Nicola Schiavone, figlio di Francesco Schiavone, noto come “Sandokan”, ha rivelato un dettaglio sorprendente durante il processo riguardante le infiltrazioni del clan negli appalti pubblici, in particolare quelli delle Ferrovie dello Stato. Schiavone jr ha parlato dell’imprenditore Maurizio Capoluongo, un tempo fedele seguace di Antonio Bardellino, affermando che fu proprio suo padre a permettergli di lasciare il clan.
L’Autorizzazione di Sandokan
“Maurizio Capoluongo era un Bardelliniano convinto, uscì dal clan su autorizzazione di papà,” ha dichiarato Nicola Schiavone durante l’esame del pm Graziella Arlomede della Dda di Napoli. Capoluongo, sebbene non imputato, è stato menzionato nel contesto delle dinamiche interne al clan.
Nicola Schiavone ha raccontato che Capoluongo si presentò a suo padre con un ultimatum drammatico: “O mi uccidi o mi dai il permesso di andarmene.” La motivazione di Capoluongo era la sua totale sfiducia nei confronti della nuova gerarchia del clan, composta da Michele Zagaria, Vincenzo Zagaria e Antonio Iovine. Preferiva essere ucciso piuttosto che continuare a collaborare con loro.
Secondo Schiavone jr, suo padre nutriva un affetto particolare per Capoluongo, un sentimento raro che riservava solo a poche persone, tra cui il fratello di Maurizio, Giacomo. “Gli rispose che non gli avrebbe mai fatto del male tanto lo voleva bene e che gli dava il permesso di andarsene a patto che non si fosse affiliato mai più con nessuno,” ha spiegato Nicola. Dopo l’uscita dal clan, Maurizio Capoluongo si dedicò interamente all’imprenditoria.
I Rapporti con Giacomo Capoluongo
Nicola Schiavone ha anche chiarito i rapporti tra Giacomo Capoluongo e Nicola Schiavone, noto come “Munaciello”, uno dei principali imputati nel processo. Ha spiegato che i due collaborarono in investimenti immobiliari. “Munaciello fece degli investimenti immobiliari su delle proprietà di Capoluongo o meglio intestate alla moglie tra Cesa e Aversa in prossimità del cimitero e della stazione. Un complesso di appartamenti da ristrutturare e da rivendere, noi entrammo nell’affare,” ha detto Schiavone jr.
Questa testimonianza getta luce sulle dinamiche interne del clan e sugli intrecci tra criminalità organizzata e imprenditoria, rivelando al contempo aspetti umani e relazionali spesso oscurati dalla brutalità delle attività criminali.