace di restituire «il fulgore del Rinascimento, la magnificenza della natura e dell’arte, la corruzione medesima della corte papale e delle altre corti». Allo stesso tempo l’attenzione è rivolta non solo agli eventi storici, ma a ciò che i documenti storiografici non possono conservare, ma solo la letteratura può rivelare: i moti dell’animo.
In seguito alla pubblicazione e al successo del romanzo, le ricerche sulla corte degli Este e dei Gonzaga non si interrompono.
Nonostante l’occupazione tedesca e il coprifuoco Maria continua a lavorare ai libri sui Gonzaga e si impegna anche nella traduzione delle Cronache italiane di Stendhal per l’editore Casini (qualche anno più tardi lavorerà a L’assommoir di Zola).
Nel giugno del 1944 i coniugi Bellonci prendono l’abitudine di recarsi a casa loro, specialmente la domenica. Iniziano a presentarsi personalità come Bontempelli, Masino, Piovene, Petroni, Savinio, ecc.. Si inizia a formare il famoso gruppo degli amici della domenica che avrebbe dato vita al Premio Strega. Questi sono gli anni in cui Maria Bellonci soffrirà di depressione, il diario registra i moti dell’anima, le difficoltà affrontate nella vita quotidiana….
Nel dopoguerra, le riunioni degli amici della domenica sono sempre più affollate. Su un libretto, Maria annota i nomi di coloro che vi partecipano per la prima volta, tra i quali ci sono Gadda, Longhi e Banti, Alvaro, Flaiano, Palazzeschi, Pratolini, Moravia e Morante, Giacomo e Renata Debenedetti, Pannunzio, Vigolo, Silone, Aleramo, de Céspedes, Ungaretti, Cecchi, Zavattini, Carlo Levi e Bonsanti.
Il 12 marzo a pranzo in una trattoria romana Goffredo Bellonci, conversando con il regista Ermanno Contini e l’industriale Guido Alberti, produttore del Liquore Strega, parla di un’idea di Maria, quella cioè di istituire un premio letterario, conferito attraverso la votazione di una giuria democratica, composta non solo da letterari, ma anche di gente comune. Alberti decide di mettere a disposizione un premio di duecentomila lire.
Nel 17 marzo 1947 si dà inizio alle votazioni per il primo Premio Strega. La Bellonci decide di autoescludersi, pur potendo partecipare. La vittoria è attribuita a Tempo di uccidere di Flaiano, che si aggiudica novantadue voti su centoquaranta. Avrà così inizio la storia del premio letterario più famoso e prestigioso d’Italia.
Nel 1948 a vincere il premio è Vincenzo Cardarelli con Villa Tarantola, nonostante la profonda delusione della Bellonci che sosteneva Artemisia dell’amica Anna Banti.
Il 1964 è uno degli anni più̀ terribili per la scrittrice perché perderà, a causa di un infarto, l’amato marito Goffredo. Maria cerca conforto curando l’Istituto per la Storia del teatro fondato dal marito a Venezia l’anno precedente.
Sono gli anni in cui nasce una sincera e affettuosa amicizia con Anna Maria Rimoaldi, figura che diventerà centrale, tanto che sarà intestataria dell’eredità nel testamento della Bellonci. Nonostante l’assenza sofferta di Goffredo, questi sono gli anni di grande partecipazione della Bellonci al dibattito culturale, tra articoli e saggi, la fondazione dell’Associazione Goffredo Bellonci con amici ed editori, la stesura della sceneggiatura televisiva di una Isabella d’Este con l’amica Rimoaldi e l’amministrazione del Premio Strega.
L’8 gennaio del 1975 ha la possibilità di visitare in Vaticano l’appartamento Borgia con gli affreschi del Pinturicchio appena restaurati.
Nel novembre 1985 esce Rinascimento privato presentato a Roma da Geno Pampaloni (che aveva già curato la prefazione di Tu, vipera gentile del 1977); a Milano da Umberto Eco e a Mantova da Vittore Branca. Incurante del successo del romanzo, continua a lavorare al libro su Vespasiano, ma decide per la prima volta di concorrere al Premio Strega. Nello stesso mese inizia ad avere problemi di salute, che la Bellonci ritiene essere sintomi di un’anemia o di un’influenza strisciante: si tratta in realtà di un tumore all’intestino. Il 13 maggio del 1986 muore. La cerimonia funebre si tiene nella chiesa di Santa Maria del Popolo, di fronte all’altare dei Borgia.
Il 4 luglio Rinascimento privato è il trentanovesimo romanzo vincitore del Premio Strega, la Bellonci sarà la sesta scrittrice a vincere il premio dopo Elsa Morante, Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano e Fausta Cialente.
