San Cipriano d’Aversa, 8 agosto 2024 – Resta dietro le sbarre Pietro Di Dona, il 52enne di San Cipriano d’Aversa coinvolto in un’estesa operazione dei carabinieri della compagnia di Caserta, volta a smantellare un giro di patenti false e permessi di soggiorno illegali. Un business illecito che avrebbe fruttato oltre 250mila euro, coinvolgendo principalmente cittadini stranieri residenti nel Nord Italia, in particolare in Veneto.
La Quinta Sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Rossella Catena, ha recentemente confermato la pronuncia del tribunale del Riesame, rigettando il ricorso presentato dal legale di Di Dona. Il tribunale delle Libertà aveva già respinto la richiesta di scarcerazione, confermando la misura cautelare della custodia in carcere disposta dal gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Di Dona è accusato di essere il capo promotore di un’associazione a delinquere finalizzata alla produzione e alla distribuzione di documenti di guida falsi e attestati di residenza e lavoro, venduti a cittadini extracomunitari dietro compenso. L’operazione di smantellamento del traffico illecito risale allo scorso giugno, quando le autorità hanno identificato e arrestato i membri della rete criminale.
La difesa di Di Dona ha contestato la decisione del tribunale del Riesame di Napoli, sostenendo che fosse errata la valutazione della posizione del loro assistito come capo dell’organizzazione criminale e che non sussistessero le esigenze cautelari necessarie per mantenere il 52enne in carcere. Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso infondato, affermando che il tribunale del Riesame ha adeguatamente motivato la sua decisione. In particolare, la Corte ha rilevato che l’attività illecita fosse resa possibile da una pluralità di contributi consapevoli e che il ruolo di capo di Di Dona fosse chiaramente delineato.
Inoltre, la Cassazione ha sottolineato la sussistenza del pericolo di reiterazione della condotta criminosa, elemento che giustifica il mantenimento della misura cautelare in carcere. Pertanto, per Pietro Di Dona, il carcere resta l’unica destinazione, in attesa di ulteriori sviluppi giudiziari.
Questo caso evidenzia l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura nella lotta contro la criminalità organizzata e la diffusione di documenti falsi, un fenomeno che continua a rappresentare una minaccia per la sicurezza e l’integrità del sistema legale italiano.