La stesura di Rinascimento privato occupa gli ultimi anni della vita di Maria Bellonci ma ha origini lontane che risalgono al 1968, ossia quando la scrittrice raccoglie il materiale per uno sceneggiato in cinque puntate per la Rai dedicato alla figura di Isabella d’Este, con il contributo generoso nella fase preparatoria e di raccoglimento documentale di Anna Maria Rimoaldi.
Rinascimento privato è ambientato fra il 1490 e il 1533, nei turbolenti anni testimoni della morte di Lorenzo il Magnifico, del cambiamento dei delicati equilibri politici in Europa, delle devastanti invasioni imperiali nel Nord d’Italia e del sacco di Roma. La protagonista è Isabella d’Este Gonzaga, figlia dei signori di Ferrara, Ercole d’Este e Leonora d’Aragona, data in sposa a Francesco Gonzaga di Mantova.
Diviso in sette capitoli di varia lunghezza, l’intera storia è raccontata da Isabella stessa all’interno di una stanza inventata dalla Bellonci – la Stanza degli orologi – nell’anno 1533:
«Riordino i miei tempi a volte presenti nella loro successività. Il primo tempo della mia vita è certo uno snodarsi di istintività naturali; seppure punteggiate da molta dubbiosità le cose andavano per il loro verso. Di allora conservo immagini disunite e un gran fiato di energia che mi dava a sorte di diritto di invincibilità. Più tardi venne la prova che rovesciò del tutto la dimensione dei diritti sulla realtà e divise con un taglio netto la mia prima giovinezza dalla seconda. Fu d’aprile, l’anno rotondo millecinquecento: con esso ci calò addosso come ad un traguardo maledetto l’orribile rotta dei milanesi sotto l’impeto degli eserciti di Francia di Luigi Dodicesimo» (Maria Bellonci, Rinascimento privato, p. 10).
Rinascimento privato è un’opera dalla portata monumentale, in cui si susseguono gli eventi storici realmente accaduti nel primo trentennio del XVI, raccontati per voce di Isabella e di Robert de la Pole. La narrazione ha inizio con l’invasione di Milano da parte dell’esercito francese e dall’istituzione della Lega Santa, per mano di Giulio II, contro i cardinali scismatici del Concilio di Pisa. Prosegue narrando il susseguirsi dei papi da Giulio II, appunto, a Leone X, a Adriano VI fino a Clemente VII. Allo stesso tempo registra il crollo degli equilibri politici europei a seguito della morte di Lorenzo il Magnifico, con l’invasione dell’Italia da parte di Francesco I; la conquista di Urbino da parte di Lorenzo II de’ Medici; l’incontro a Calais fra Enrico VIII, sovrano inglese, e Francesco I, re di Francia; l’elezione di Carlo V; fino al sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi nel 1527. In tutto questo non mancano riferimenti ai grandi intellettuali del tempo, da Machiavelli a Guicciardini, Pampaloni, Pico della Mirandola ed altri; così come le grandi personalità del mondo artistico tra le quali Mantegna, Raffaello, Michelangelo, Ariosto, Bembo, Baldassare Castiglione etc. Centrale è la storia famigliare, degli Este e dei Gonzaga, della loro valenza politica intellettuale centrale nella storia dell’Italia del Rinascimento. Il titolo, però, resta Rinascimento privato e, oltre al Rinascimento, protagonista è anche il privato di Isabella stessa che racconta la storia ex-post, arricchendolo di pensieri, emozioni restituendo una visione quanto mai complessa e profonda non solo dei propri tempi, ma anche della propria persona.
La storia di Isabella è la storia di una reggente, di una moglie, di una madre e di una donna. Una marchesa che ha avuto un ruolo cruciale nella storia del suo tempo, tenendo le redini del potere quando le fu concesso, ossia durante l’assenza coatta del marito, e agendo intelligentemente in segreto, combinando matrimoni, stringendo nuove alleanze e mantenendo amicizie; così dimostrando le sue straordinarie ed evidenti capacità politiche. Allo stesso modo mostrando il lato privato, umano, con le dovute paure, antipatie, dolori e gioie.
Rinascimento privato così unisce la Storia (universale) alla storia di una vita straordinaria:
«Scattano i rintocchi degli orologi diversi di tono e di tempo e i candelabri si spengono allo spegnersi dei suoni. Raduno i fogli coperti dai caratteri appuntiti e li ripiego col gesto che si ha per le cose da rinchiudere non si sa per quanto e per sempre». (M. Bellonci, Rinascimento privato, p. 546).

